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EZIO MARCHI Instauratore della zootecnia scientifica in Italia,
testi di: Lara Ferretti - Ariano Guastaldi - Lucia Mazzetti - Riccardo Terrosi,
in in “Quaderni Sinalunghesi”, Anno XVIII, nº 2 maggio 2008
Pubblicazione periodica della Biblioteca Comunale di Sinalunga


[...] Il mandato di questo lavoro, come è del resto nella filosofia con la quale la Biblioteca Comunale di Sinalunga promuove da ormai diciotto anni la collana dei ‘Quaderni Sinalunghesi’, non può essere che quello di tratteggiare gli elementi salienti del pensiero di Ezio Marchi, lasciando ad altri successivi contesti gli approfondimenti di carattere più propriamente scientifico e tecnico. Con questo obiettivo è stato effettuato un primo spoglio, parziale ma assolutamente prezioso ed illuminante, dei documenti dell’archivio del Circolo di Bettolle (d’ora in poi ArchEM, con numerazione progressiva, per punti, al capitolo seguente), che ci ha guidato nel ripercorrere le tappe più significative della vita e dell’opera di Ezio Marchi e cogliere al contempo uno spaccato del contesto storico-economico e sociale in cui si era evoluto il suo pensiero, tra la fine dell’800 e gli inizi del ’900.

Per l’Italia questi furono anni fecondi «... tempi di grande sviluppo economico,...luogo di attività portentosa...» come lo stesso Marchi li definisce in un suo testo del 1906, ‘La Zootecnia nella scienza e nella pratica’, Conferenza tenuta al Congresso Agrario Nazionale svoltosi in quell’anno ed integralmente pubblicata nel numero speciale del 30 luglio 1908, della rivista Il Moderno Zooiatro - Giornale dell’Unione Veterinaria Italiana, di cui Ezio Marchi era stato redattore-capo ed a lui dedicato pochissimi giorni dopo la sua morte, per «...rendere il miglior omaggio alla sua memoria».
Questo numero speciale della rivista dell’Unione Veterinaria, Serie III, Anno II - XIX dalla fondazione, n. 14 del 30 luglio 1908, già in parte analizzato nel capitolo precedente, è fortunatamente di agevole consultazione grazie alla ristampa curata dal Circolo Culturale “Ezio Marchi” e dall’Associazione “Amici della Chianina” di Bettolle in occasione dell’edizione 2006 (la seconda) della manifestazione promozionale dedicata alla “chianina” ed al suo territorio di origine.
Ad una lettura attuale, questo testo ci conferma un pensiero lucido, articolato, ampio, veramente complesso: «Densa di pensiero, di erudizione, di insegnamenti, essa [la relazione] basta da sola a dare un’idea dell’uomo, del cittadino, dello scienziato», così veniva definita nel redazionale de Il Moderno Zooiatro edito in sua memoria.
Una relazione questa del 1906, preparata per una delle tante occasioni pubbliche di Congressi, Mostre ecc., nelle quali Ezio Marchi veniva chiamato in giro per l’Italia e dove sempre portava un contributo reale e concreto: «Convinto della bontà del principio che l’apostolato scientifico non deve limitarsi alla scuola ed alla cattedra, ma anche esercitarsi in mezzo al pubblico, prese viva parte alla vita zootecnica italiana, sia con l’attività di propaganda, sia con l’organizzazione zootecnica» (Il Moderno Zooiatro, cit., p. 725).

Proveremo a seguire le suggestioni che questa Conferenza del 1906, scritta dunque nel pieno della maturità culturale di Marchi, pone all’attenzione di noi lettori del 2008, riflessioni per molti versi ancora moderne ed attuali, una visione “olistica” dei problemi, come si definirebbe oggi: «Concepire le cose... come un flusso continuo di eventi non isolabili l’uno dall’altro, è uno dei temi dei nostri tempi» (Annalisa Marinelli, Etica della cura e progetto, Napoli, Liguri, 2002).
In questa rilettura delle riflessioni direttamente espresse dal professore, ci faremo guidare, al contempo, dall’analisi di una parte della documentazione conservata nell’archivio del Circolo di Bettolle, tra cui spicca una ricca corrispondenza e molte significative e non retoriche testimonianze di apprezzamento, che sono seguite alla morte di Ezio Marchi, attraverso i tantissimi necrologi e le espressioni di cordoglio, che ci permettono di cogliere da un punto di vista molto particolare, un’altra conferma della grandezza dell’opera, del pensiero e della vita di un testimone della Valdichiana.
marchiEloquenti sono infatti le molte note di cordoglio inviate alla moglie Pia Marignani, così come quelle rivolte alle Associazioni nelle quali il Professore aveva nel tempo assunto un ruolo rilevante – l’Unione Veterinaria Italiana e l’Opera Pia Collegio Convitto per gli orfani dei sanitari italiani –, ma soprattutto quelle pubblicate nella stampa periodica, diremo oggi di settore, cioè nelle molte riviste di agricoltura dei Comizi Agrari, delle Cattedre Ambulanti di agricoltura e di zootecnia, che negli anni successivi all’unità d’Italia e fino agli anni Venti, arricchirono il dibattito intorno ai temi dello sviluppo agricolo, zootecnico e sociale, tanto cari al Marchi.
I necrologi pubblicati in questi “Bollettini” subito dopo la morte del professore e nei mesi a seguire, sono ricchi di racconti, di ricordi, di espressioni di riconoscenza per l’opera ed il lavoro costante e non consueto per uno scienziato, un “teorico”, segno tangibile di una sua presenza forte e significativa nei diversi territori nei quali aveva portato il suo contributo anche di ordine “pratico” e ci possono guidare, a ritroso nel tempo, alla riscoperta del pensiero di uno studioso ed attento conoscitore della realtà sociale ed economica in cui operava. Ne riportiamo solo alcuni, provenienti da contesti territoriali diversi:

Da: L’amico del Contadino
Giornale di Agricoltura e Commercio della Toscana, 31 luglio 1908, Anno XXVI, n. 14 (Organo ufficiale dei Comizi Agrari di Firenze, di Colle Val marchid’Elsa, del Consorzio Antifilosserico Toscano, della Cattedra Ambulante della Provincia di Firenze e del Consorzio dei Viticoltori della Toscana).
«Egli riteneva che l’apostolato della scienza non dovesse finire nella Scuola, ma proseguire nella vita. Ed il suo apostolato fu duplice. Egli amava di trovarsi a contatto con gli allevatori, egli trasportava la sua scienza dalla cattedra alle riunioni ed ai congressi degli agricoltori, alle mostre zootecniche... Quasi tutte le regioni italiane, dove si mira al perfezionamento delle macchine animali, si sono valse dei suoi consigli e dei suoi ammaestramenti.
Lo sanno gli allevatori del Reggiano, che lo ebbero a guida durante il tempo che Egli insegna alla Scuola Zanelli, quelli di Friuli e della Romagna, per i quali parlò e scrisse in più occasioni, lo sanno gli allevatori del Basso Polesine per i quali preparò l’Herd-Book, lo sanno – sopra tutti – gli allevatori Toscani che sempre ricorsero a Lui! E se la Val di Chiana, vedrà un giorno migliorato il suo bestiame, lo dovrà all’azione zootecnica di Ezio Marchi, che già fino dal 1900 dettava il I° Regolamento per l’impianto del libro genealogico» (Il necrologio è a firma del dottor Carlo Pucci, veterinario è figura importante nella relazione con Ezio Marchi).

marchiDa: L’Agricoltore Reggiano
Bullettino Settimanale della Cattedra Ambulante di Agricoltura1, 26 luglio 1908, Anno VIII, n. 30 (Organo delle Istituzioni e delle Cooperative Agricole della Provincia di Reggio Emilia)
«[...] Un telegramma giunto oggi alle ore 15 al Dottor Michele Bovini, Presidente della Sezione Veterinaria reggiana, annunciava la morte del nostro amico e collaboratore Prof. Ezio Marchi [...] noi che abbiamo avuto l’avventura di averlo insegnante alla nostra scuola di Zootecnia e primo Presidente della Commissione Permanente per Miglioramento del bestiame, siamo più degli altri in grado di apprezzare la grande perdita che in questo momento ha sofferto la zootecnia italiana. Alla desolata Famiglia ed alla infelice Consorte, che tanta parte ebbe nello svolgimento dell’attività del Compianto Professore, vadano le nostre più sentite condoglianze».

marchiDa: Rivista Agraria Polesana, 31 luglio 1908, Anno VIII, n. 15 (Organo della Cattedra ambulante di agricoltura del Polesine, dei Comizi Agrari e delle Associazioni agrarie di Rovigo, Lendinara ed Adria, dei Circoli agrari di Crespino e di Castelguglielmo, dei Consorzi agrari cooperativi di Rovigo, Adria e di Massa Sup. della Fabbrica cooperativa perfosfati di Lendinara, dell’Associazione zootecnica polesana, del Comitato palesano della Società regionale veneta di pesca e acquicoltura ecc.)
«Un dispaccio da Perugia ci annunzia la morte ieri avvenuta dell’amato valorosissimo zootecnico Ezio Marchi, Presidente operoso, attentissimo dell’Unione Veterinaria Italiana e perdita gravissima per la zootecnia del nostro paese».





Da: Foglio Mensile di Informazione, 26 luglio 1908, Anno III, n. 7 (Redatto dal Dott. Francesco Tucci - Direttore del R. Istituto zootecnico in Palermo. Pubblicazione gratuita per gli agricoltori ed allevatori di bestiame)
«[...] Vadano alla vedova desolata ed alle figliolette, da questo estremo lembo d’Italia, le mie più sincere condoglianze ed i sentimenti della più viva simpatia».

Da: L’industria Lattiera e Zootecnica, 1 agosto 1908, Anno VI n. 15 (Organo della R. Scuola di Zootecnia e di Caseificio “A. Zanelli” di Reggio Emilia, della R. Stazione di Caseifici di Lodi e del Comitato Italiano della Federazione Internazionale Lattiera)
«[...] Noi della Scuola di Reggio che lo avemmo qui per quasi tre anni insegnante dottissimo ed amico affettuoso e leale e che lo vedemmo anche dopo salire sempre fino a raggiungere le vette più elevate [...] noi, questa morte fulminea che è un lutto per la scienza e per la patria, lo sentiamo fino in fondo all’anima».

Da: Il Villaggio, 2 agosto 1908, Anno XXXIV, n. 1675 (Antica Gazzetta del Villaggio fondato nel 1876 da Giuseppe Gandolfi - Giornale Tecnico-Agricolo Commerciale2 L’unico periodico Agricolo d’Italia che esce due volte la settimana - Società Anonima “Il Villaggio” - editrice - Milano, Via Pattari, 3)
«Mente agile, di vastissima cultura, di singolare tenacia nel lavoro, Egli aveva raggiunto, per vie spesso irte di spine, il più alto grado nell’insegnamento; e certo, fra i giovani, Egli aveva portato il maggior contributo ai progressi della zootecnia. [...] I “piccoli” lo accusavano di essere un “teorico”! Egli era si uno scienziato, nel più vero senso della parola: Egli non sapeva isolare i problemi zootecnici da quelli biologici ed economici, col quale i primi sono congiunti: ma chi Lo ha veduto partecipare alle innumerevoli giurie di mostre zootecniche, alle quali la generale fiducia frequentissimamente Lo chiamava, sa qual profondo conoscitore del bestiame quel “teorico” fosse.
Carattere diritto, integro, sdegnoso delle piccole transazioni degli arrivisti, la vita non fu per Lui senza lotte: ma non mai gli mancò la stima e l’affetto degli onesti e dei buoni. I suoi concittadini lo avevano di recente eletto al Consiglio Provinciale di Siena [...] Gli agricoltori volgano ad Esso un pensiero mesto e non dimentichino il nome di un forte studioso e di un gran galantuomo, quale fu Ezio Marchi».

Da: Il Coltivatore, Casale Monferrato, 2 agosto 1908, Anno 54°, n. 21
[...] Nominato veterinario condotto a Sinalunga dal 1892 al ’94, continuò l’insegnamento lasciando la condotta [...] Fondò l’Herd-Book per la R. bovina di Valdichiana (1899). Poi, andato a Reggio, quello per i bovini Simmenthal-Reggiani, adottano il metodo badese».

Da: Bullettino dell’Agricoltura,
Agricoltura Milanese3 Giornale della Società Agraria di Lombardia, 7 agosto 1908, Anno XLII, n. 52 (Organo della Cattedra ambulante d’agricoltura della Provincia di Milano, dei Comizi agrari di Milano, Lodi, Gallarate e Abbiategrasso e dei R. Osservatori bacologici di Milano e Gallarate. Redazione e Amministrazione: Milano - Piazza Fontana, n. 2)
«A soli 39 anni morì il 24 u.s. il professor Ezio Marchi, insegnante di zootecnia all’Istituto agrario superiore di Perugia. La gravissima perdita dell’uomo illustre[...] riesce un gravissimo lutto per la zootecnia italiana. Dotato di ingegno vivace, di volontà ferma, il prof. Marchi lascia larga eredità di scritti e di lavori originali».

Da: Il Circondario, San Miniato, 10 agosto 1908, Anno I, n. 12 (Corriere Quindicinale Agricolo Commerciale)
«[...] Il Dott. Ezio Marchi, professore ordinario di Zootecnia nell’Istituto superiore sperimentale agrario di Perugia ed in quell’Università, dopo una lunga e penosa malattia, serenamente moriva a soli 39 anni, in una villa del Conte Passerini presso Scandicci (Firenze)
Figlio di un distinto Veterinario Municipale che ora all’età di 80 anni ha la sventura di sopravvivere all’adorato figlio [...].
Non è questo il luogo, né io ne avrei la competenza, per dire dei numerosi lavori, delle opere insigni [...] i lavori, le opere di lui non solo sono conosciute ed apprezzate in Italia, ma anche all’estero, per la lunga, esatta, minuziosa preparazione, la solida, estesa cultura l’indirizzo veramente scientifico, fondato nella biologia generale. Il Marchi e con gli scritti e con le lezioni e con l’insegnamento era pervenuto a dare alla zootecnia Italiana un indirizzo moderno, industriale, emanazione dei principi scientifici [...] La sua fede nella libertà e nel progresso; l’animo aperto, franco, leale; la modestia e la dignità congiunte gli avevano procurato una simpatia generale, particolarmente fra i democratici perugini, per cui era preconizzato con molta probabilità di successo a candidato politico nel Collegio di Montalcino. I Funerali che ebbero luogo a Sinalunga il 27 luglio u.s. con uno straordinario concorso di ogni parte di popolo, di amici, di colleghi, di ammiratori, di rappresentanze di tante Società, di Autorità, di rappresentanti dei Ministeri di Agricoltura, dell’Istruzione, dell’Interno ecc. attestano da quanta stima, ammirazione, affetto era circondato il caro estinto. Anche da questo periodico, che si occupa precipuamente d’interessi agricoli del Circondario Sanminiatese, ove il Prof. Marchi aveva colleghi amici ed ammiratori, giunga l’espressione di profondo cordoglio di chi scrive, di sincero compianto [...]».

marchiMolti elementi veramente interessanti si rilevano da questi scritti, proviamo quindi a ripercorrere le tappe più significative di una vita spesa nello studio, nell’approfondimento di una scienza, la zootecnia, con metodo nuovo e nella partecipazione attiva alla vita pubblica portando il suo contributo di competenze specifiche e di valore morale.
L’esperienza del padre Francesco, già Veterinario nel 1860 dopo una laurea conseguita all’Università di Pisa, deve aver trasmesso al figlio la passione per questi studi; tra l’altro risulta nell’archivio del Circolo di Bettolle un testo datato 1885, Note e contribuzioni sull’atavismo della razza bovina di Valdichiana’ (ArchEM 1.1, 1.2) attribuito al padre. Testimonianza del grande interesse del giovane Ezio, si riscontra a partire dagli ottimi risultati della sua velocissima carriera scolastica, della quale tra i documenti del Circolo risultano i passaggi più significativi, che proviamo in sintesi a ricostruire (ArchEM indice punto 2).
Nell’anno scolastico 1879-1880 viene ammesso alla prima classe dell’Istituto Agrario di Montepulciano – Sezione Tecnico-Agraria e ne consegue un certificato di merito per gli esami sostenuti.
Anche per i successivi anni scolastici 1880/81 e 1881/82 l’alunno Ezio Marchi riporta ottimi risultati nell’Istituto di Montepulciano e riceve in premio una medaglia di bronzo.
Nei due anni scolastici successivi – 1882/83 e 1883/84 – Ezio frequenta l’Istituto Tecnico “Michelangelo Buonarroti” Sezione Agronomia della Provincia di Arezzo, ed anche qui con buoni risultati, tant’è che viene promosso «senza esami» in quanto in diverse materie «riporta una media superiore al sette».
marchiLa carriera universitaria di Ezio comincia nella “Libera Università di Perugia”4 – Facoltà di Medicina e Chirurgia, corso di Veterinaria.
Dai documenti del Circolo l’iscrizione pare risalire all’anno accademico 1885/1886 e dunque, visto che termina il corso superiore ad Arezzo il 10 luglio 1884 (data di promozione), sembra che ci sia stato un anno di pausa prima dell’iscrizione all’Università, ma non abbiamo notizie sulle motivazioni di questa circostanza.
Il completamento degli studi universitari avviene in realtà nella “Regia Università di Pisa” – Scuola Superiore di Medicina Veterinaria, già frequentata dal padre Francesco. Un corso quadriennale iniziato nel 1886 e conclusosi brillantemente con la Laurea conseguita il 28 giugno 1889 a soli 20 anni; Ezio Marchi «fu promosso con pieni voti assoluti e lode e proclamato Dottore in Zooiatria...» così come risulta da un attestato, del Rettore Ulisse Dini (ArchEM 2.10).
La tesi di Laurea, di cui è conservato un manoscritto di Marchi nell’archivio del Circolo, forse una bozza o una prima stesura, era dedicata allo studio Paralisi del Nervo Laringeo Inferiore o ricorrente tracheale.

vegniNell’ottobre 1889, Ezio Marchi fu chiamato al suo primo incarico di insegnante presso l’Istituto Agrario Vegni, allora diretto dall’ing. Vannuccio Vannuccini, che dal 1881 era divenuto l’attivo cooperatore del Comm. ing. Angelo Vegni, il quale «alla sua morte lo nominò esecutore delle sue volontà, prima fra tutte quella di impiantare ed attivare nella Tenuta “Le Capezzine” una Scuola Pratica di Agricoltura che portasse il suo nome».
Dopo la morte dell’ing. Vegni, avvenuta nel 1886, Vannuccini operò per costituire il lascito testamentario dei beni di Vegni come “Ente Morale” e soprattutto per «l’elaborazione di uno Statuto e dei Regolamenti della nascente Scuola Pratica di Agricoltura. Come sede della Scuola scelse la vecchia Villa Venuti nel podere Barullo di Cortona, appositamente acquistata dal Comm. Vegni poco tempo prima di morire» (Gianfranco Santiccioli, Graziano Tremori, Istituto Vegni dalle origini ai giorni nostri, Cortona 2007, p. 221).
Ezio Marchi rimase all’Istituto Vegni, allora con sede in Barullo, fino al 1897, e qui promosse iniziative di indubbio interesse pratico: «In otto anni d’insegnamento attese, oltre che all’impianto di stalle sperimentali e del gabinetto, anche alla formazione di collezioni didattiche, che raccolse in un museo di zootecnia» (Il Moderno Zooiatro, cit., p. 718).
Nell’Archivio del Circolo sono conservati alcuni documenti dell’esperienza di Marchi presso l’Istituto Vegni (ArchEM 4.2, 4.3), riportiamo una piccola nota di una relazione del Direttore Vannuccini, datata luglio 1897, nella quale a proposito dei risultati degli allievi, scrive: «Nella prova pratica di Zootecnia i giovani mostrarono nel generale di aver profittato assai dello speciale insegnamento il quale è commesso a giovane docente dotto ed animato da non comune zelo».
Ma la collaborazione del prof. Marchi con il Direttore Vannuccini e la Scuola continuarono anche successivamente: alla fine del Dicembre 1899 quando lui stesso, l’ing. Vannuccini, il conte Massimo di Frassineto, con un nucleo di agricoltori, dettero vita alla “Società degli Agricoltori della Valdichiana”, con sede a Foiano della Chiana, «con lo scopo di tutelare gli interessi agricoli, migliorare il bestiame, soprattutto con l’istituzione del Libro Genealogico».
Così come tornò alla tenuta delle Capezzine, in occasione della morte dell’ing. Vannuccini, avvenuta nel 1901, quando il Marchi intervenne alle esequie funebri nella Cappella Gentilizia e prese la parola in qualità di «amico ed ex insegnante», insieme ai molti altri presenti, tra i quali «[...] l’Avv. Giovan Battista Del Corto per il Comizio Agrario di Foiano, l’Avv. Caleri per il Comizio Agrario di Montepulciano, il Dott. Jacopo Pignattelli per la Società degli Agricoltori di Valdichiana» (Gianfranco Santiccioli, Graziano Tremori, cit. p. 223).
In questo periodo di insegnamento presso la Scuola di Barullo – poi nota come l’Istituto delle Capezzine –, ricoprì anche l’incarico di Veterinario per il Comune di Sinalunga e precisamente dal 1892 al giugno 1894 (ArchEM 3.1 e 3.2)
Questa notizia risulta, in qualche modo indirettamente, da due lettere del Comune, la prima datata 2 giugno 1894 del seguente tenore:
«Con tutta franchezza Le dirò che sono rimasto spiacente della sua lettera di dimissioni dall’Ufficio di Medico Veterinario della condotta di questo Comune, non voglio credere che questa Sua improvvisa risoluzione possa essere stata causata da motivi dipendenti dalla nostra Amministrazione, la quale ha sempre avuto verso di Lei pienissima stima e fiducia. Siccome la dimissione dovrà essere presentata al Consiglio Comunale e questo nel caso di accettazione dovrà tener dietro la formulazione della pubblicazione di un nuovo avviso di concorso, [...] il Consiglio stesso vorrà pregarla di rimanere nel posto per due mesi conforme al capitolato». Dunque si richiama il Marchi al rispetto delle condizioni dell’incarico, che prevedeva una sorta di preavviso, al quale pare che il Comune non potesse rinunciare perché «nell’attualità [...] la presenza del titolare Veterinario in questo Comune si rende necessaria per il movimento commerciale ora esistente nel bestiame». La lettera si conclude comunque con la conferma che in questo periodo non sarebbero stati negati permessi di assentarsi, qualora ne avesse avuto la necessità.
La seconda lettera, datata 13 giugno 1894, è in realtà un “certificato di servizio” nel quale si dà atto «che il Sig. Dott. Ezio Marchi, nominato Veterinario Medico di questo Comune nel 1892, ha disimpegnato tale ufficio con pienissima soddisfazione della Comunale Amministrazione, la quale ebbe sempre, ed ogni circostanza a lodarsi della capacità, intelligenza ed attività dello stesso [...] il Consiglio Comunale ha dimostrato un vivo rincrescimento di perdere nello stesso Sig. Marchi un abile e solerte impiegato».
Il termine dell’incarico di insegnante presso l’Istituto Agrario Vegni coincise con l’avvio, se pure faticoso all’inizio, della carriera universitaria di Ezio Marchi. Infatti – come peraltro sommariamente citato nel necrologio richiamato – nello stesso 1897, nel mese di ottobre, Marchi partecipò a Torino al concorso per Professore straordinario d’Igiene e Zootecnia nella Scuola Veterinaria di quella Università, concorso che superò «[...] con voti 4 su 5, classificandosi con 42 cinquantesimi, e proposto per la cattedra, si vide, per la contro relazione di un commissario dissidente dagli altri quattro, annullato il concorso, per motivi certamente non legittimi; talché uno dei commissari della maggioranza ebbe a dichiarare che l’annullamento si doveva a qualche grosso equivoco, o a spudorata malafede».
Continuiamo a seguire il racconto che di questo fatto viene reso nel numero speciale della rivista Il Moderno Zooiatro del 30 luglio 1908, perché ci mostra una vicenda ancora purtroppo attuale, e colloca altresì Ezio Marchi in quella sfera degli intellettuali onesti e competenti, qualità che gli vengono nel tempo riconosciute anche dai suoi deterrenti. «La stampa quotidiana parlò del fatto, che agli occhi di ognuno parve strano, scorretto, illegale, tale da legittimare l’opinione formatasi che si trattasse di una manovra per larvare il favoritismo, l’elezione di altri a quel posto; e così fu. Il Marchi intanto, solo, indifeso, senza mezzi adeguati per reagire, dovette subire la prima ingiustizia dell’Italia ufficiale; ma anima di lottatore, avida di sapere, presentendo che doveva salire per le facoltà del suo ingegno vivace e pronto, non rimase inoperoso, ed il suo valore, dopo subito lo scacco di Torino, veniva altrove apprezzato» (Il Moderno Zooiatro cit., p. 720).
Solo un mese dopo, nel novembre 1897, Ezio Marchi ottiene il ruolo di “dottore aggregato” incaricato dell’insegnamento di zootecnia, ezoognosia e igiene, presso la Libera Università di Perugia (vd. nota 4) e della direzione dell’Istituto Agrario Sperimentale della città5. Qui nello stesso anno accademico si certifica che ha «diretto con rara intelligenza l’impianto dell’Istituto Zootecnico comprendente: aula, laboratorio, museo ecc. e che nell’insegnamento ha dato prova non solo di molto sapere ma anche di ottimo metodo e di profondo sentimento del proprio dovere» (ArchMP 7.3 datato 22 marzo 1899 a firma del Direttore del Regio Istituto Agrario Sperimentale in Perugia).
«Nello stesso anno – 1897 – usufruendo di un apposito finanziamento del ministero dell’Agricoltura, effettuò un viaggio di studio in Ungheria e in Serbia»
(Dizionario biografico degli italiani, Treccani, Roma, vol. 69, p. 672).
Questi contatti con esperienze di altri Paesi avranno un ruolo importante per Marchi, se ne trova anche testimonianza in una ricca corrispondenza conservata nell’archivio del Circolo di Bettolle, oltre che in specifici riferimenti ad esperienze studiate in quei paesi, soprattutto in Ungheria, che sono poi confluite in interessanti pubblicazioni.
Marchi continua a partecipare a concorsi pubblici nei quali ottiene sempre ottimi risultati, segno tangibile della volontà di andare avanti e cimentarsi con altri contesti culturali ed universitari; nel 1900, risulta terzo classificato concorso professore straordinario di Zootecnia nella Scuola superiore di Agricoltura di Milano, una scuola già prestigiosa, perché nel nord Italia il dibattito intorno al nuovo ruolo dell’agricoltura nella crescita e sviluppo del giovane Stato Italiano era già molto interessante, ma preferisce rimanere a Perugia.

Nel 1901, (ArchEM 6.19) viene nominato “professore reggente” per l’insegnamento della Zootecnia discipline annesse nella Reale Scuola di Zootecnia e Caseificio A. Zanelli di Reggio Emilia (nota 6) e dal 1º di aprile (ArchEM 6.20) assume anche l’incarico di “Direttore Tecnico del Regio Deposito di Animali Miglioratori” annesso a quella scuola. Interessante un documento datato 6 ottobre 1902, (ArchEM 7.10), in pratica un certificato di servizio di questo periodo, nel quale si attesta: «il Prof. D. Ezio Marchi che da quasi due anni è insegnante qui [...] ha atteso con tutta regolarità agli insegnamenti affidatigli, ordinato e reso fecondo con razionale indirizzo il Deposito Animali, impiantato con moderne vedute scientifiche il Museo di Zootecnia, intrapresi e condotti a buon punto studi importanti specialmente sul miglior modo di utilizzare nell’alimentazione dei vitelli [...] i cascami della latteria [...] Aggiungo che in ogni campo nel quale ebbe a spiegare la sua attività il Prof. Marchi addimostrò operosità, competenza e valore scientifico superiori, inducendomi alla convinzione che l’opera sua sarà sempre una fortuna per gli Istituti cui verrà data».
Il valore dell’esperienza e delle funzioni dei Depositi per gli animali miglioratori, ritorna più volte nelle riflessioni di Ezio Marchi e nel suo impegno in giro per l’Italia, per darne conto, se pure in maniera sintetica e non particolarmente “tecnica” per ovvie ragioni, riteniamo però opportuno riportare un passaggio del testo della Conferenza del 1906 già richiamata: «La fondazione di depositi di allevamento di giovani destinati alla produzione risponderebbe nel nostro paese ad una grande necessità. Si domanda da tanti: dove posso procurarmi un somarino di razza? Dove un bel vitello? E via dicendo... ma possono gli allevatori consorziali impiantare un deposito provvisto di stalle, tettoie, pascoli ecc...; si può dar la referenza agli animali che hanno genealogia provata; e il deposito divien così l’ausiliario del libro genealogico. Con la scorta di questo si selezione e mediante quello si educa.
Può darsi che questi depositi valessero ad emanciparsi più presto dalla importazione di giovani riproduttori dai paesi dove per condizioni naturali è più consentita l’industria zootecnica» (Il Moderno Zooiatro, cit., p. 779).
Nel 1902 ottiene per titoli la libera docenza in Zootecnia nella Scuola Veterinaria Università di Parma, e nel 1903 torna a Perugia al Regio Istituto Agrario Sperimentale in qualità di professione straordinario di zootecnia (ArchEM 6.23); nel Concorso si era classificato secondo, ma a lui venne conferito l’incarico in conseguenza della rinuncia del primo classificato, il prof. Tucci di Palermo.
Nel 1903 vince il concorso a professore straordinario di zootecnia nella Regia Scuola superiore d’Agricoltura di Milano, ma sceglie di rimanere a Perugia, Istituto che ha ben evidente il valore di Marchi ed il cui Presidente, l’on. Faina, fa «premure perché il Marchi vi restasse insegnante offrendogli la più sollecita promozione ad ordinario, ed intanto un assegno personale equivalente alla differenza di stipendio, il miglioramento dei locali della scuola e del laboratorio di zootecnia, facendo per lettera rilevare al Marchi come egli ne avrebbe ricavato vantaggi notevoli e come – al tempo stesso – l’Istituto si sarebbe avvantaggiato dell’opera di un insegnante, che è già un valore, e che promette di divenire il fondatore di una scuola zootecnica italiana veramente originale, quale non abbiamo mai avuto» (Il Moderno Zooiatro, cit., p. 722).
L’impegno dell’on. Faina viene mantenuto ed infatti il Decreto con il quale Ezio Marchi è formalmente nominato Professore Ordinario per l’insegnamento della Zootecnia presso l’Istituto agrario di Perugia, viene emesso da Sua Maestà il Re d’Italia Vittorio Emanuele iii il 30.12.1906, il decreto viene comunicato ed inoltrato al prof. Marchi con una nota del 30 gennaio 1907 (ArchEM 6.28).

Questi anni di fervidi studi e di impegno accademico in diverse sedi universitarie, sono serviti sicuramente a costituire il senso ed il significato che Marchi dava all’istruzione, così efficacemente in sintesi riportato nella Conferenza del 1906, che continua ad essere il nostro punto di riferimento. Qui con estrema chiarezza Marchi spiega cosa ci si deve aspettare da una Zootecnica moderna, che presuppone il valore riservato allo studio, all’istruzione: «chi più sa vince [...] Ogni individuo ha senza dubbio attitudini speciali [...] Ma l’istruzione può indefinitamente ampliare il campo e moltiplicare le occasioni di utile impiego di tali attitudini», arriva finanche a citare il Marshall, con il quale dice di condividere che l’istruzione sia il più sicuro investimento di una nazione: «Gli Americani così pratici, così indipendenti, così industriali, così ricchi, hanno la coscienza che l’investimento di capitali in uomini è il più sicuro e il più altruistico fra tutti gli investimenti possibili».
Ma anche le esperienze della Germania, «dove lo sviluppo industriale ha seguito la cultura, si deve ammirare il concetto scientifico seguito nella educazione dei giovani ed ispirato allo sviluppo integrale delle facoltà», e quelle dell’Inghilterra sono punti di riferimento e di confronto, segno dunque che i contatti con colleghi ed esperienze all’estero si erano incrementati nel tempo. L’amara conclusione di Marchi lo porta ad osservare come sia «desolante la concezione che si ha in Italia della istruzione e in special modo della istruzione superiore agraria e veterinaria»; e continua: «Non si pensa mica che nelle Università si deve soprattutto attendere alla produzione scientifica, che quivi gli studenti devono essere addestrati alla critica verso i risultati raggiunti e i professori a tal uopo più adatti devono essere non solo colti, ma maestri di metodo della indagine [...] la scienza è tutta nel metodo».
Al contrario osserva come «Non c’è da stupirsi se [...] più basso è l’insegnamento, più ridotto in bolli. E più è apprezzato. La scienza del Manuale, che bella istituzione!» (Il Moderno Zooiatro, cit., pp. 761-62).
Che dire, queste riflessioni purtroppo ancora oggi sono di estrema attualità, possiamo sicuramente condividere il principio che l’insegnamento debba garantire l’acquisizione di metodi, strumenti, competenze trasversali, capacità analitiche e critiche applicabili alle diverse discipline, e soprattutto la capacità di interpretare la complessità dei fatti, degli eventi, la capacità logica di creare inferenze, insomma, per dirla con il Professore:
«Sviluppiamo l’uomo [e la donna, ci permettiamo di aggiungere] integralmente al più alto livello possibile e avremo ad un tempo migliorato il cittadino, il mercante, l’industriale, l’ingegnere, il medico, il letterato, lo scienziato, il filosofo, l’agronomo, lo zootecnico» (Il Moderno Zooiatro, cit., p. 762)7.
Ed in questo contesto generale, Marchi fa puntuali riferimenti e riflessioni anche alla funzione della Zootecnia, in particolare nello sviluppo economico della nuova giovane nazione italiana e nella tutela della salute pubblica... questi forse non sono temi ancora attualissimi?
Non possiamo che affidarci ancora al pensiero del professore nella sua Conferenza del 1906, perché chiarissimo e ricco di elementi e riflessioni:
«La Zootecnia è la tecnica degli animali; sta bene. Ma questa tecnica richiede la buona conoscenza degli animali sui quali si esplica; deve implicare la loro origine, la loro natura, la loro organizzazione. Ma questa è cosa che esorbita la pura tecnica. L’allevatore deve conoscere quali sono i mezzi che valgono a tutelare la salute del bestiame, ma questo studio spetta all’Igiene, deve conoscere le correlazioni che passano tra le funzioni e le forme, ma questo studio implica un più vasto corredo di cognizioni scientifiche, dalla teratologia, dalla paleontologia, alla etnologia, alla patologia, alla zootecnia vera e propria.» (Il Moderno Zooiatro, cit., p. 764).
Questa “complessità” del metodo era il segno di un approccio allo studio delle discipline specialistiche che distingueva Ezio Marchi, i suoi studi sulla zootecnia avevano a base anche la biologia e l’etnologia ed erano finalizzati al miglioramento delle razze animali ed all’esaltazione delle loro caratteristiche in quanto più utili all’uomo. Già del 1903 risulta infatti agli atti del Circolo di Bettolle la nota con la quale egli viene nominato a “socio ordinario” della Società Italiana di Antropologia, Etnologia e Sociologia comparata, con sede a Firenze.
Ricordiamo in sintesi il contenuto del necrologio pubblicato nella rivista della stessa Società: ‘Archivi per l’Antropologia e la Etnologia’, vol. XXXIII, fascic. 3°, 1908, per chiarire meglio questo aspetto: «[...] È doveroso ricordare il Marchi qui nella nostra adunanza e nell’“Archivio” non solo per il fatto che egli fu nostro consocio, ma anche e più per l’impulso nuovo e per l’indirizzo da lui dato agli studi zooiatrici in Italia, che rinnovò modernizzandoli e portò su un terreno scientifico dove più d’una volta incontrarono con le ricerche dell’etnologo e dell’antropologo. Basta ricordare i suoi lavori sul dimorfismo sessuale, sul policerifismo sulla morfogenesi del cranio, sulla origine di alcune razze bovine italiane, sulla geneaologia degli animali domestici e sulla storia della addomesticazione, per intendere quanto la sua opera abbia potuto e possa interessarci. Né l’indagine rivolta ad ardui problemi puramente scientifici, gli fece perdere di vista la pratica: molto contribuì con la propaganda e i consigli a rialzare in Italia le condizioni dell’industria dell’allevamento».
Marchi propone anche una soluzione per evitare che «nel secolo delle specializzazioni si hanno tutt’ora presenti cattedre universitarie che sommano insieme «Anatomia e fisiologia, Igiene e Zootecnia ed Ezoognosia» e che docenti siano «Professori enciclopedici, poco pagati, carichi di lezioni, con laboratori meschini, mal dotati; cosa possono fare? Sentire il disgusto della loro posizione, quanto più elevato è il loro senso morale e men profonda la loro ignoranza» (Il Moderno Zooiatro, cit., pp. 764-65).
Pare di cogliere che queste preoccupazioni non erano di tutti; ma continuiamo a seguire le proposte del professore affinché l’insegnamento di tutte queste materie sommate in un’unica cattedra che «nuoce grandemente all’educazione dei giovani», dia invece i suoi frutti e contribuisca a costruire quell’uomo “integrale” al quale si è già fatto sopra riferimento.
Oltre alla necessità di separare le diverse discipline, unire lo studio della “morfologia applicata” e della “biologia generale”, una delle necessità che viene ribadita è quella di dotare le università di «laboratori annessi... ben dotati e provvisti del necessario onde l’insegnante possa svolgere le sue ricerche sull’indirizzo chimico (problemi della nutrizione); o sull’indirizzo ontologico (problemi della generazione); nel campo della morfologia (problemi delle correlazioni tra le funzioni e le forme)» (Il Moderno Zooiatro, cit., p. 765).
Teoria e prassi quindi, un binomio indissolubile che caratterizza la metodologia che Ezio Marchi intende promuovere nei suoi studi e nell’insegnamento finalizzati al miglioramento del bestiame ed all’organizzazione delle attività zootecniche, sul modello di quelle straniere più avanzate.
Fin dai primi anni e dalle prime esperienze all’Istituto Agrario Vegni aveva cercato di dotare anche quella scuola di materiali, laboratori, sala anatomica; più avanti nell’esperienza presso l’Università di Perugia uno dei primi impegni fu proprio quello della costituzione di un laboratorio e poi di un museo, così come nei due anni di lavoro presso la Regia Scuola Agraria e Caseificio Zanelli di Reggio Emilia. Ne abbiamo ricercate le testimonianze nei preziosi documenti conservati dal Circolo Culturale di Bettolle, ma sicuramente anche negli archivi di queste scuole ed università sarà presente la relativa documentazione. Uno degli obiettivi che ci siamo posti con questa nostra monografia dei ‘Quaderni Sinalunghesi’ dedicata ad Ezio Marchi ed assolutamente parziale, è anche quello di sollecitare ed alimentare la curiosità di altri affinché questi studi ed approfondimenti possano essere completati.

La fama meritata dal prof. Marchi negli ambienti specialistici, lo portò negli anni, nonostante il grande lavoro accademico ed i moltissimi studi e pubblicazioni8 anche a ricoprire cariche importanti tra le quali ci preme qui ricordare quella di Presidente dell’Unione Veterinaria Italiana e di Vice Presidente dell’Opera Pia Collegio Convitto per gli Orfani dei Sanitari Italiani con sede in Perugia.
Per provare a ricostruire il ruolo svolto da Marchi nell’ambito dell’Unione Veterinaria Italiana, torniamo per un attimo alla Conferenza su ‘La Zootecnia nella scienza e nella pratica’ già ricordata, perché a proposito del Servizio Veterinario, formula un’analisi veramente interessante che vale la pena riportare puntualmente, scrive infatti:
«Nel creare questo organismo ci siamo fatti dal Capo e abbiamo dimenticato il Corpo: nello sviluppo degli esseri invece il capo si organizza dopo che il corpo ha già assunto un certo grado di sviluppo... Una volta che si accetti il principio della Statizzazione del servizio di polizia veterinaria (rispondente al pubblico interesse), bisogna essere conseguenti: ad ammettere la necessità di rendere indipendenti i funzionari di Stato dalle Autorità locali, pagarli convenientemente e metterli nel caso di poter agire energicamente nel reprimere le malattie contagiose che si sviluppano». Anche solo da questa riflessione, crediamo si possa spiegare uno dei motivi per i quali nel Congresso dell’Unione Veterinari che vedrà la designazione del prof. Marchi a Presidente, si dice che tutti i veterinari ed in particolare la «gran massa dei Condotti» avevano votato per la sua elezione a Presidente.
L’analisi di Marchi continua evidenziando come: «Un popolo attaccato alle tradizioni come è il nostro, trova subito l’impossibilità di far ciò: trova invece naturalissima l’afta epizootica permanente, la rogna delle pecore e l’agalassia contagiosa transumanti coi greggi9. [...] Ma poi diciamo americanate i provvedimenti che negli Stati Uniti del Nord prendono per reprimere certune epizoozie. Meglio sarebbe concludere che sono metodi possibili soltanto a popoli ricchi come quello Nord Americano e che sarebbe l’ora che noi ci distaccassimo dalle tradizioni che ci considerano poveri desiderosi di crearne nuove nell’interesse pubblico e individuale» (p. 769).
Nel testo della Conferenza citata, queste tematiche sono esaminate da vari punti di vista e soprattutto con un moderno approccio metodologico, che non ci stanchiamo di segnalare, come quando Marchi scrive, sempre a proposito del ruolo dei veterinari: «Io vagheggio una statistica zootecnica che, dopo un accurato censimento del bestiame – che sarebbe l’ora di vedere compiuto – ci tenesse al corrente di tutti i fenomeni economici che si svolgono sulla industria zootecnica del nostro paese. Perché i veterinari non potrebbero essere utilizzati all’uopo?».
La premessa di questa proposta sta nel valore che Marchi riconosce alla “Statistica zootecnica” per il miglioramento del bestiame, per un miglior orientamento nella produzione, e dunque per il miglioramento dell’economia e della vita sociale; a fronte invece della consapevolezza che «a giudicare dai fatti noi siamo troppo trascurati e troppo al di sotto delle qualità medie dei popoli adulti nella vita moderna», e riconoscendo l’infimo valore scientifico alle statistiche allora effettuate nel nostro Paese, continua nel dire con fermezza che sono «[...] Buffonate che discreditano l’alto valore che la statistica dovrebbe acquisire [...] Noi ignoriamo perfettamente le cose di casa nostra. Per fortuna il buon senso si fa largo: e si invoca da più parti una Statistica Agraria ben condotta e che serva a qualcosa per l’attendibilità delle cifre raccolte!» (Il Moderno Zooiatro, cit., p. 770).

Alcuni necrologi pubblicati nelle riviste di settore, cui abbiamo fatto riferimento nella prima parte, oltre agli altri documenti, ci aiutano a ricostruire il valore di Marchi nelle attività di promozione e valorizzazione della figura e del ruolo del Veterinario. Di seguito riportiamo i riferimenti più significativi:

Da: Il Nuovo Ercolani, 10 luglio 1908, Anno XIII n. 10 - ed. Pisa Tipografia Ferdinando Simoncini (Archivio di Veterinaria e Zootecnia diretto dal prof. A. Vacchetta)
Sul frontespizio un’etichetta con l’indirizzo:
Sig. Marchi dott. Francesco Veterinario (Val di Chiana) Bettolle, e «l’onore della Zootecnia italiana, lo scienziato serio, coscienzioso, illustre, il presidente dell’Unione Veterinaria Italiana, tormentato da tempo da un’otite media assai dolorosa, è stato operato a Firenze dal bravo specialista dott. Monselles; e le cose procedono bene. All’ottimo insegnante e presidente vadano i più fervidi auguri nostri e di quanti lo amano, di pronta e completa guarigione».
Dunque erano questi i giorni in cui sembrava le condizioni di Marchi fossero in fase di miglioramento, invece poi non sarà così.

Da: Giornale della Reale Società ed Accademia Veterinaria Italiana, 1 agosto 1908, Anno LVII, n. 31 (Società fondata il 18 luglio 1858 - direzione e amm.ne a Torino)
È presente un lungo e dettagliato necrologio a firma del Direttore della rivista.
Si fa riferimento alla notizia giunta da Perugia sulla morte di Ezio Marchi e nel ricordo si ricostruisce anche l’avvio in quegli anni della esperienza dell’Unione Veterinaria Italiana che si scosta e si separa da quella della “Reale Società ed Accademia Veterinaria Italiana” più antica ovviamente; di questi elementi in seguito troviamo riscontro nella nota inviata a Marchi per dargli la notizia della designazione a Presidente della giovane Associazione dei Veterinari.
Proviamo a seguire il racconto del Direttore del Giornale della Reale Accademia Veterinaria: «La luttuosa notizia mi ha profondamente e gravemente addolorato. Avevo visto a Torino in un altro degli ultimi numeri dell’organo ufficiale dell’Unione, che il prof. Marchi era stato ammalato ed aveva anche subito un’operazione; ma mi pare che si aggiungesse che ora stava meglio ed era quasi guarito: la notizia dunque della sua morte letta così all’improvviso su un giornale politico [...] mi ha dolorosamente sorpreso e vivamente rattristato».
La conoscenza pare risalire a diversi anni prima, così come il legame di amicizia, che «neppure le ultime vicende della lotta nel campo professionale aveva potuto diminuire».
Si dice infatti come Marchi sia stato socio della Reale Società ed Accademia Veterinaria «fino alla fine dell’anno scorso» e se ne era distaccato «con una lettera gentilissima al nostro Presidente», in coincidenza della sua nomina a Presidente dell’Unione Veterinaria Italiana.
Il necrologio del Direttore della rivista ricorda come nei molti anni di frequentazione con il Marchi abbia scambiato una fitta corrispondenza «sull’eterno tema dell’organizzazione della classe, tema su cui non eravamo completamente d’accordo, mentre l’accordo era completo nell’amore che entrambi portavamo alla famiglia veterinaria italiana. E quante discussioni lunghe ed appassionate oralmente fatte a Torino ed a Roma, specialmente prima, durante il Congresso Nazionale Veterinario del 1906, in cui si era costituita l’Unione Veterinaria Italiana».
I rapporti dunque da quel momento si erano rallentati poiché «speciali circostanze ci avevano condotti a vie diverse e ci avevano fatto abbracciare diverse direttive [...] ma non posso dimenticare come il prof. Marchi amasse di sviscerato amore per questa nostra grande famiglia veterinaria italiana, al trionfo della quale egli aveva dedicato tutto se stesso...».
Al di là dei toni e della forma, il cordoglio che traspare da questo scritto anche da parte dei membri della Reale Società Veterinaria conferma il generale apprezzamento per Marchi, anche da parte degli avversari.

L’Unione Veterinaria Italiana, risulta effettivamente costituita come “associazione di classe” il 25 marzo 1906 in occasione del Congresso generale sanitario tenuto a Roma.
Dell’aprile 1907 è una lettera su carta intestata dell’Unione Veterinaria Italiana, indirizzata ad Ezio Marchi all’Asmara (ArchEM 12.18), nella quale i suoi colleghi lo informano delle circostanze verificatesi nel Congresso tenutosi in quei giorni e della deliberazione «con voto netto e deciso dello sfratto dall’Unione della Reale Accademia Veterinaria» e del permanere invece della volontà del segretario della stessa nell’ostacolare l’attività della giovane Unione Veterinaria e come di fronte a queste difficoltà viene rappresentato al Marchi di come sia necessario per il consolidamento e la vitalità della nuova associazione dei veterinari: «...d’affidare le sue sorti ad un uomo che raccogliendo le simpatie di tutta la classe, valga anche a darle quella forza, che qualche malevolo tenta ancora di minare. I membri del Consiglio Generale dell’Unione che dovevano procedere alla nomina del Presidente [...] hanno designato il Suo nome. Ma essi non si sono illusi che non avrebbero potuto e dovuto domandare a Lei un sacrificio troppo oneroso per il bene della classe: noi non vorremmo toglierlo completamente o in buona parte ai suoi studi prediletti, né danneggiarlo nella sua salute» ed infatti viene in sintesi rassicurato il professore che il Consiglio prevedeva la costituzione di un ufficio di Presidenza messo a sua disposizione per tutte le pratiche burocratiche e amministrative, delle quali il professore non si sarebbe dovuto occupare. Nel concludere viene ricordato a Marchi come «La designazione del suo nome, fatto da tutti i veterinari e adottata in specie dalla gran massa dei condotti, deve sollecitarla a raccogliere i voti di una classe che in un uomo onesto, giovane, sapiente e da tutti stimato e apprezzato, vede la salvezza della giovane Unione».
Il 9 giugno dell’anno successivo – il 1907 – Marchi ne fu eletto Presidente, mentre era ancora impegnato nella missione in Eritrea.

Nelle diverse testimonianze alla memoria di Ezio Marchi, che fanno parte del numero speciale del 30 luglio 1908 del Il Moderno Zooiatro, cit., c’è anche la commemorazione del dottor Curradi, amico oltre che collega, il quale richiama una lettera che lo stesso Ezio gli aveva inviato dall’accampamento di Mabbamatà il 12 maggio 1907, dopo aver ricevuto la notizia della sua nomina a Presidente della giovane Associazione dei Veterinari Italiani: parole schiette, senza formalismi, idee chiare, che purtroppo solo in sintesi possiamo richiamare, rinviando ad una lettura puntuale di tutto l’articolo nella riedizione che il Circolo di Bettole ha apprezzabilmente curato nel 2006.
Ecco quindi gli auspici ed i propositi con i quali Marchi accetta, se pure con una riservata ritrosia il nuovo importante incarico: «Sarò pari alla bisogna?... Tu credi a doti, che non ho: se le avessi direi Pazienza. E non avendole dovranno dire “Pazienza” quelli che mi hanno voluto... – e continua – la Società sappia quanto interesse ha nel tutelare un servizio come quello affidato ai veterinari. Io vorrei che vecchi e giovani, colleghi condotti, militari, professori, tutti dessero del loro meglio, perché abbandonando qualunque contesa, si che arrivare a spingere il potere legislativo al miglioramento della Scuola, alla instaurazione di un servizio zootecnico e di polizia veterinaria, come è reclamato dai tempi. Gli interessi materiali dei veterinari, sarebbero una conseguenza del nuovo assetto [...] Solleviamo lo sguardo, ed il miraggio di un lavoro più utile alla Società che all’individuo, ci inspiri il sentimento della solidarietà nei bisogni e nelle aspirazioni» (Il Moderno Zooiatro cit., pp. 730-731).
Molto chiaro dunque il pensiero di Ezio Marchi: la Scuola e lo Stato al centro del rinnovamento di professioni sanitarie che devono trovare una visione comune e si direbbe oggi una “mission” condivisa, quella di essere a servizio dei cittadini e della salute pubblica.

Il suo impegno in questo nuovo ruolo di Presidente dell’Unione Veterinaria, lo porta da subito, al suo rientro in Italia, a ricostruire collaborazioni con le diverse associazioni di sanitari (già allora molto attive) e riesce a costruire legami anche con deputati tant’è che «[...] in Parlamento per due volte in breve tempo, mercé sua, si parla elevatamente delle cose nostre. La questione dell’ammissione alle Scuole Superiori Veterinarie e del loro riordinamento, quella della direzione degli istituti ippici dello Stato e della carriera degli ufficiali del corpo veterinario militare sono ormai entrate nel dominio della grande discussione; non si torna più indietro, e la soluzione non n’è più lontana».
Ma è anche sul miglioramento dell’esercizio della professione nel territorio locale, nel ruolo che deve svolgere a favore dell’allevamento e dell’agricoltura che l’impegno di Marchi ci dà una ulteriore conferma della novità che egli attribuisce alla funzione della zootecnia ed alla professione veterinaria. Proviamo a seguire ancora la testimonianza del dott. Curradi:
«Batte ai ministeri e domanda pei veterinari comunali egual trattamento che per i medici; affretta la revisione della Cassa pensioni colle migliorie avanzate; sostiene la bontà e utilità della istituzione delle cattedre ambulanti di zootecnia e di assistenti zootecnici nelle cattedre ambulanti di agricoltura, assicurate da stanziamenti effettivi in bilancio. [...] eccita l’attività delle Sezioni dell’Unione allo studio del miglioramento dei servizi locali, a quello delle varie questioni sullo stato giuridico dei veterinari comunali; afferma ancora e dimostra predominante la competenza del veterinario nella zootecnia, e lotta per questo predominio; [...] rammenta – alla Commissione d’inchiesta – l’attenzione anche alla fornitura delle carni e delle conserve di carne all’esercito. Volge la sua mente ad un piano di studi per la statalizzazione del servizio di polizia veterinaria, ma è allora che si ammala ed interrompe il suo lavoro per non più riprenderlo» (Il Moderno Zooiatro, cit., pp. 730-731).
Di questo impegno a favore del rinnovamento della zootecnia italiana anche attraverso la ricerca di migliori condizioni di lavoro e riconoscimenti per la classe dei Veterinari, nel breve periodo in cui ha ricoperto la più alta carica della loro associazione, si dà conto in varie lettere conservate nell’archivio del Circolo di Bettolle, ma in particolare ricordiamo solo alcuni passaggi del necrologio nel numero 22 del 10 agosto 1908 della rivista Il nuovo Ercolani - Archivio di Veterinaria e zootecnia, curato direttamente dal suo maestro, il prof. Vacchetta che riafferma come «La zootecnia italiana, che dalle vecchie ed aride pastoie tradizionali scolastiche, era col Lemoigne10 passata alle idee del Sanson o del Settegast, e che a Napoli ed a Portici11 era divenuta risolutamente e sanamente scientifica e pratica ad un tempo, col Marchi raggiungeva il culmine del suo attuale cammino ascendente. Fin la l’aveva egli alzata col suo ingegno, e col suo studio indefesso sui libri, ma più nel suo gabinetto e più ancora nel campo pratico, senza lustro, senza spolvero, senza ciarlataneria [...] uno scienziato serio, coscienzioso, un uomo di tempra adamantina, incorruttibile, insospettabile; il tipo dell’uomo onesto!».
Il valore quindi che i colleghi riconoscevano all’opera di Marchi mantiene vivo anche nei mesi successivi il ricordo e l’impegno a dare un senso anche alla sua morte prematura attraverso segni tangibili, quale quello di una Fondazione a suo nome; se ne parla nell’ottobre 1908 nel giornale L’Amico del Contadino – Giornale di Agricoltura e Commercio della Toscana, in una breve notizia dal titolo ‘In memoria del Prof. Ezio Marchi’:
«Apprendiamo che l’Unione Veterinaria Italiana, per onorare degnamente e durevolmente la memoria del compianto Prof. Ezio Marchi, ha nominato un Comitato incaricato di raccoglier i mezzi necessari per istituire una “Fondazione Marchi” la quale avrà lo scopo di assegnare periodicamente un premio al miglior lavoro di Zootecnia pubblicato in Italia; di conferire periodicamente una borsa di pratica zootecnica all’estero o all’interno da alternarsi colla premiazione surriferita; di raccogliere e pubblicare gli scritti di Lui e quelli pubblicati in lingue straniere.
Sappiamo che il detto Comitato si rivolgerà a tutte le istituzioni agrarie, perle quali il defunto Marchi ha collaborato, di molti estimatori suoi nel Capo scientifico, agrario e veterinario. Auguriamo piena riuscita ad un’opera che è degna di colui che si vuol onorare».
Dai documenti che abbiamo potuto consultare nell’archivio del Circolo “Ezio Marchi” di Bettolle, non risulta quanto questa Fondazione abbia poi effettivamente operato; l’unico dato certo che è stato possibile ricostruire, grazie al Presidente del Circolo, è quello che risulta pubblicato nell’Archivio della Fondazione di Studi Storici “Filippo Turati” di Firenze nella biografia di Carlo Pucci (1879-1918). Carlo Pucci abbiamo visto è stato allievo di Marchi, infatti si laureò nel 1902 in Veterinaria proprio all’Università di Perugia e nel 1904 fu nominato assistente preparatore presso il Laboratorio di Zootecnica dell’Istituto Agrario di Perugia, voluto ed istituto dal Marchi al suo primo incarico presso quella Università.
Una carriera anche quella di Pucci, tra docenza ed impegno sul campo, come quello della direzione della cattedra ambulante del Comizio Agrario di Firenze e di redattore della relativa rivista L’amico del Contadino che abbiamo incontrato nello spoglio di questa tipologia di documenti, rivelatasi una fonte di estremo interesse non solo per le notizie sulla figura di Marchi, ma quale interessante spaccato di vita sociale ed economica meritevole di auspicabili futuri approfondimenti.
Dalla biografia di Carlo Pucci curata dall’Archivio della Fondazione Turati, risultano altrettante notizie interessanti l’incarico dell’insegnamento di Zootecnia presso l’Istituto agrario coloniale italiano, la libera docenza nel 1908 sempre in Zootecnia all’Università di Pisa e poi di Bologna, ed infine fu vincitore la Cattedra di Zootecnica e Ezoognosia presso l’Istituto Sperimentale di Perugia, cattedra che era stata di Ezio Marchi. Carlo Pucci lo abbiamo già visto partecipe attivo nell’ambito del Comitato pro Ezio Marchi, nonché oratore ufficiale nella commemorazione del 1909, già ampiamente illustrati nel capito precendete.
Nel 1911, a Carlo Pucci fu attribuito il premio della Fondazione “Marchi” «per il miglior studio di zootecnia».
Non è stato possibile recuperare altre informazioni oltre questa del premio a Carlo Pucci e ci auguriamo che sollecitato da questo nostro primo e molto parziale lavoro, qualcuno possa raccogliere, anche rispetto all’operato della “Fondazione” dedicata ad Ezio Marchi, eventuali ulteriori notizie conservate in altre sedi ed archivi.

Tra i documenti del Circolo di Bettolle, risultano anche alcune lettere indirizzate alla moglie, Sig.ra Pia Marignani, in cui i colleghi dell’Unione Veterinari nei mesi successivi alla sua morte, ricordano il professore e confermano la loro stima ed il loro affetto alla famiglia, ne citiamo solo alcune:
– una del Presidente dell’Unione Veterinaria Italiana inviata da Torgiano (PG) il 24.11.1908 nella quale si comunica alla Sig.ra Pia che «[...] Il Consiglio dei Ministri sopprimendo l’obbligo delle licenze per la iscrizione alle scuole veterinarie, ha finalmente esaudito l’antico voto della nostra associazione. Oggi però per l’Unione è giorno più di mestizia che di letizia: noi pensiamo che a vivere con noi la soddisfazione di una vittoria, manca chi già pose il seme fecondo» la nota si conclude con i saluti alla signora;
– una datata 16 dicembre 1908, proveniente ancora da Torgiano (PG) in occasione della riunione del Consiglio Generale dell’Unione;
– ed infine una del 26 aprile 1909, in occasione del secondo congresso dell’Unione Veterinaria, nella quale viene ricordata la figura del compianto ed amato Presidente ed inviato alla vedova «un reverente saluto».

Se la personalità del Marchi, in pochi mesi di Presidenza, aveva dato una svolta all’organizzazione dell’Unione dei Veterinari Italiani ed al suo ruolo nel contesto politico del tempo, altrettanto interessante è stata la sua presenza nel Consiglio e poi, con la carica di Vice-Presidente, nell’Opera Pia “Collegio Convitto per gli Orfani dei Sanitari Italiani in Perugia sotto l’Alto Patronato di S.M. la Regina Elena”12.
Nell’archivio del Circolo di Bettolle sono conservate le lettere con le quali gli organi dell’Opera Pia comunicavano al Marchi che veniva prima nominato Membro del Consiglio di Amministrazione nell’assemblea del 26 marzo 1905 e dopo poche settimane, precisamente il 10 aprile, veniva designato alla carica di Vice Presidente del Collegio-Convitto.
Nella riunione del 24 settembre 1908, si teneva il primo Consiglio di Amministrazione dopo la morte di Ezio Marchi.
Nel corso dei funerali e nei giorni del grave lutto, il Consiglio, ma in particolare il Presidente prof. Luigi Simonetta, sono risultati essere molto presenti; molte notizie sono conservate nell’Archivio di Bettolle al quale rimandiamo, mentre vorremmo qui ricostruire i passaggi più importanti della relazione del prof. Simonetta nella cerimonia di commemorazione del settembre 1908, risultante tra i documenti del Circolo: «Quando (il 10 aprile 1905) il Consiglio ci chiamò alla Presidenza della nostra Opera Pia, eravamo, di persona, completamente ignoti l’uno all’altro, sebbene io lo conoscessi già per la meritatissima fama, nella quale Egli era salito, coi suoi studi geniali [...] Un colloquio, nel quale avremmo dovuto scambiarci le nostre vedute, era indispensabile [...] Oggi soltanto, nel rievocare il passato, mi appaiono tutti gli ostacoli che avrebbero potuto sorgere e intralciare il nostro cammino, se la nostra azione non si fosse mantenuta sempre perfettamente concorde. Né deve essere trascurato di notare che... cause di possibili divergenze di vedute avrebbero potuto esservi... differenza di età, diversità di ambiente educativo e nella disuguaglianza di qualche tendenza».
Anche negli ultimi mesi della malattia il prof. Marchi aveva continuato ad interessarsi alle attività ed al suo ruolo nel Consiglio di Amministrazione «[...] egli voleva ad ogni costo venire in Collegio, anzi inaspettatamente vi capitò. Non dimenticherò mai lo sguardo, col quale accolse l’elogio che dal Consiglio gli era giustamente tributato, per la sagacia con la quale soprintendeva al delicatissimo compito di curare la stipulazione dei contratti per le forniture».
Dunque il controllo delle spese, che Marchi curava personalmente, ma anche uno «studio accuratissimo per la determinazione della tabella dietetica giornaliera del Convitto, la attiva sorveglianza su tutto l’andamento della Sezione Maschile, il sagace indirizzo dato a molti affari amministrativi».
I bambini, i ragazzi orfani ospitati nel convitto, godevano da parte di Marchi di una attenzione, diremmo di una “cura” nel senso più pieno che oggi diamo a questa parola, sicuramente in modo non consueto se solo pensiamo alle immagini degli orfanotrofi di quegli anni d’inizio secolo, anche in questo campo dunque l’opera e l’impegno del nostro concittadino devono aver lasciato un segno tangibile.

Il 1907, si conclude con la notizia pervenuta da Bologna che, nella seduta del 12 dicembre, il Consiglio Accademico della Scuola di Medicina Veterinaria di quella prestigiosa Università, gli conferisce l’incarico di professore ordinario per la Cattedra di Zootecnica che egli si apprestava ad accettare «soddisfatto della ben meritata, elevata distinzione, attendeva di trasferire da Perugia e Bologna il suo insegnamento» (Il Moderno Zooiatro, p. 726).
La soddisfazione di Marchi era altresì motivata dalla circostanza di questo prestigioso incarico, perché l’istituzione della Cattedra di Zootecnica era stata espressamente richiesta al Ministro dal Consiglio dei professori «rilevata l’importanza oggi assunta dalla Zootecnia nel campo della Veterinaria quanto in quello dell’agraria e dell’economia... e dati gli speciali interessi della Scuola veterinaria» (ArchEM 6.29), autorizzazione pervenuta con un telegramma del 6 dicembre 1907. Un documento di poco successivo (ArchEM 6.31), della stessa Università conferma al prof. Marchi l’applicazione per il suo incarico dell’art. 69 della Legge Casati13, che consentiva il conferimento di incarichi di Docenza a cattedra senza concorso in presenza di particolari e riconosciuti meriti accademici, dei quali purtroppo non poté raccogliere i frutti.

Oltre il grande impegno nell’insegnamento a Perugia e, come abbiamo visto nelle altre Scuole ed in tutti gli incarichi ricevuti, non si può non segnalare, se pure in estrema sintesi in relazione alla natura di questa monografia, dell’Incarico che il Regio Ministero degli Affari Esteri - Ufficio Coloniale, con una nota datata 12 febbraio 1907, conferiva al prof. Marchi, presso l’Istituto Agrario Superiore di Perugia, per far parte di una commissione zootecnica nella colonia italiana in Eritrea.
Il documento conservato è una nota scritta a mano nella quale si dice:
«Signor Professore, il R. Commissario civile per l’Eritrea Onor. Martini, mi partecipa, che con l’assentimento di S.E. il Ministro di Agricoltura, ha affidato alla S.V. una missione zootecnica nella Colonia. Le trasmetto pertanto la richiesta necessaria per ottenere il biglietto di passaggio da Napoli a Massaua a prezzo ridotto ed a carico dell’Eritrea.
La S.V. dovrà presentarla al Comandante il Deposito della Colonia Eritrea in Napoli almeno un giorno prima della partenza del piroscafo sul quale dovrà imbarcarsi. Con distinta stima e considerazione. Pel Ministro (?)» [ArchEM 6.33].

Sarebbe importante poter affrontare un’analisi puntuale della politica coloniale italiana di quegli anni, in un più ampio e complesso quadro politico soprattutto di carattere internazionale, perché sicuramente ci aiuterebbe a cogliere il significato pieno del valore della missione cui Ezio Marchi partecipava.
Ci limitiamo a riportare alcune date e riferimenti che, se pure generali, ci possono aiutare a collocare l’incarico conferito a Marchi in quel contesto:
– il 1º gennaio 1890 era stata proclamata la Colonia Eritrea e nello stesso mese veniva istituito un Ufficio Coloniale presso il Ministero degli Affari esteri;
– il 1º marzo 1896 avvenne il disastro di Adua con il massacro delle truppe italiane ad opera degli etiopici di Menelik e nell’ottobre dello stesso fu firmato il trattato di pace tra l’Italia e l’Etiopia ad Addis Abeba;
– nel giugno 1897 fu firmato il trattato di commercio italo-etiopico;
– nel 1906 fu costituto a Roma l’Istituto Coloniale italiano, riconosciuto come Ente morale nel 190814.
Nei documenti di archivio appare evidente, l’importanza di questo nuovo impegno, tant’è che risultano pervenute al prof. Marchi congratulazioni dal mondo accademico ed in particolare dai colleghi, dal dottor Curradi (che sarà poi tra i colleghi ed amici veterinari più vicini nei giorni della malattia), a nome dell’Unione Veterinaria Italiana, viene inoltrato a Napoli un telegramma datato 27.2.1907 (ArchEM 12.16). Così come dall’Unione Veterinaria Italiana, Sezione di Montepulciano, a firma del Vice presidente Pignattelli, viene inviata presso l’Istituto Agricolo dell’Asmara una lettera di congratulazioni datata 10.4.1907 (ArchEM. 12.17).
Ezio Marchi parte nel febbraio 1907 e per sette mesi, «oltre a catalogare le diverse razze di animali domestici presenti sul territorio, studiò le condizioni climatiche, agricole, etnologiche, commerciali e politiche in rapporto a quelle zootecniche e i mezzi idonei all’industrializzazione del bestiame». (‘Dizionario biografico degli italiani’, Treccani, Roma, vol. 69, p. 672).
L’amico e collega Curradi, nel numero speciale de Il Moderno Zooiatro (30 luglio 1908, n. 14, Serie III) racconta anch’egli di questa esperienza, che ha minato la salute del giovane studioso «[...] in mezzo ai più grandi disagi, in lungo ed in largo studiandone le razze domestiche, la loro valutazione zootecnica, e suggerendo il da farsi per l’industrializzazione del bestiame della Colonia, il cui Governatore ne prolungava la missione in Egitto. Tornato nel settembre dello stesso anno, presentava la relazione degli studi fatti al Ministero degli affari esteri, che la trovava interessantissima e ne manifestava al Marchi la propria soddisfazione».
Che questo suo lavoro in Eritrea avesse destato interesse ed apprezzamento da più parti, risulta anche dallo spoglio di alcuni dei documenti dell’Archivio del Circolo di Bettolle, da inviti, da note e da molti necrologi che seguirono nei giorni immediatamente successivi alla sua morte nelle diverse riviste dei Comizi Agrari, delle diverse Scuole agrarie ed associazioni con le quali il Professore aveva nel tempo a vario titolo collaborato; ne citiamo alcuni per aiutarci a cogliere il senso, anche in questa esperienza di Marchi, della modernità del suo metodo di studio ed indagine:

Il Circondario
Corriere Quindicinale Agricolo Commerciale, San Miniato, 10 Agosto 1908, Anno I, n. 12
«[...] Il Governo nel decorso anno dava al prof. Marchi l’importante, difficile, delicata missione di studiare nell’Eritrea le condizioni dell’allevamento degli animali e suggerire le norme per rendere profittevole l’industria zootecnica locale».

Rendiconti della Società Italiana di Antropologia, Etnologia e Sicologia Comparata (Archivi per l’Antrop. e la Eol., vol. XXXIII, fasc. 3° - 1908)
«[...] Ultimamente poi, dopo gli studi condotti in Eritrea sulla pastorizia, dettò una relazione piena di sagaci proposte per lo sfruttamento il miglioramento delle razze bovine indigene. Anche questa relazione contiene dati e notizie preziose per l’etnologo...».

La Rivista
Periodico quindicinale, 1 agosto 1908, Anno XIV, Serie IV, n. 15 (Organo della R. Scuola di Viticoltura ed Enologia e del Comizio Agrario di Conegliano)
«[...] Nello scorso anno fu in Eritrea incaricato dal Governo dello Studio del problema agrario zootecnico e nel periodo che fu lontano dall’Italia fu contristato da sciagure domestiche, che infierirono nella casa paterna». Infatti a 63 anni, il 28 aprile 1907 a Bettolle, muore la madre Rosalia Bernardini.

Ancora l’amico Curradi, (cit. Il Moderno Zooiatro del 30 luglio 1908 p. 726), nel ricordare la gravissima perdita per la prematura morte di Marchi, segnala le più recenti opere alle quali il professore aveva lavorato e delle quali non era ancora pronta la stampa:
I progressi degli studi biologici in rapporto alla zootecnia; La pastorizia in Eritrea (Relazione ufficiale al Ministero degli Esteri); ‘Conferenza sul viaggio in Eritrea’, letta in Siena il 3 maggio 1908, e illustrata da oltre 100 diapositive; Zootecnia speciale - Evoluzione genealogica degli animali domestici.
A Siena infatti, dal 3 al 9 maggio 1908, si era tenuta un’importante manifestazione; ne abbiamo trovato riscontro anche nello spoglio delle annate conservate dalla Biblioteca Comunale degli Intronati di Siena, della rivista Agricoltura Senese (già Bollettino del Comizio Agrario di Siena), che nel numero 9 del 15 maggio 1908, Anno XLV, pubblica un redazionale: “Le nostre riunioni agrarie” nel quale si dà conto in maniera articolata degli eventi svoltisi appunto a Siena per una settimana, dal 3 al 9 Maggio: «il Congresso nazionale fra gli agricoltori italiani; il congresso regionale fra gli allevatori toscani di bestiame; il Congresso toscano-umbro dei veterinari; nella stessa occasione si è tenuta una bella Mostra Zootecnica e si è costituita l’associazione tra gli Agenti rurali della Toscana. È stata, dunque, una settimana d’intenso lavoro, del quale le Istituzioni agrarie senesi, che si erano costituite in Comitato ordinatore di queste solennità agricole, hanno ragione di compiacersi».
Il redazionale riferisce la sintesi degli eventi, poiché si dice, la cronaca locale ha dato ampio spazio alle iniziative che hanno visto il 3 maggio l’inaugurazione dei congressi.
In quarta pagina del Libero Cittadino (Periodico politico-amministrativo di Siena) del 3 maggio 1908 è riportato: «Domenica, alle 10, nella sala del Mappamondo, dove si erano raccolte le principali autorità e le notabilità, aveva luogo la cerimonia di inaugurazione della Società tra gli Agricoltori italiani, degli Allevatori Toscani di bestiame e dei Veterinari della Toscana e dell’Umbria.
Al banco della Presidenza presero posto: Il Prefetto comm. Gaudia, l’on. Cappelli Presidente Società Agricoltori, il Sindaco Bianchi Banditelli, il prof. Virgili Presidente del locale Comizio Agrario, l’avv. Pestellini per gli allevatori, il dott. Pietrosi per i veterinari».
Nello stesso periodico senese, nel numero del 30 luglio 1908, tra i cenni necrologici è riportata la notizia della morte di Ezio Marchi. È importante segnalarla, perché anche questa è una conferma che le scelte politiche del nostro concittadino non erano certo condivise in quegli anni, soprattutto nel territori in cui operava direttamente, ma nonostante questo non veniva mai messa in discussione la sua opera di studioso: «Sabato scorso, in seguito a crudele malattia, in una villa del Conte Passerini, a Scandicci, spegnevasi a soli 39 anni, il Prof. Ezio Marchi di Bettolle, professore di zootecnica alla Università di Perugia e in quell’Istituto superiore di Agraria. Il prof. Ezio Marchi [...] l’anno scorso fu nominato Consigliere Provinciale per il mandamento di Sinalunga, ed era preconizzante quale candidato del partito socialista nelle future elezioni politiche. La diversità dei principi non ci impedisce di rendere giustizia alle doti di mente dello scienziato che con gli studi fatti si era messo in grado di rendere utili servigi con onore suo e del suo paese natio».

Il Regio Comizio Agrario del Circondario di Siena, aveva invitato il Marchi anche a far parte della giuria per la premiazione dei bovini della mostra zootecnica organizzata in Piazza d’Armi «in eleganti e comodi padiglioni».
La lettera del presidente del Comizio agrario, datata 12.4.1908, è conservata nell’Archivio del Circolo di Bettolle, ma quasi sicuramente il professore non ne fece parte, mentre era presente il 3 maggio: «Per invito dell’Unione Veterinari, il prof. Ezio Marchi, malgrado la malferma salute, tenne una conferenza con proiezioni sulla Colonia Eritrea, da lui visitata l’anno scorso per incarico del Governo, e ne ottenne un meritato successo». Il redazionale pubblicato segnala molto chiaramente la circostanza della malattia.
Il programma degli eventi della “convention” senese della primavera 1908, fu molto ricco e ci piace darne i riscontri più significativi così come riportati nella cronaca della rivista del Comizio Agrario senese15.
«Il Congresso si chiuse – riporta il redazionale del Bollettino – con un telegramma al Sindaco di Parma inspirato a sensi di pacificazione fra proprietari e contadini».
Anche il congresso degli allevatori ebbe molto seguito, ma non sono riportati gli argomenti trattati; si racconta invece di due escursioni, a Brolio «per ammirare la nuova cantina, l’oleificio... e riposare fra i viali del Castello Ricasoli» e l’altra alla tenuta di Presciano per un sopralluogo ai lavori di regimazione delle acque fatti in quell’area dove erano stati sperimentati quei «provvedimenti che sotto il nome di colmate di monte e fosse giranti costituiscono i mezzi più efficaci per bonificare terreni collinari argillosi».
Questo di Siena sembrerebbe l’ultimo evento pubblico al quale Ezio Marchi partecipa. Sicuramente l’impegno fu gravoso per lui, pur limitandosi alla relazione sugli studi in Eritrea.
Anche il necrologio redazionale del 1 agosto 1908 della rivista L’amico del Contadino, dell’Associazione Agraria Friulana, dal titolo ‘Di un amico degli allevatori friulani’ (Ezio Marchi aveva per questi allevatori una sincera ammirazione, come vedremo più avanti), è ricco di spunti interessanti e cita anche il lavoro di Marchi in Eritrea, in un linguaggio peraltro che esprime sincero apprezzamento per la sua persona: «Quante promesse ardenti di rivederci, quanto desiderio di leggere suoi nuovi lavori, gli interessantissimi studi zootecnici, le recenti sue indagini scientifiche compiute d’incarico dello Stato – nella nostra colonia africana! Eh, Sì! La colonia africana attrasse grandemente i nostro Ezio che troppo affaticò, troppo attese con la mente acuta e lo sguardo penetrante, da risentirsi nel suo fisico e da vedercelo mancare»16.

Tra i necrologi e le lettere di condoglianze pervenute dopo la morte di Ezio Marchi è presente anche una lettera su carta intestata dell’Istituto Agricolo Coloniale di Firenze (Piazza San Marco, 2) datata 26 luglio 1908, Vallombrosa - San Miniato ed indirizzata al «prof. Marchi». La lettera fa riferimento alle «condizioni del Sig. Ezio» ed esprime l’augurio che l’età possa trionfare ancora sul male; la lettera sembra rivolta al padre (anch’egli insigne veterinario) ed evidentemente, quando fu scritta, non era ancora arrivata la notizia che proprio il giorno prima Ezio Marchi era morto.
Nei giorni successivi infatti, nella rivista dell’Istituto Agricolo Coloniale di Firenze, L’Agricoltura Coloniale, (luglio-agosto 1908, Anno II, n. 4), è riportato: «Questo stesso fascicolo che doveva contenere scritti di Lui, nostro prezioso collaboratore per un periodo pur troppo si breve, deve invece portare ai lettori dell’Agricoltura Coloniale la triste notizia che Ezio Marchi è morto [...] Noi, per il ramo speciale di studi di cui ci occupiamo, cominciavamo ora a valerci dell’opera sua illuminata, poiché appunto nell’anno scorso Egli passò diversi mesi nella colonia di Eritrea per conto del governo italiano, e là alacremente studiando le questioni zootecniche delle regioni extra europee tropicali, aveva raccolto larga messe di notizie e indagini e osservazioni, da cui ora traeva e offriva alla scienza i primi frutti. L’ultima sua importante manifestazione fu infatti la lettura sulla pastorizia in Eritrea, tenuta magistralmente al Congresso degli Allevatori toscani a Siena nello scorso Maggio...».
L’Istituto Agricolo Coloniale Italiano, dal riscontro dei necrologi inviati su carta intestata, nel luglio 1908 era già operativo; da altre notizie risulterebbe altresì che lo stesso era stato fondato a Firenze nel 1904 da un gruppo di appassionati studiosi di ambienti tropicali, successivamente trasformatosi nell’Istituto Agronomico d’Oltremare, attivo ancora oggi, anche come organo di consulenza e assistenza tecnica e scientifica del Ministero degli Affari Esteri, nel campo della cooperazione allo sviluppo nei settori dell’agricoltura e dell’ambiente dei paesi in via di sviluppo.

Del 14 maggio 1908 (ArchEM 5.84) è un invito inoltrato al prof. Marchi a Perugia dall’organismo costituito a livello nazionale, l’Istituto Coloniale Italiano con sede a Roma, Piazza Venezia (vd. nota 14), con il quale si dà notizia della imminente organizzazione a Roma – nel mese di ottobre di quell’anno – del Primo Congresso degli Italiani all’Estero, promosso sotto l’Alto Patronato di S.M. Vittorio Emanuele III.
Lo scopo dichiarato del Congresso è quello di «[...] sempre più stringere i vincoli tra la madre patria e gl’Italiani che vivono fuori d’Italia e di ottenere con il loro concorso una conoscenza più esatta dei bisogni e delle aspirazioni delle nostre colonie». Viene altresì rappresentato al Marchi che nell’ambito del congresso è prevista la costituzione di una «speciale Commissione della quale si chiamano a far parte quanti sia con l’opera, sia con gli scritti, hanno dimostrato di avere a cuore il miglioramento delle Colonie medesime» e viene espressamente richiesto il suo intervento motivando: «Ella che ha dato tanta Sua intelligente operosità allo studio dei problemi che si riferiscono alla prosperità delle due Colonie confido vorrà sovvenire dell’ausilio suo il nostro lavoro consentendo di far parte di questa Commissione», ma l’invito va al di là e spiega «L’opinione pubblica che fu già in Italia così avversa alla politica Coloniale, pare aver oggi abbandonate le prime ripugnanze e i disdegni di un tempo. Ma occorre illuminarla, col diffondere una più larga e più precisa conoscenza dello stato reale delle cose, per attrarre verso le nostre Colonie di dominio diretto non soltanto le acquiescenze ma le simpatie e le energie del paese».
L’organizzazione nel formulare l’invito invia anche una bozza prestampata per la risposta che, purtroppo non è mai stata usata.
La morte sopraggiunta a soli due mesi da quell’invito, ha impedito che questo tema degli studi sugli allevamenti in altre terre, condizioni ambientali e socio-economiche potesse dare frutti più rilevanti, oltre quelli lasciati e conservati nelle Relazioni ufficiali richiamate e dalla pubblicazione La Zootecnia coloniale, di cui una copia è conservata anche nell’Archivio del Circolo di Bettolle, così come alcuni documenti fotografici della permanenza in Africa di Ezio Marchi.
L’importanza ed il valore scientifico del lavoro e delle ricerche che Ezio Marchi curò in Eritrea per conto del Ministero, hanno necessità di approfondimenti che non possono trovare posto in questo lavoro e che ci auguriamo possano invece essere oggetto di specifici studi successivi a fronte anche della possibile disponibilità della documentazione citata, come le “100 diapositive” che illustrarono la sua relazione a Siena.
Già nel 1907 Marchi, aveva colto la necessità di documentare un lavoro di tale portata anche con l’ausilio di fotografiche, come d’altronde raccontare allora un contesto ambientale così diverso come quello africano? Certo oggi questo appare scontato, ma 100 anni fa, certo non lo era!

Ezio Marchi, Docente universitario tra i più ricercati, teorico e scienziato apprezzato non solo nel mondo accademico italiano ma anche all’estero, metteva il suo sapere al servizio degli allevatori e dello sviluppo economico, nella convinzione che «ciò che oggi è più reclamato dalla utilità sociale, consista nell’armonico ordinamento del lavoro da svolgersi nel campo della pratica e della scienza» (cit., ‘Conferenza’ 1906 p. 755 - Il Moderno Zooiatro).
Buona parte della documentazione consultata tra quella conservata dal Circolo di Bettolle: lettere di incarico, ringraziamenti, attestati, encomi, diplomi di benemerenza, ma anche i moltissimi necrologi apparsi sulle riviste del settore dopo la sua morte, ci raccontano anche dell’intensa attività svolta dal prof. Marchi in qualità di giurato, di presidente di giurie, di relatore, di collaboratore di associazioni agrarie in moltissime realtà del nostro Paese ed anche all’estero.
I documenti dell’Archivio del Circolo di Bettolle, ed altri di analogo periodo consultati presso la Biblioteca Comunale degli Intronati di Siena, ci permettono di dare conto, se pure molto parzialmente, di questo impegno di Ezio Marchi nel contesto economico dello sviluppo agricolo e zootecnico di quegli anni a cavallo tra la fine del XIX secolo e gli inizi del ’900.

Riteniamo però utile, se pure in estrema sintesi, dare alcuni riferimenti generali di contesto necessari per inquadrare l’importanza che in quegli anni assumeva quel legame virtuoso che si stava creando tra la “pratica e la scienza”, almeno per alcuni esponenti del mondo accademico, che come Ezio Marchi erano particolarmente attenti alle problematiche di sviluppo del giovane stato unitario, condividendo una sorta di comune impazienza di partecipazione ed alacre attività.
In questo percorso, illuminante è il pensiero di Ezio Marchi così come ci viene restituito dalla Conferenza del 1906 che continueremo via via a seguire.
In un discorso del 15 giugno 1860 Cavour aveva affermato: «L’agricoltura tende ogni giorno a diventare un’arte con norme fisse, con regole generali, che può valersi e giovarsi dei consigli e dell’insegnamento della scienza. Io credo quindi che quando il governo promuova gl’insegnamenti delle scienze affini all’agricoltura e al modo di applicarle all’arte medesima, possa essere di grandissimo giovamento. E sono dell’avviso che il governo possa e debba, nell’interesse dell’agricoltura, fare alcuni esperimenti che riuscirebbero troppo gravosi ai privati» (A. Caracciolo, Stato e Società. Problemi dell’unificazione italiana, Torino, Einaudi, 1960).
Il Ministero di agricoltura industria e commercio fu infatti istituito con un Decreto del 5 luglio 1860 n. 4192 della Raccolta del Regno di Sardegna17.
Il nuovo Dicastero voluto fortemente da Cavour assumeva un importante ruolo nel campo dell’insegnamento tecnico e una funzione di guida nella sperimentazione di nuovi procedimenti e metodi per l’agricoltura, per lo studio delle razze nostrali, nonché sulle scuole tecniche, le esposizioni, le mostre.
È passato quasi un decennio dal tempo delle annessioni e della liberazione del Mezzogiorno, messi a sistema i problemi più urgenti della unificazione statale e del nuovo assetto amministrativo, verso la fine degli anni sessanta, gli storici evidenziano come sia nell’opinione pubblica, che nei partiti, nel parlamento, nel governo, si assisteva ad un risveglio di esigenze di espansione economica, di ambizioni coloniali, una attenzione alle questioni sociali.
Prima che gli avvenimenti internazionali del 1870-1871 si riversassero con le loro conseguenze anche sull’Italia, «Forze nuove erano andate maturando nella realtà del paese, che volevano servirsi dell’atmosfera di libertà e dell’appoggio statale, per procedere lungo le direzioni che i tempi suggerivano. Erano i ceti dei proprietari fondiari, degli agrari, che proponevano con un forza finora inconsueta le propri specifiche istanze, chiedendo provvidenze allo Stato senza più timore di essere accusati di protezionismo o di “socialismo” e con decisa volontà di farsi ascoltare. Da alcuni anni ormai si era estesa su scala nazionale, ma soprattutto nel Centro e nel Nord, la rete dei Comizi Agrari e si era formata una Società degli agricoltori italiani priva di veste ufficiale, ma autorevolmente rappresentativa di tutta la classe. Sorgevano per ogni dove speciali istituzioni di produttori di vino o di cotone, di riso o di frumento. Si moltiplicavano i bollettini, i “giornali pratici”, le riviste di interesse agrario. E soprattutto cominciava a cadere il tradizionale isolamento fra gli agricoltori, fra i possidenti, faceva strada visibilmente il senso della comunanza dei loro interessi e della necessità di un’azione concertata a propria difesa. Il Ministero dell’Agricoltura diventava adesso l’istituzione sulla quale si puntavano gli sguardi, e dalla quale molto si pretendeva»18. (Alberto Caracciolo, L’inchiesta Agraria Jacini, Torino, Einaudi, 1976, p. 6).

marchiAnni in cui dunque da più parti ci si auspicava una “grande rivoluzione di idee” ed in effetti i molti documenti consultati poiché legati all’operato di Marchi nel ruolo della zootecnia in campo economico, ci confermano come le esperienze dei “Comizi Agrari”, delle “Cattedre Ambulanti”, delle “Società degli Agricoltori”, la cui genesi va appunto ricercata in questi anni di impegno e fiducia nello sviluppo.
Il Regio Decreto n. 3452 del 23 dicembre 1866 prevedeva che in ogni capoluogo di circondario19 avesse a sorgere un Comizio Agrario20 «Questi Comizi Agrari i quali sono mantenuti finanziariamente dai contributi di Comuni e dalle quote dei Soci hanno lo scopo di promuovere tutto ciò che può tornare utile all’incremento dell’agricoltura» (‘Comizio Agrario, Consorzio Agrario e Cattedra Ambulante’, in Agricoltura Senese - già Bollettino del Comizio Agrario di Siena, Anno XLII, Dicembre 1908, n. 12).
Più analiticamente i Comizi Agrari avevano tra i principali compiti quelli di suggerire al governo «provvidenze generali e locali atte a migliorare le condizioni dell’agricoltura», raccogliere ed offrire al governo le notizie che fossero richieste nell’interesse del settore agricolo21, «adoperarsi per far conoscere e adottare le migliori colture, le pratiche agrarie convenienti, i concimi vantaggiosi, gli strumenti rurali perfezionati, le industrie affini all’agricoltura che possano essere utilmente introdotti nel paese», i Comizi erano anche deputati a studiare «le industrie affini all’agricoltura di utile e possibile introduzione nel paese».
Tra i diversi compiti, degno di nota anche quello specificamente assegnato ai Comizi Agrari per la promozione di concorsi, di sperimentazioni ed esposizioni di prodotti e macchine agricole, la messa a punto di regolamenti igienici e contro la diffusione delle epizoozie.
I Comizi non dipendevano dal Ministero dell’agricoltura, ma rappresentavano enti pubblici territoriali, ricalcando in questo il modello allora avviato con la costituzione delle Camere di Commercio22.
La partecipazione dei soci era quindi volontaria, ogni Comizio doveva provvedere al suo funzionamento, che si reggeva sulle quote dei Soci, sui contributi delle amministrazioni locali e talvolta dello Stato; era soggetto al controllo della Deputazione provinciale e della Prefettura.
Laddove queste sinergie furono effettive, e dunque in molte esperienze del Nord e del Centro Italia, i Comizi Agrari contribuirono ad avviare laboratori di diverso genere, ottemperando al loro compito istituzionale.
I comizi più attivi crearono una “cattedra ambulante”, stipendiando un laureato in scienze agrarie e/o zootecniche che tenesse conferenze nei borghi rurali della provincia illustrando le nuove metodologie agricole e di allevamento.

Lo sviluppo e la sperimentazione delle Cattedre fu particolarmente rilevante nell’Italia Settentrionale e centrale, generalmente nelle aree ad agricoltura più evoluta, poiché trovarono qui un ambiente molto favorevole sia nell’apporto degli enti locali, che nel ceto degli agricoltori, piccoli e grandi, che ad esse si rivolsero largamente per aggiornarsi sui più importanti problemi tecnici, sorti con l’uso dei concimi chimici, con l’uso delle sementi selezionate, col diffondersi delle meccanizzazione, con l’aumento e la selezione del patrimonio zootecnico. Si era poi creata fra i cattedratici e le classi agricole un’intima fusione di propositi e di azione per il miglioramento dell’agricoltura dopo tanti secoli di isolamento ed anche d’incomprensione da parte delle classi dominanti, che portò a risultati imprevisti e veramente insperati.
Alle prime Cattedre Ambulanti si affiancarono numerosi Consorzi Agrari che ebbero un ruolo rilevante poiché ne furono finanziatori e promotori al contempo e favorirono gli interventi anche di Casse di Risparmio, di Banche Popolari e di altri Istituti bancari, che nei diversi contesti territoriali, già assumevano un ruolo importante nel sostegno allo sviluppo delle economie locali.
Il numero 12 del dicembre 1905 (anno XLII) della rivista Agricoltura Senese (già Bollettino del Comizio Agrario di Siena)’, riporta a firma del Presidente Filippo Virgili, un editoriale ricco di spunti interessanti, ne richiamiamo alcuni:
«...Col prossimo numero s’inizia il 43° anno della nostra esistenza; e il Bollettino trasformato quest’anno in giornale, riprende nuovo vigore e promette nel 1906 di uscire due volte al mese.
Il comizio agrario, che nella sua senilità, vede crescere intorno a sé [...] il Consorzio Agrario e la Cattedra Ambulante, suoi figli prediletti, entra in una giovinezza nuova e prosegue con rinnovata energia nel suo programma di propaganda agricola e di tutela degli interessi degli agricoltori [...]. La nuova agricoltura deve passare dalle formulazioni teoriche dei ricercatori [...] alla pratica attuazione: la prova sperimentale nella vita quotidiana dei campi è il fertile laboratorio di questo nuovo indirizzo scientifico».
Nello stesso numero, come una sorta di bilancio ed anche di programma per il futuro, viene riportato un articolo che ricostruisce il ruolo assunto dalle istituzioni citate: Comizi Agrari, Cattedre Ambulanti, Consorzi Agrari, anche nella nostra provincia, poiché si scrive: «è bene che gli agricoltori i quali sono soliti far confusione e indirizzano indifferentemente la corrispondenza ad una o l’altra di queste istituzioni, siano edotti della differenza fra l’una e l’altra», ma si prende atto anche che:
«L’entusiasmo che in quel momento ferveva, fece ritenere realizzabile un così vasto programma, ma la realtà non corrispose alle speranze e a riscontro di pochi Comuni che si resero benemerenti veramente, altri e sfortunatamente la massima parte, vissero vita inonorata senza dare segno alcuno di benefica attività».
Ed infatti anche nell’esperienza senese si evidenzia come alcuni Comizi Agrari nelle intervenute difficoltà di far fronte alle esigenze della nuova agricoltura in fieri, assumono la veste di “Consorzi”23 che «hanno lo scopo commerciale di acquistare collettivamente merci agrarie, (concimi, semi, anticrittogamici, macchine ecc.) o di vendere collettivamente i prodotti del suolo e delle industrie agrarie a profitto dei propri soci o anche degli agricoltori tutti della regione [...] Cooperazione e diffusione dell’istruzione agricola ecco i due grandi fattori di miglioramento della grande derelitta», l’agricoltura ovviamente.
Nello stesso numero della rivista Agricoltura Senese del 12 dicembre 1905, in un articolo successivo, firmato dal Direttore della Cattedra Ambulante del Comizio Agrario senese prof. Vittorio Racah, si definisce infine il ruolo delle “Cattedre Ambulanti” così come risultava in quei primi anni di inizio secolo nella realtà senese e come «le conferenze nei comuni campagnoli, le visite presso i proprietari, la consulenza privata, per iscritto o a voce, la propaganda delle buone norme di cultura per mezzo della stampa, sono i mezzi con i quali la Cattedra ambulante spiega la sua azione» ed inoltre, si aggiunge, come la benefica influenza delle Cattedre si esplica anche grazie alla «libertà di azione» di cui si avvalgono coloro che le dirigono, ed il loro funzionamento «scevro da pastoie burocratiche, consentono al personale che le compone, quasi sempre giovane ed animato da fervore entusiastico della propria missione, di esercitare in modo efficace una specie di apostolato agricolo».
Al contempo si segnalano anche i problemi che le Cattedre Ambulanti trovano in questa “mission” ed in particolare quelli relativi al loro mantenimento, poiché si evidenzia che la loro azione potrebbe essere molto più efficace se «gli enti [...] dessero prova di maggiore liberalità al loro riguardo» e dunque si conclude con amarezza: «Quanto tempo dovrà trascorrere prima che l’agricoltura sia considerata non a parole ma a fatti, la fonte principale del benessere economico del nostro paese!».
Ma è soprattutto un ampio redazionale del 15 maggio 1906 apparso sulla rivista in esame, che ci può aiutare a chiarire meglio il ruolo che hanno avuto in quegli anni le attività svolte dalla «nostra Cattedra di Agricoltura», quella del Comizio Agrario Senese ovviamente, che si dice essersi occupata sostanzialmente, fino a quel momento, più che altro di attività a sostegno all’incremento della produttività dei terreni, promuovendo la diffusione «delle buone regole di concimazione, della razionale coltura dei prati», oltre che sostegno e direzione per l’impianto di «viti resistenti alla Fillossera – che come spada di Damocle pende sulla nostra viticoltura –, a promuovere la coltivazione di buone piante da frutto, a indicare con quali mezzi si può avvantaggiare la coltivazione del frumento, del granturco, la fabbricazione del vino, l’allevamento del baco da seta ecc.».
Un lungo elenco quindi di attività e di ambiti di intervento, ma, si dice poi: «uno dei vitali argomenti, per la nostra economia rurale, l’allevamento del bestiame, ha dovuto finora restare fuori dall’orbita delle nostre trattazioni.
Ed oggi accingendoci a colmare tale lacuna, vedo quali e quante difficoltà si presentano alla formulazione di un programma, che mi accorgo essere in molti punti agli antipodi con quello che da molti anni si va svolgendo nella nostra Provincia e che la consuetudine fattasi legge, tenderebbe a perpetuare».
Evidente quindi come le difficoltà delle Cattedre Ambulanti fossero anche di ordine culturale nel confronto con tradizioni locali dure a morire e non sempre pronte a cogliere le novità come quelle che venivano appunto dagli «orizzonti della zootecnia [...] che l’opera attiva ed intelligente di una schiera di zootecnici insigni ha cercato sempre di completare e tuttodì completa e affina».
E infatti, Ezio Marchi, sicuramente uno dei più insigni zootecnici, aveva un pensiero preciso in merito al ruolo delle Cattedre Ambulanti in ambito zootecnico, espresso puntualmente nella Conferenza del 1906, nella quale tra l’altro scrive: «Alle Provincie la cura dell’insegnamento pratico ambulante. I voti espressi più volte in altri Congressi affinché si istituiscano Cattedre Ambulanti di zootecnia possono essere benevolmente raccolti [...]. Io credo che assai più conveniente sarebbe l’istituzione di posti di assistenti zootecnici presso le Cattedre Ambulanti di Agricoltura delle zone dove importante è l’industria del bestiame. Questi posti dovrebbero essere conferiti a preferenza ai veterinari e dovrebbero essere convenientemente remunerati. Qualche Cattedra Ambulante si avvale anche oggi dello “assistente veterinario”; ma a quanto so è una carica onorifica. E ciò è dannoso e immorale.
Per ora almeno, dicevo, trovo raccomandabili gli assistenti zootecnici veterinari, non le Cattedre Ambulanti di zootecnia. Il veterinario è troppo digiuno di cultura economica ed agraria; l’agronomo ha una coltura superficiale di zootecnia. Ma questi è nelle migliori condizioni per risolvere il problema di economia agraria e zootecnico: che il lavoro direttivo è meglio affidarlo a lui che al veterinario che rimane il tecnico specialista del bestiame.
Ma le Province una volta che potessero legalmente essere libere di legiferare in materia di zootecnia avrebbero il compito di disciplinare il lavoro nelle proprie zone, secondo programmi ben stabiliti dai Consigli provinciali zootecnici, creati non “usum delphini”, ma elettivi da parte degli allevatori o dei Sindacati di allevamento e di aiutare le “Commissioni provinciali permanenti per il miglioramento del bestiame”, che sono, per il momento, buoni organi e come termine di transizione ai Consigli zootecnici provinciali, raccomandabili» (cit., p. 775).

Ancora una volta viene riconfermato lo stretto legame necessario tra la “teoria” e la “pratica”. Questo spirito è evidente nelle moltissime collaborazioni di Ezio Marchi con i Comizi Agrari, le Cattedre Ambulanti, le Società di Agricoltori, a partire da quelle agli inizi della sua carriera, per seguire poi in giro per l’Italia ed all’estero.
Molto interessanti sono stati alcuni riscontri, relativi a manifestazioni nella provincia di Siena e nella nostra Regione, che hanno visto Marchi protagonista e risultano riportati in alcuni numeri del Bollettino del Comizio Agrario Senese, che già abbiamo citato, mentre i molti necrologi pervenuti dopo la sua morte, ci danno conferma delle tante ed articolate collaborazioni in giro per l’Italia.
Dal Comizio Agrario comunale di Anghiari, in una nota del 1892 indirizzata a Bettolle, si chiede a Marchi di far parte di una giuria di concorso [ArchEM 5.1]; del 1893 è la nota della Società Veterinaria Umbra-Senese-Aretina, con la quale viene comunicato a Marchi di essere stato designato per il coordinamento, la gestione, la creazione di un’associazione di allevatori di razza bovina Valdichiana [ArchEM 5.2].
Del 1895, è la lettera del Comizio Agrario Vegni con sede in Cortona, nella quale Marchi viene nominato a far parte della giuria di una mostra di bestiame ad Arezzo, per l’occasione è stata predisposta una tessere di riconoscimento [ArchEM 5.3, 8, 2] e sempre a proposito di questa esposizione del 1895 ad Arezzo, sono anche disponibili copie della Conferenza tenuta da Marchi in quella occasione, sicuramente il frutto dei suoi primi studi sulla “chianina”: La Razza Bovina di Val di Chiana, le sue varietà, le sue attitudini e i miglioramenti da praticarsi [ArchEM 10.4].
Una successiva nota del Comizio Agrario Vegni in Cortona, datata 10 luglio 1899, è indirizzata: Ill.mo Dott. Ezio Marchi - Barullo, ed ha per oggetto “Nomina a giurato” per la mostra di bestiame organizzata nell’ambito dell’Esposizione Agraria ed Operaia di Arezzo; degno di nota come in queste manifestazioni di Arezzo sia richiamata anche una esposizione “operaia”, purtroppo non abbiamo elementi ulteriori per comprendere a cosa si facesse riferimento.
Risultano anche di questi anni (1897-1900) le prime collaborazioni con il Comizio Agrario di Firenze, sempre per far parte della giuria di mostre di bovini [ArchEM 5.6, 5.9], ce ne saranno poi molte altre negli anni a venire.
Degno di una notazione particolare è una lettera: Foiano, 9 dicembre 1899, che abbiamo ritenuto di dover trascrivere, per il suo contenuto strettamente legato al nostro territorio:
«I sottoscritti animati dall’intendimento di migliorare le condizioni agrarie della Valdichiana promuovendo principalmente l’allevamento razionale del Bestiame, l’introduzione di nuove colture non che modificazioni ai sistemi attualmente usati si sono posti d’accordo per farsi promotori di un’Associazione tra i Proprietari e quanti s’interessano dell’Agricoltura nella nostra regione.
A questo oggetto confidano nel di Lei appoggio perché voglia cooperare alla costituzione dell’Associazione accettando di far parte del Comitato Direttivo in unione ai Signori:
Arrighi Griffoli Giacomo - Brunori Ing. Enrico - Capei Dott. Alessandro - Cenni Cav. Giulio - Del Corto Giovan Battista Presidente del Comizio Agrario di Foiano - Di Frassineto Massimo - Farina Emilio - Guillichini Cav. Luigi Presidente del Comizio Agrario di Arezzo - Lazzeri Orazio - Marchi Prof. Ezio - Presidente del Comizio Agrario di Motepulciano Pignattelli Dott.Iacopo - Pagliai Becattelli Dott. Ferdinando - Mazzolini (?) Gaetano - Vannuccini Prof. Vannuccio».
«Le accompagnamo intanto una copia del progetto di Statuto perché Ella possa farsi un concetto degli intendimenti dell’Associazione e la pregano a voler intervenire all’adunanza che avrà luogo in Foiano (sede del Comizio Agrario) il 18 dicembre 1899 (ore 10 a.m.) per discutere il seguente ordine del giorno:
1° Discussione e approvazione del progetto di Statuto
2° Elezione del Presidente, del Vice Presidente, del Segretario e del Cassiere.
3° Nomina delle Commissioni
4° Concorso a premi per Bestiame
La lettera risulta conclusa (non sottoscritta) con i nomi di:
Giacomo Arrighi Griffoli
Enrico Brunori
Alessandro Capei
Giovan Battista Presidente del Comizio Agrario di Foiano
Alfredo Di Frassineto
Massimo di Frassineto
Orazio Lazzeri».
Questa nota risulta intestata genericamente “pregiatissimo Signore” e dunque si può presupporre che i promotori, i nominativi che la chiudono, l’abbiano inviata a persone diverse, che potevano avere interesse alla costituzione di questa nuova associazione in Valdichiana ed alle quali chiedevano, in calce alla lettera di indirizzare la risposta al Sig. Massimo di Frassineto - Frassineto (Prov. di Arezzo) [ArchEM 12.3].

La “Società Agricoltori di Val di Chiana”, si è poi effettivamente costituita poiché, successivamente alla nota sopra riportata, altre sono indirizzate al prof. Marchi, tra le quali:
quella datata 11 marzo 1900 indirizzata al prof. Ezio Marchi – Perugia, a firma del Presidente Massimo di Frassineto, nella quale si partecipa al Marchi che nella riunione del 5 marzo il Comitato Direttivo della “Società degli Agricoltori di Val di Chiana” lo nominava «Compilatore del Libro Genealogico. L’onore che Ella porta al progresso Zootecnico rende fiducioso il Comitato che ella vorrà accettare tale incarico» [ArchEM 5.8].
Una seguente datata 10 maggio 1900, sempre indirizzata al prof. Ezio Marchi a Perugia, nella quale il Presidente Massimo di Frassineto, lo invita a far parte della Commissione di giuria per l’esposizione del bestiame prevista a Foiano il 4 giugno dello stesso anno [ArchEM 5.11].
Tra i documenti conservati presso l’Archivio del Circolo di Bettolle molte sono lettere e note di ringraziamenti pervenute ad Ezio Marchi da più parti, per le quali rinviamo all’appendice, ma a proposito di collaborazioni con le associazioni ed i Comizi Agrari tra i più attivi in questi anni di fine/inizio secolo, ci piace citarne alcune perché ci confermano della intensa attività del professore, che in quegli anni stava riscuotendo successi e riconoscimenti nella carriera universitaria, come già abbiamo visto, ma che contestualmente, seguendo la sua filosofia, tesseva significative collaborazioni di ordine pratico.

Della Società degli Agricoltori Italiani con sede in Roma, una nota datata 11 novembre 1900, nella quale si ringrazia il Marchi per gli studi compiuti sulle condizioni dell’agricoltura italiana [ArchEM 7.4]; un’altra di poco successiva, 28 febbraio 1901, che proviene dal Comizio Agrario e Circolo agricolo del circondario di Rimini, con i ringraziamenti per la relazione di Marchi sulla Razza bovina Romagnola [ArchEM 7.6].
La presenza ed il lavoro di Marchi in Emilia era molto rilevante in quegli anni, anche per il significativo incarico che svolgeva presso la Regia Scuola di Zootecnica e Caseificio Zanelli di Reggio Emilia; risulta anche conservato un diploma (1902) di socio onorario della Società Agraria di Reggio Emilia, una tra le più attive in quel periodo [ArchEM 7.8].
Particolarmente interessante per noi, una nota del 1 novembre 1901, indirizzata al prof. Ezio Marchi a Reggio Emilia, dove stava appunto insegnando e dirigendo il Deposito annesso alla Scuola, nella quale il Comizio Agrario della Val di Chiana con sede in Foiano, informa il professore di aver ricevuto da parte della Società degli Agricoltori della Val di Chiana, una copia della «pregiata di Lei ultima pubblicazione Indirizzo necessario per migliorare la razza bovina di Val di Chiana, deliberava un voto di encomio alla S.V. Ill.ma per l’opera assidua lodevole ed efficace da Lei costantemente spiegata a vantaggio del miglioramento della Razza chianina» [ArchEM 7.7].

Alcuni dei documenti esaminati risalgono al 1905 e fanno riferimento alla partecipazione di Marchi ad un importante evento tenutosi a Grosseto, del quale abbiamo avuto un riscontro interessante anche nello spoglio dei numeri di quello stesso anno della rivista senese, che già abbiamo citato.
Poiché queste notizie hanno a che fare con esperienze della nostra regione, ci pare utile ed interessante richiamarle.
Il primo documento indirizzato al prof. Ezio Marchi a Perugia, è del 2 febbraio 1905, il Comizio Agrario della Provincia di Grosseto gli partecipa la nomina a «Membro del Comitato d’Onore per la Mostra Zootecnica Interprovinciale» ed in calce alla stessa, Ezio Marchi annota a mano copia della sua risposta con la quale accoglie la nomina [ArchEM 5.44].
Con la nota successiva, del 28 marzo 1905, il Comizio Agrario della Provincia di Grosseto comunica a Marchi anche la nomina a Presidente della Giuria per la Mostra Zootecnica Interprovinciale che si terrà a Grosseto nei giorni 13, 14 e 15 maggio. La nota è molto interessante in quanto specifica anche le categorie di animali che saranno oggetto della mostra e delle premiazioni, l’elenco riporta: «Bovini Chianini [come potevano mancare], da latte, meticci da carne e da lavoro, meticci da carne e da latte, buoi da lavoro non oltre gli 8 anni, animali da cortile» [ArchEM 5.47.]. L’evento di Grosseto, essendo a carattere interprovinciale, vide una rilevante organizzazione, anche perché alla mostra si affiancava negli stessi giorni il V Congresso degli Allevatori Toscani ed allo scopo Ezio Marchi fu anche chiamato dal Comizio Agrario di Firenze a tenere una specifica relazione sul tema: ‘Genealogia della razza vaccina maremmana e opportunità di modificarla con incroci di altre razze’» [ArchEM 5.47].
Della mostra di Grosseto si dà un bel resoconto nel numero del maggio 1905 (Anno XLII, n. 5) della rivista Agricoltura Senese, una sorta di istantanea di quei giorni:
«La simpatica capitale della maremma si era agghindata a festa per fare onesta accoglienza agli appassionati di bestiame [...]. Ma un deprecabile destino, una fatalità della natura turbò questa festa del lavoro, perché una pioggia torrenziale, incessante [...] ridusse il campo della Mostra in un vero padule e trasformò stalle e mandrioli in vasche di lurida melma. Dappertutto si affondava fino al ginocchio senza che fosse dato di accostarsi agli animali permodoché si travedevano forme splendide di tori, mandrie belline di vacche e di potenti bovi, cavalle fattrici e stalloni ammirevoli ma da lungi, come fra mezzo a una nebbia evanescente [...] la giuria stessa, caso unico, credo, negli annali delle Esazioni, dovette assolvere il suo faticoso compito a cavallo!». Dunque Ezio Marchi sapeva cavalcare, visto che di questa giuria era il Presidente!
«Nonostante l’impressione generale fu che in Maremma sono in corso seri e fecondi tentativi di rigenerazione zootecnica che se verranno seguiti con un indirizzo razionale e subordinandoli alle svariate condizioni dei diversi ambienti culturali, porteranno presto [...] un miglioramento notevole alle condizioni dell’allevamento e della agricoltura di questa nobile ma disgraziata regione». Ovviamente il problema principale che poneva vincoli all’evoluzione di questi processi di miglioramento strettamente legato al risanamento delle paludi, «[...] che forse in un avvenire più o meno lontano tutta la parte impaludata potrà risanarsi e popolarsi ed allora [...] sarà possibile la cultura mediamente intensiva con la mezzadria o quella più intensiva con la conduzione diretta basata su metodi moderni [...]. La parte collinare poi, sassosa a pendenze ripide con poca terra [...] dovrà ancora per secoli essere utilizzata col solo mezzo della pastorizia brada [...], la severa e suggestiva melanconia del paesaggio maremmano.. non cederà forse mai il luogo alla civettuola casetta contadinesca della mezzadria toscana, né forse mai i lecci...
...E quand’anche la febbre diventasse un ricordo del tempo trascorso e l’uomo potesse a un tratto far l’aria balsamica e salubre, non potrà, né render densa la popolazione di questi deserti, né ridurre più facilmente lavorabile lo scoglio o il clima estivo far divenire meno ardente; ed è perciò che la lunata fronte del bove grigio paziente ai disagi, ai digiuni, alle stagioni avverse, infaticabile e fiero, dalle lunghe corna e dagli arti raccolti, non è prossima ancora a ritirarsi davanti al suo congenere della Val di Chiana, dalla pelle nivea e dalla gamba allungata, bisognoso della pingue provianda e del non troppo faticoso lavoro. La questione della bonifica agricola della Maremma, soprattutto collinare, si complica dunque di troppi elementi [...] solo ritengo che la bonifica intensificatrice, per conseguire risultati economici soddisfacenti, debba essere condotta con estrema prudenza, adottando criteri direttivi diversi regione per regione e quasi tenuta per tenuta e solo dopo un maturo ed approfondito studio dei fattori sopraccennati».

I temi del risanamento ambientale erano, per ovvi motivi, di grande attualità. Ezio Marchi stesso ne parla molto chiaramente nel testo della Conferenza più volte ricordata, e rafforza la sua opinione sul ruolo programmatore dello Stato, che, a parer suo: «può svolgere una potentissima e benefica azione per l’intera nazionalità se compie quei lavori che preparano l’ambiente nei quali devono svolgersi le attività individuali [...]. Vediamo con quali attività indirette lo Stato può avvantaggiare al massimo la zootecnia.
Ricordate la Val di Chiana attraverso i primi 18 secoli dell’era cristiana e la Val di Chiana dell’oggi. L’Alighieri, l’accomuna alla Sardegna e alla Maremma e ne fa termine di confronto coi mali ed i tormenti dell’ultima Chiostra di Malebolge: ma, prosciugata la valle questa ritorna il granaio della Toscana; la popolazione raddoppia dal 1745 al 1893; un relativo benessere si estende. Qualunque lavoro di grande bonifica è un risanamento dell’ambiente fisico, è una conquista di fertile terreno di vergini miniere di ricchezza agricola e zootecnica; è un’opera di interesse pubblico e di elevazione etica, di compattezza etnica» (cit., p. 767).
Solo queste parole meriterebbero oggi riflessioni stringenti sui temi che ci stanno molto a cuore del legame tra natura, ambiente, economia e sviluppo sostenibile, ma per ovvie ragioni dovranno essere oggetto di altri approfondimenti.
Le riflessioni sul legame tra pratiche culturali ed ambiente locale ritornano a più riprese nelle riviste agricole di quegli anni, che abbiamo avuto modo di consultare in quanto afferenti al nostro territorio; ad esempio, in un articolo dell’ottobre 1905 (Anno XLII, n. 10) di Agricoltura Senese, viene riportata la notizia di un Concorso svoltosi tra i coloni del Comune di Monteriggioni, voluto e sostenuto dal Comune stesso, e si evidenzia come «...sebbene queste iniziative dei Comuni siano in apparenza di poco rilievo e modeste, possono esercitare invece una salutare influenza sull’orientamento agricolo di un Comune e chi è pratico di cose rurali non ignora infatti come una semplice modificazione di una pratica culturale già esistente o l’adottare una nuova rispondente all’ambiente, possano sostanzialmente mutar la faccia alle condizioni di una regione».
L’autore introduce alcune esperienze in tal senso, anche straniere come quella delle «[...] lande della Bretagna, dove sabbie granitiche rendevano impraticabili le colture e ora le Scorie Thomas hanno rimediato alla carenza di fosfati e ora ci sono trifogli, erbe mediche, allevano bestiame», e facendo esempi di realtà di “casa nostra”, continua «[...]. Chi ignora che la Val di Chiana deve in gran parte la sua prosperità al suo ricco e pregevole allevamento di bestiame bovino reso possibile dalla coltura della rapa che consentesi nutrire gli animali nell’inverno con abbondante frescume? [...] e la Romagna e l’Emilia non hanno visto raddoppiare la loro ricchezza agricola dopoché i contadini si sono dati alla produzione delle sementi di trifoglio ed erba medica?».

Torniamo ai lavori del Congresso dell’associazione allevatori del maggio 1905: nel resoconto della rivista senese, si racconta di come fu particolarmente interessante e di quanto alto fosse il valore dei relatori:
«Il primo quesito sulla ‘Cooperazione in zootecnica’ fu svolto dal Dott. Carlo Pucci di Firenze, il quale [...] trattò profondamente di tutti i modi con i quali il cooperativismo può infondere alla zootecnia quel vigor di vita che o renda utile strumento di progresso e di ricchezza nazionale... Nella elaborata relazione esaminò tutte queste applicazioni della cooperazione e terminò facendo voti che i Comizi Agrari, Società veterinarie, zootecniche, dieno opera ad una intensa propaganda per la costituzione di Unione di allevatori e che il Governo ed altri Enti Morali favoriscano con ogni cura lo sviluppo del cooperativismo nell’industria del bestiame. La relazione venne lungamente applaudita e le conclusioni unanimemente votate».
Questo tema trattato da Pucci, risulta molto presente nelle riflessioni del Marchi nella Conferenza del 1906: «Molte volte le associazioni non si riesce a formarle, per mancanza di mezzi finanziari all’inizio. [...] un sussidio a tempo può decidere della esistenza di una associazione che può dare buoni frutti. Lo Stato incoraggi di più le buone iniziative delle associazioni zootecniche: gli stanziamenti di bilancio del nostro paese sono una meschina cosa in confronto di quelli delle altre regioni europee dove, tale è il concetto che mi sono formato, le migliori attività lo Stato può svolgere per avvantaggiare lo studio e la pratica zootecnica» (cit. pp. 774-75).
L’analisi del Marchi prosegue evidenziando come le attività collettive e la partecipazione che sono il presupposto per il nascere di queste organizzazioni, non sono sufficienti e ribadisce il ruolo delle istituzioni, dai Comuni, alle Province, allo Stato e quest’ultimo in particolare: «renda la loro nascita facile, senza esigere, per la loro costituzione legale, formalità gravose ed impaccianti [...] Governi coscienti della propria missione e che ispirano i loro atti a ciò che il determinismo impone per la salute del popolo, procurino di liberarci dai trampoli che una burocrazia opprimente applicò ed applica a tutte le migliori attività umane con una sequela di disposizioni vessatorie e fiscali» (cit. pp. 780-81).
Anche sul tema della cooperazione il Marchi ha una teoria molto articolata, sicuramente frutto anche della sua intensa esperienza di quegli anni proprio negli incontri con gli agricoltori, gli allevatori, i contesti territoriali che ha visitato in lungo ed in largo in Italia ed all’estero.
Rinviamo ancora alla lettura del testo del 1906, proponendo di seguito alcuni passaggi veramente interessanti e sicuramente innovativi, tenendo conto del contesto storico e sociale in cui il suo pensiero si esprime, anche con consigli molto pratici: «Laddove la proprietà è razionabilissima e non si possono tenere animali da lavoro, pur necessari per la lavorazione dei campi, perché più utile è la produzione di carne o di latte, si potrebbero costituire cooperative per la locazione del lavoro [...]. Nel Bergamasco, credo vi sia un comune dove i coloni sono quasi esclusivamente aratori; mentre i vicini sono allevatori di 1-2 vacche e a questi locano il lavoro dei propri buoi. Si tratterebbe di arrivare alla specializzazione anche nei piccoli fondi valendosi dei vantaggi della cooperazione. [...] l’istituzione non è più nuova in Italia. L’esempio ci viene dal Consorzio cooperativo di produttori di uova per la esportazione di Brescia. Imitatelo. Ma applicate la cooperativa anche per gli altri prodotti: tosatura, classificazione e conservazione dei veli; raccolta, cura e conservazione di pellicce, di penne. Uno spiumatore della cooperativa può, due volte all’anno, fare il giro per gli allevamenti dei soci, raccogliere piuma e penna con la tecnica dovuta, rilasciare buoni in base ai prodotti raccolti e questi venir curati e venduti dall’Ente. La cooperazione può applicarsi alla incubazione delle uova per la distribuzione dei pulcini; all’ingrassamento dei polli [...]. Per la vendita del latte, le cooperative hanno fatto strada. Non così per la vendita della carne e degli animali da vita. La causa deve rintracciarsi nella golosità del risico. Chi ci guadagna è il mercante. Veggano gli allevatori di organizzarsi anche a questo scopo: di mettersi in relazione diretta con i rivenditori diretti».
Non sono anche questi alcuni degli obiettivi oggi proposti con i progetti finalizzati al recupero della “filiera corta”?

chianinaMarchi dava anche suggerimenti pratici ed organizzativi: «L’impianto di Uffici di informazione; il possesso di stalle di sosta presso i grandi centri di consumo o gli scali più importanti, la domanda ragionevole basterebbe a eliminare prontamente parassiti intermediari.
In un paese come il nostro nel quale, all’infuori della zona continentale, il clima è arido e la vegetazione erbacea non buona; dove il bestiame è affetto da denutrizione cronica; dove foraggi son duri e fibrosi, la cooperazione può rendere immensi servizi per migliorare l’alimentazione del bestiame. L’acquisto dei mangimi concentrati può farsi mercé i consorzi.
Resta la conveniente conservazione: ma soprattutto la preparazione e la distribuzione. Non sarà dovunque possibile. Ma dove le strade sono buone le distanze brevi24, la proprietà frazionata, le stazioni di conservazione e le officine consorziali per la preparazione degli alimenti sarebbero da tentarsi. Grande diminuzione di perdita di foraggio, grande risparmio nella trinciatura, nella cottura a vapore [...]. Io credo che tutti coloro che hanno una netta visione dell’avvenire, tutti gli uomini di retti sentimenti e di fede, debbano sentire la necessità sociale di procedere all’educazione professionale e naturalmente all’educazione zootecnica delle nostre popolazioni agricole; [...] vedete il Friuli? Alle vacche magre di 30 anni fa ha sostituito le vacche grasse; per poco che completi e integri il suo lavoro il Friuli diverrà un centro di esportazione di bovini pezzati rossi da razza. Mandiamo al Friuli un saluto augurale: che possa essere di esempio all’Italia nostra; esempio di educazione delle popolazioni alle attività collettive, che valgano all’accrescimento della ricchezza e al migliore adattamento della generazione presente alla vita avvenire [...]».
A questo proposito riteniamo interessante un breve inciso per evidenziare come questi sentimenti di stima espressi da Ezio Marchi per gli allevatori del Friuli, fossero assolutamente ricambiati. Tra i necrologi pubblicati, abbiamo già avuto modo di segnalare quello dell’Associazione Agraria Friulana, nella rivista L’Amico del Contadino del 1 agosto 1908, dal titolo ‘Di un amico degli allevatori friulani’. Nell’annunciarne la scomparsa si richiama un intervento di Ezio Marchi agli atti di un Convegno del marzo 1902 e si racconta della sala gremita in quel pomeriggio: «Negli atti di quel convegno v’è lo splendido discorso del Marchi sui novi criteri di giudizio del bestiame, e segue la discussione interessante conseguente. [...] due anni fa rinnovò conoscenze, contrasse nuove amicizie, fu caro fra noi, come nostro fosse, quando ritornò guidando, in gran parte della nostra provincia i laureandi dell’Istituto Agrario Superiore di Perugia. Numerosi friulani vollero conferire con lui in varie circostanze, specie all’Esposizione di Milano, ov’era giurato relatore per i premi ministeriali concessi all’esposizione zootecnica».
Ma, prosegue Marchi, le attività collettive e la partecipazione che sono il presupposto per il nascere di queste organizzazione, non sono sufficiente ed infatti ribadisce il ruolo delle istituzioni, dai Comuni, alle Province, allo Stato, quest’ultimo in particolare: «renda la loro nascita facile, senza esigere, per la loro costituzione legale, formalità gravose ed impaccianti [...]. Governi coscienti della propria missione e che ispirano i loro atti a ciò che il determinismo impone per la salute del popolo, procurino di liberarci dai trampoli che una burocrazia opprimente applicò ed applica a tutte le migliori attività umane con una sequela di disposizioni vessatorie e fiscali (cit., pp. 780-81)».

Continuiamo a seguire il Congresso degli Allevatori a Grosseto, perché, svolte le relazioni del secondo, terzo e quarto argomento25, «...la grande aspettativa del Congresso era però il 5° quesito sulle ‘Genealogie della razza vaccina maremmana e opportunità o meno di modificala con incroci di altre razze’ del quale erano relatori il Dott. Bernardino Petrocchi e il Prof. Ezio Marchi. Tutti gli intervenuti devono al giovane professore della Scuola Superiore di Perugia quasi due ore di godimento intellettuali perché la sua bella conferenza che si sollevò dapprima alle alte vette della zootecnia anatomica, paleografia e storia, assurgendo in certi punti a singolare elevatezza di pensiero e di forma, venne a delle inaspettate e pratiche conclusioni di somma importanza per l’indirizzo da darsi, secondo i diversi ambienti, all’allevamento della razza maremmana pura od al suo incrocio con altre razze».
Nell’articolo si ricorda come le conclusioni del Marchi, votate al termine di questa relazione, furono particolarmente importanti non solo per la zootecnia della Maremma, ma anche per la Provincia di Siena e dunque vengono così riportate:
«1° Nelle zone coltivate dove si allevano meticci chianini si prosegua l’incrociamento con la razza chianina stessa [...].
2° Nella regione collinare si può tentare l’incrocio con la razza Romagnola ed agire in conformità con i risultati.
3° Ritenuta la grande utilità del bue da lavoro per gran parte della nostra regione, il Congresso fa voti affinché la Razza maremmana sia conservata in purezza e nelle zone ove vige l’allevamento brado se ne procuri il miglioramento mediante accurate selezioni e maggior cura e miglior mantenimento dei pascoli»26.

chianinaIl resoconto del V Congresso degli Allevatori del maggio 1905 curato dalla rivista senese, ricorda come la manifestazione si chiuse «non senza però che prima venisse unanimemente acclamata la Città nostra (Siena) a sede del prossimo Congresso per il Maggio 1907. Il nostro Presidente Prof. Filippo Virgili ringraziò, a nome delle Istituzioni Agrarie Senesi, per l’onore fatto alla Città ed ora sta agli agricoltori il mostrare i futuri congressisti che anche la Provincia di Siena ha progredito in fatto di allevamento e produzione zootecnica e ai cittadini che il gran cuore di Siena è sempre aperto per onorare gli ospiti con accoglienze degne delle sua antica fama».
Sempre la rivista degli agricoltori senesi, un anno dopo, il 15 maggio 1906, in un articolo particolarmente ricco ‘Più vasti orizzonti nell’allevamento del bestiame nella nostra Provincia’, ricorda ancora il Congresso degli Allevatori Toscani del 1905 a Grosseto e di come in quel contesto «furono ampiamente discussi i mezzi con cui si poteva migliorare la razza bovina maremmana [...] ma ben pochi sono coloro che traendo profitto dei saggi ammaestramenti si sono messi all’opera», e si continua evidenziando come molte erano le cause che impedivano nella nostra regione di dare all’allevamento bovino un razionale indirizzo e quali potevano essere i modi per attuarlo.
Si rileva innanzi tutto la necessità di dividere il territorio della Regione Toscana in tre zone, per il principio fondamentale che lega strettamente gli indirizzi sull’allevamento del bestiame ai diversi contesti territoriali, e come l’ambiente, «nel suo complesso di clima, naturale giacitura di terreno, intensità colturale, facilità di comunicazioni ecc., spiega una tale influenza, da far variare dal tutto al tutto la linea direttiva dell’allevamento».
Le tre zone sono così individuate:
– la prima comprende i terreni pianeggianti con la presenza di agricoltura intensiva, produzione di foraggi ed allevamento del bestiame all’interno delle stalle;
– la seconda è quella dei terreni collinari, dove «l’olivo inargenta le pendici e pampina verdeggia in vite», le coltivazioni erbacee qui non hanno particolare importanza e l’allevamento anche in questo caso è svolto nelle stalle;
– la terza area è quella di terreni in cui per gli elementi ambientali, l’agricoltura è svolta in forme estensive ed i bovini sono allevati ad uno stato “semibradico”.
Fatte queste distinzioni ecco che conseguentemente e razionalmente vengono individuati quali allevamenti sono più adatti per ciascuna di esse.
Nella prima zona la preferenza deve essere data ad «animali che utilizzano al massimo gli alimenti e cioè che sieno precoci, quindi si dovrebbe dar largo posto alla razza chianina».
Ma poiché l’attenzione di molti studiosi di zootecnica, in quegli anni di rinnovamento, aveva ben presenti proprio i temi che abbiamo definito della “complessità” ecco che in questa tipologia di territorio si suggerisce che, oltre alle «belle fattrici» di razza chianina, «le quali potrebbero essere anche assoggettate ai lavori leggieri che si richiedono nell’azienda», dovrebbero essere presenti anche «uno o due paia di buoi robusti, che servissero pei lavori pesanti, giacché l’agricoltura intensiva si esercita in gran parte col lavorare, lavorare e profondamente lavorare, onde avere buoni prati medica, erbai autunno vernini, granturchi resistenti alla siccità, campi biondeggianti per messi opime.
E ad ottenere questo scopo, nelle condizioni nostre, dovrebbe essere prescelto il robusto, sobrio e paziente bove maremmano, che tornando la sera stanco nella stalla, in sua favella dicesse alle fiorenti chianine, per voi ho coltrato, arato, erpicato, per voi ho sofferto la canicola, il vento, la pioggia, per voi ho sopportato il pungolo del bifolco, a scopo di rendere leggera la vostra fatica ed assicurarvi la pingue provianda».

chianinaDunque le “chianine” vengono sollevate dal lavoro pesante per rendere una maggiore qualità delle loro carni, poiché, si continua, in questa stessa zona, nei casi di poderi meno estesi e con la presenza di maggior mano d’opera, e dove si trovano «prossimi centri di consumo e ferrovie, anche l’allevamento degli animali da carne e da latte potrebbe riuscire altamente remunerativo; in questo caso – alle fattrici bianche – si potrebbero sostituire giovenchi della stessa razza oppure Simmenthal o le bovine Schwit da latte. [...] e non sarebbe vana speranza che di qui a non molto in questa zona sorgessero latterie consorziali produttrici di latticini eccellenti, che per certo troverebbero smercio facile e remunerativo», poiché si evidenza come la Toscana per questi alimenti (latte, formaggi) dipende dalla produzione dell’Alta Italia, «mentre per le sue condizioni di terreno e di clima, sarebbe in rado di provvedere ai propri bisogni con molto vantaggio dell’industria delle stalle». Torna nuovamente il tema della sostenibilità dello sviluppo e dell’agricoltura legata al suo territorio di riferimento.
Il rammarico del “tecnico” e del “teorico”, esposto nell’archivio richiamato, sta invece nell’osservare che anziché tener conto di queste significative potenzialità di sviluppo economico, che una razionalizzazione, sia delle colture che degli allevamenti connessi, porterebbero, «in molte delle nostre aziende l’utile di stalla si fa consistere nel commerciare buoi e vitelli, nel guadagnare i due o re sudi in un paio di giovenchi, perdendo poi uno o più giorni nell’andare a lontani mercati per ricomprarli», e continua ribadendo come molto più vantaggioso sarebbe se «nelle nostre stalle predominassero gli animali da riproduzione invece di quelli da mercatura», ed allora si che «le fiere ed i mercati tornerebbero alla loro vera funzione di rassegne periodiche della produzione zootecnica seguendo le orme di quello che si fa in Svizzera, in Germania, in Olanda, in Inghilterra ed in altre parti d’Italia»27.

Tornando alle esperienze di Ezio Marchi nelle manifestazioni promozionali, mostre e concorsi, non si può non segnalare la sua presenza nel 1906 alla Esposizione Internazionale di Milano28.
L’archivio del Circolo di Bettolle ci consegna alcune note riferite proprio a questi avvenimenti: del 28 agosto 1906 ed una successiva del 30 agosto, nelle quali gli si comunica la nomina di Giurato effettivo per la Sezione Agraria per la giuria del concorso “reale” a premi per il miglioramento del bestiame bovino, con tanto di “tessera” di riconoscimento rilasciata dall’Esposizione Internazionale di Milano nel suo ruolo di “Giurato” [ArchEM 5.71, 5.72, 8.7].
In occasione dell’Esposizione Internazionale di Milano, r
isulta anche consegnato a Marchi un Diploma di Benemerenza in occasione dell’inaugurazione del Valico del Sempione [ArchEM 7.17], ma soprattutto pochi mesi dopo, il 10 aprile 1907, viene nominato “Cavaliere della Corona d’Italia” con la facoltà di fregiarsi delle insegne [ArchEM 6.14, 6.15].
Gli viene infine attribuito un ulteriore Diploma di benemerenza per l’opera illuminata e feconda a favore dell’esposizione [ArchEM 7.19].

chianinaUna completa catalogazione dell’Archivio del Circolo Ezio Marchi di Bettolle, unita a ricerche più approfondite, di quelle che è stato possibile fare per questo numero monografico dei ‘Quaderni Sinalunghesi’ dedicato ad Ezio Marchi, sicuramente consentirà di ampliare le conoscenze sul suo pensiero.
Per avviarci alla conclusione riteniamo recuperare alcuni passaggi del testo ‘La Zootecnia nella scienza e nella pratica’ del 1906, che è stato per noi fonte indispensabile e nel quale si approfondisce tra l’altro il ruolo che, per il Marchi avrebbero dovuto svolgere i Comuni per favorire lo sviluppo zootecnico, addirittura si parla di una “Riforma tributaria”, connessa con le tasse sul bestiame che erano allora in vigore, ecco in sintesi: [...] Ma nelle odierne condizioni dell’agricoltura e dati i nessi più intensi di correlazione nell’economia agraria, che rendono più utile l’aumento del bestiame quale animalizzatore di foraggi e fertilizzatore del suolo, [...] non meno esosa e dannosa è la tassa sul consumo dei prodotti animali.
Ma [...] dove i comuni attingeranno di che far fronte agli oneri crescenti? È certo un problema di riforma tributaria che si impone! Ed è per questo che io credo opportuno proporre una riforma, non una abolizione della tassa bestiame.
Sia la tassa proporzionale al valore del bestiame; sia limitata ai soli riproduttori, sia incassata dagli Enti locali; ed il provento sia destinato esclusivamente a vantaggio del miglioramento della specie tassata [...] principalmente dirette alla provvista di riproduttori ottimi, al servizio gratuito di monta, alla segregazione tipologica; alla registrazione del bestiame scelto. Ma già basterebbero i Comuni di loro iniziativa a trasformare questa tassa in uno strumento di redenzione zootecnica.
[...] e data la necessità di far nascere un pubblico zootecnico capace di una coscienza zooeconomica, è bene che le collettività non si sostituiscano alle piccole organizzazioni degli allevatori, ma che invece ne agevolino la nascita e lo sviluppo.
Per questa ragione stimo opportuno la Municipalizzazione dei servizi zootecnici solo quando nei Comuni nei quali è importante questa industria non sia assunta da speciali organizzazioni di allevatori. Potrebbe essere stabilita obbligatoria la costituzione consorziale dei proprietari di bestiame nei Comuni: o potrebbe il comune provvedere direttamente. Potrebbe come nel Baden, acquistare i riproduttori miglioratori e condurre il servizio di monta o affidarne, dietro compenso, la conduzione a privati, ma sempre sotto la sorveglianza tecnica.
Quando la tassa bestiame fosse applicata secondo i criteri che già esposti, la cosa sarebbe delle meno difficili ad attuarsi».

chianinaEd infine, il grande problema economico e sociale che Ezio Marchi solleva riguarda l’organizzazione del lavoro zootecnico, ecco le sue parole:
«Io vagheggio – e non sono punto pessimista – un avvenire nel quale la vecchia Europa, e noi stessi mediterranei, nelle forme più organiche di lavoro ritempreremo le nostre fibre fiacche ma agili alla concezione e alla sintesi. E vedo che sboccia con la libertà del popolo, con la crescente educazione di questo, con la crescente coscienza dei propri atti, con la crescente solidarietà, di unità più libere e più elevate [...]. Sarei troppo ingenuo se pensassi che con l’approvazione di un ordine del giorno proposto in un congresso si possa risolvere una questione od avviarla alla pratica e migliore soluzione: ma sarei altrettanto pessimista se credessi inutili certe trattazioni.
Non mi preoccupo se conclusioni così lunghe come quelle che vi presento [...] potranno o no essere approvate o respinte; ma sarei molto soddisfatto se i capisaldi attirassero l’attenzione degli studiosi e li spingessero a studi di discussioni ulteriori affinché al più presto si formasse quel “pubblico zootecnico” quella coscienza nazionale zootecnomica che, nella sua stessa formazione, apportasse al paese nostro il più forte tributo di soddisfazione e di bene» (pp. 782-83).
Non potevamo che concludere questo breve viaggio, a ritroso, nella vita e nel tempo di Ezio Marchi, cittadino di questa terra, con uno dei ricordi formulato in un necrologio (quello della rivista di San Miniato (Pisa), Il Coltivatore datato 2 agosto 1908): [...] Gli agricoltori della Toscana, di Val di Chiana specialmente, hanno avuto modo di conoscere, di apprezzare l’amore, la volontà insuperabile del Prof. Marchi nelle industrie e nella scienza zootecnica; e se una buona volta si perverrà, come è da augurarsi, a migliorare e perfezionare la razza bovina di Val di Chiana, ovunque diffusa in Toscana si deve principalmente all’opera del Prof. Marchi».