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"La Real Fattoria di Bettolle"
in "Quaderni Sinalunghesi"
Pubblicazione semestrale della Biblioteca Comunele di Sinalunga
Anno XII nº 1 Giugno 2001
Riedizione Dicembre 2007

sinalunga











REAL FATTORIA
- Fattoria storica appartenuta ai Cavalieri di S. Stefano ed ai Granduchi di Toscana. Oggi villa nel centro storico di Bettolle

 


Nel 1525, quando Bettolle era poco più di un piccolo villaggio di confine della Repubblica di Siena, la vicina comunità di Foiano (in territorio fiorentino), deliberò di cedere la parte dei propri terreni impaludati ad Ippolito dei Medici a patto che questi provvedesse, a proprie spese, ai lavori di bonifica.
Il Medici accettò la proposta e, in tempi rapidissimi, la cessione fu regolarizzata con un contratto. In un certo senso si può dire che fu con questo atto che si crearono i presupposti per la nascita della Fattoria di Bettolle.
L’iniziativa della comunità di Foiano non è facilmente comprensibile, se non dopo un’attenta lettura delle note del contratto. Perché una comunità chiananon ricca decise di regalare una parte dei propri terreni, e perché proprio a chi non ne aveva un gran bisogno? Innanzi tutto occorre precisare che tali terreni erano considerati della comunità per il solo fatto che non erano di nessuno, o per meglio dire – ed è questo il punto – i terreni erano della comunità perché si era persa la memoria di chi fosse stata la proprietà. Questo lascia capire lo stato di abbandono e la qualità dei possessi. Affidandosi poi alla magnanimità di un principe voleva dire, da una parte, poter affrontare il futuro con una protezione adeguata, e dall’altra ottenere, in tempi brevi, alcuni dei vantaggi derivanti dal contratto. Per esempio era previsto che la comunità ricevesse ogni anno uno staio di grano per ogni staioro di terreno prosciugato; che per i lavori di bonifica e di coltivazione fossero utilizzati gli uomini di Foiano; che fosse consentito il pascolo nei periodi liberi da colture, ed altri piccoli vantaggi che avrebbero permesso alla gente di vivere un po’ meglio, senza però, nel contempo, dare troppo fastidio alla nuova proprietà.
L’esempio di Foiano fu seguito nel decennio successivo, con gli stessi intenti e speranze, da Castiglion Fiorentino, che cedette i suoi terreni paludosi a papa Clemente vii, al secolo Giulio dei Medici (e zio di Ippolito), e successivamente da Cortona, Montepulciano, Chiusi e da quasi tutte le altre comunità della valle. In breve, la famiglia Medici, divenne proprietaria di tutti i terreni immediatamente a ridosso del Chiana, tra Arezzo e Chiusi.
chianaI lavori di bonifica ebbero inizio e continuarono in modo più organico e deciso che in passato, soprattutto dopo la fine della “Guerra di Siena”, ma le cose non andarono esattamente come avrebbero voluto i donatori. I Medici non rispettarono in alcun modo le clausole dei contratti di donazione: non pagarono mai quanto previsto dalle carte, si appropriarono di svariati ettari di terreno delle comunità e spesso richiesero contributi per le opere di bonifica. Se a questi particolari si aggiunge la drastica diminuzione delle zone lacustri, con la conseguente riduzione dei proventi delle attività connesse, come la pesca, la raccolta delle canne, ed il traghettamento4, quello che emerge è un quadro a dir poco disastroso, tanto da far apparire l’idea della donazione dei terreni come la peggiore che la gente della Valdichiana avesse mai avuto. Tuttavia occorre dire che senza quegli atti di donazione la valle sarebbe rimasta paludosa, probabilmente, per molto tempo ancora. È difficile infatti ipotizzare un’impresa, per realizzare la quale furono coinvolte le più grandi menti del tempo, molte delle quali convintissime dell’impossibilità di bonificare la valle, se non ci fossero stati gli interessi diretti della famiglia al potere.
A proposito dei lavori, Vittorio Fossombroni, ritenuto l’artefice massimo della bonifica, spiega nelle sue Memorie idraulico-storiche..., che il metodo più ovvio per liberare un terreno dall’acqua stagnante è quello di creare un’apertura per farla uscire5; poi aggiunge che un altro metodo, ugualmente valido e naturale, consiste nell’immettere nei territori allagati altre acque contenenti fango e detriti e di lasciarle decantare in modo da alzare il livello del terreno.
Questo secondo metodo era detto “delle colmate” e fu quello più largamente usato in Valdichiana, in particolar modo a partire dalla metà del xviii secolo. In fondo la storia della bonifica è tutta qui, almeno concettualmente. Questa sintesi però non deve trarre in inganno, perché i lavori non furono affatto semplici.
A fronte di improvvisati scienziati che presentarono i progetti più fantasiosi (ne citiamo uno per tutti: quello che prevedeva di aprire un canale tra Montepulciano e Montefollonico fino alla Val d’Orcia – approssimativamente 30 km – per far scolare le acque del Chiana nell’Orcia e poi nell’Ombrone), altri mostravano serissime perplessità. Tra questi ultimi, Evangelista Torricelli, allievo di Galileo Galilei ed uno dei più grandi fisici dell’epoca, in una sua relazione arrivò a dire «Piacesse a Dio di voler concedere a me sua vilissima creatura questo frutto della Divina Provvidenza, con fare che dalle mie parole si potesse dedurre il vero rasciugamento delle Chiane».
Il Torricelli, pur facendo un lavoro, che risulterà successivamente fondamentale per la bonifica, riteneva che tre problemi non avrebbero permesso di ottenere un risultato soddisfacente: la grandezza della valle, l’assenza di un dislivello accettabile e la grande quantità di fiumi e fossi che vi riversavano acque più o meno fangose.
chianaUn quarto problema frenava e frenò moltissimo i lavori per tutta la durata della bonifica: l’uomo, con la sua gelosia, gli interessi personali, l’avidità, la stupidità... «La gelosia innata negli uomini di acquistare e mantenersi un potere che gli metta in diritto di comandare gli altri è il più delle volte all’origine di molti effetti perniciosi»; scriverà il matematico Leonardo Ximenes al Granduca. «La Religione di S. Stefano ha il suo Ingegnere in proprio, il Canale Maestro per i suoi lavori ne stipendia un altro, ed i particolari bene spesso ne consultano degli altri, e molte volte agiscono di proprio moto e volontà, tralasciando quelli che casualmente vengono mandati per i pensati e particolari accidenti: ciascuno di questi si considera il dispotico della propria provincia, e geloso che alcun altro non venga ad usurparsi parte del suo dominio, differisce, o non vuole eseguire, ciò, che proposto gli viene dall’altro, il che unito alle mire, che ha ciascuno in particolare, di dirigere e servirsi delle acque relativamente a sé, e non al totale del sistema, produce il riempimento del Canal Maestro, il vagante e disordinato corso degli influenti, il colmare in luoghi inopportuni, il togliere finalmente alle povere Comunità quello che gli si appartiene».
Ed anche il matematico Perelli, che curiosamente si comporta allo stesso modo di quelli che condanna, o quanto meno così sembra, visto che dice sempre il contrario dello Ximenes, sull’argomento è invece assolutamente d’accordo con lui: «E perché l’esperienza mostra, che dove un istesso affare deve passare per le mani di più Ministri indipendenti, accade ben spesso, che per la diversità dei princìpi, dai quali ciascuno è mosso, la contrarietà dei pareri e la passione, che a tutti è naturale, di procurare che il proprio sentimento prevalga e per altre cagioni resti lungamente senza risoluzione, e non sia spedito con la prontezza necessaria».
La prova più evidente di quanto appena detto la troviamo nella pubblicazione degli atti del processo svoltosi agli inizi del Settecento tra la Comunità di Sinalunga e la Religione di S. Stefano (della quale parleremo più oltre). Motivo della disputa fu un canale di scolo che “avrebbe potuto interessare” i terreni della Real Fattoria di Bettolle a ridosso del canale Maestro. Il problema centrale riguardava l’area dei “Prati di Sinalunga” (la zona che oggi si chiama Le Prata), che all’epoca era quasi sempre impaludata perché la Foenna, avendo gli argini più alti della pianura, non era in grado di riceverne l’acqua. Ai margini di questo problema c’era anche la questione del molino di Monte Martino (di proprietà della comunità), nei pressi dei Prati di Sinalunga, che vedeva ridursi sempre più la sua capacità di far ruotare le macine a causa dell’innalzamento del letto della Foenna.
Alle molte suppliche fatte dai sinalunghesi al Governo perché si risolvesse la questione, fu risposto con l’invio di tre ingegneri diversi (Ciaccheri, Franchi e Nardi), in tre tempi diversi, affinché studiassero il problema e individuassero il modo migliore per risolverlo: «[...] e siccome tre parimente erano i modi possibili di dare lo scolo alle dette acque de’ Prati, così piacque a ciascheduno di loro di proferire un parere difforme dall’altro».
Secondo l’ingegnere Giuliano Ciaccheri, giunto a Sinalunga nel 1680 (dopo le due disastrose alluvioni del 1675 e del 1676 e dopo l’epidemia del 1667), la Foenna doveva essere lasciata così com’era ed i Prati messi in colmata (cioè rialzati) per farli scolare. L’ingegnere Giovanni Franchi, giunto nel 1712 dopo l’ennesima epidemia, ritenne che il modo migliore fosse, invece, quello di creare un fosso di scolo a destra della Foenna. E Raffaello Nardi, nel 1713, «fu di sentimento che niuno de’ progetti proposti dovesse eseguirsi, ma che le dette acque si dovessero mandare dalla parte sinistra della Foenna con una chiavica, da fabbricarsi sotto la medesima...».
Nettamente e palesemente contrari a tutti e tre i progetti i grandi proprietari terrieri della zona: la Religione di S. Stefano (con la Real Fattoria di Bettolle), i nobili Gori (padroni della Fratta) ed i nobili Passerini (padroni di numerosi poderi intorno a Bettolle). Meno palesemente, ma comunque contrari, i piccoli proprietari, «[...] Luoghi Pii e Laicali, ed Ecclesiastici, che da essi [campi] ritraggono le loro rendite [...]».
La comunità di Sinalunga si rivolse al granduca Cosimo iii il quale, «con somma clemenza» dopo che con l’ultima epidemia un bel numero di «habitatori di quella terra» erano passati a miglior vita, comandò ai giudici di Siena, competenti per territorio, di interessarsi della faccenda e di tenerlo informato. Iniziò così una causa che terminò – 24 anni dopo – a favore della comunità (anche se, bisogna dire, non fu dato torto alle controparti).
Il compito dei giudici non fu facile perché, come abbiamo accennato, gli interessati erano numerosi ed importanti. I giudici dovettero accettare numerosissimi compromessi, mascherandoli molto spesso da ciò che oggi definiremmo problema tecnico insuperabile. Tuttavia nella loro relazione, a più riprese e in diverse occasioni, lasciano trasparire la volontà di operare con giustizia, come quando, per esempio, affermano: «[...] il fondamento della nostra risoluzione s’è stabilito sopra un principio certo, e indubitato, cioè, che allor quando concorre una ragione di pubblica utilità, a fronte di essa non debbano attendersi rigorosamente i diritti del dominio privato, e perciò mentre sia pagato il giusto prezzo col refacimento di qualunque altro danno, che non possa giudicarsi molto notabile, o eccessivo, è ciascuno obbligato a vendere il proprio suolo, e dare il commodo per l’escavazione de’ fossi, o per altri simili provvedimenti, necessari al conseguimento di un tale effetto, ottimamente».
Nel loro barcamenarsi tra giustizia e potere, i giudici influenzarono anche i tecnici chiamati ad esprimere il loro giudizio, anche se probabilmente non avevano bisogno di essere incoraggiati in tal senso, e così sono passate alla storia relazioni che sembrano avere molto più attinenza con l’arte diplomatica, che non con la tecnica ingegneristica.
Per primo fu chiamato ad esprimere la propria valutazione sui progetti, l’abate Guido Grandi di Cremona, professore all’università di Pisa, il quale reputò migliore il progetto del Franci, anche se concluse la sua relazione tecnica rimettendosi tecnicamente «al più prudente, e savio giudizio delle Signorie Loro Illustrissime, alle quali rassegnando i miei divoti ossequj, mi dò l’onore di sottoscrivermi»16; poi ad Eustachio Manfredi dell’università di Bologna che pur «col far Loro devotissimo inchino» la prende molto alla lontana senza concludere niente, tanto che viene invitato, per ben due volte, a chiarire il proprio giudizio, fino a quando non fosse stato quello che ci si aspettava17: ed è più o meno ciò che infine fa «ratificandosi con ossequio».
Il progetto delle colmate proposto dal Ciaccheri, malgrado si rifacesse ad una pratica largamente diffusa nel resto della valle, non fu ritenuto fattibile per una serie infinita di problemi ultimo dei quali (ultimo, si fa per dire) il presunto danno ai terreni dei Nobil Signori. Nella lunga dissertazione critica c’è un concetto che richiama la considerazione fatta a proposito dell’interessamento dei Medici alla bonifica, quando cioè si afferma che non si può obbligare qualcuno – sia pure a nome della collettività – ad una servitù nella quale non ha alcuna parte; come a dire: se non ho un ritorno economico non mi posso impegnare per il bene di tutti.
Il progetto del Franci fu scartato perché non piaceva ai proprietari dei terreni che dovevano essere attraversati dal canale di scolo. Questa sarebbe stata la formula diretta per spiegarne il rifiuto. In termini più vaghi fu invece detto che il nuovo canale avrebbe interessato anche il territorio di Montepulciano nello Stato fiorentino, mentre Sinalunga era in quello senese (al tempo tutti e due facevano parte del Granducato di Toscana, ma... «la qual cosa non è conforme alle regole di ragione»); e poi il nuovo canale avrebbe avuto un percorso lunghissimo (praticamente era quasi parallelo alla Foenna). «Inoltre verrebbe la Comunità di Sinalunga, assieme cogli altri interessati (?) a soggettarsi a tutte le spese necessarie, per conservare gli argini del Galegno, Doccia, e Fosso a Cornio, senza de’ quali, né il nuovo fosso, né la Fuga dilatata e profondata, potrebbe servire per lo scolo desiderato...».
Rimaneva il progetto del Nardi, molto articolato, esteso territorialmente ma, soprattutto, attento a non sacrificare nessuno e tale da poter essere modificato laddove si fossero incontrati ostacoli. Fu scelto quest’ultimo progetto. Probabilmente era il migliore, sicuramente era l’unico attuabile perché aveva un occhio di riguardo per tutti salvo, forse, per il molino della comunità di Sinalunga per il quale furono previsti solo dei lavori per il prolungamento della gora. Ma il dislivello era insignificante, tanto che il perito chiamato ad esprimere il proprio parere, e che allinea facilmente in altre parti le proprie relazioni al volere del richiedente, questa volta è costretto a dei veri e propri equilibrismi per definire «inutile» quel progetto.
Particolare riguardo fu dedicato alla Real Fattoria di Bettolle dei Cavalieri di S. Stefano. Il nuovo canale non avrebbe potuto portare danno maggiore di quanto non ne portasse la Foenna che si immetteva nel canale Maestro immediatamente a ridosso dei loro terreni. Il progetto, infatti, non prevedeva il passaggio del canale per le terre coltivate della Real Fattoria e solo una grande alluvione avrebbe potuto interessarle: semmai portava loro dei vantaggi, come poi portò, con l’acquisizione di nuovi terreni.
La decisione dei giudici fu trasmessa a Firenze nel 1737, l’anno dell’arrivo in Toscana dei Lorena.
Il 9 giugno dell’anno seguente fu deliberato dal Consiglio comunale l’inizio dei lavori per la bonifica dei Prati di Sinalunga, prevedendo di ricorrere ad un prestito del Monte dei Paschi. Tali lavori, che terminarono due anni dopo, meritano di essere ricordati perché, forse unico episodio nella storia della bonifica della Valdichiana, non furono fatti per favorire solo la famiglia al potere e, più in generale, i potenti della zona. Il fatto che i lavori fossero stati finanziati interamente dalla comunità non autorizza a dare per scontato un fine comunitario: la storia della bonifica è piena di episodi che oggi non sono facili da capire. Le idee cambiano con i tempi, ma non sempre con la stessa velocità. Sul finire dell’800, per esempio, il Del Corto riconosce che i Medici approfittarono un po’ troppo della situazione, ma, in qualche modo, sembra darne la colpa alla povera gente che non voleva guardare al futuro.
Decisamente più diretto e reale il Calabresi quando parla di vera a propria esosità e di mancanza di carità cristiana a vari livelli.

Abbiamo visto come il 1525 abbia rappresentato l’inizio della bonifica della Valdichiana. Un’altra data fondamentale per la valle e per tutte le comunità interessate fu il 1562. La guerra di Siena era finita da tre anni, salvo per quella sorta di appendice che fu la cosiddetta Guerra di Maremma, combattuta intorno alle fortezze franco-turche, e che portò alla costituzione dei territori dei Presidi (tra Talamone e l’Argentario) sotto il diretto controllo della Spagna. Più o meno il resto della moderna Toscana, costituito dallo Stato Vecchio (il territorio della vecchia Repubblica fiorentina) e dallo Stato Nuovo (il territorio della Repubblica di Siena), era nelle mani di Cosimo i de’ Medici che ora aspirava ad una corona regia. Filippo ii di Spagna era contrario a che ciò avvenisse: in altri tempi il parere sfavorevole dell’Imperatore sarebbe bastato a scoraggiare qualsiasi velleità, ma ora tutto giocava a favore del duca mediceo. La guerra contro gli Ottomani infedeli, alla quale egli partecipò con l’istituzione in Toscana (nel 1562 appunto) di un Ordine di monaci-cavalieri votato alla guerra santa e benedetto da papa Pio iv, incidentalmente componente della famiglia Medici, permisero a Cosimo i di distinguersi dagli altri vassalli dell’Imperatore. Successivamente, con i suoi cavalieri, partecipò anche alla guerra religiosa contro i protestanti. Per questo suo impegno ricevette dal Papa i ringraziamenti e la corona di Granduca.
chianaL’Ordine religioso dei Cavalieri di S. Stefano fu istituito con lo scopo dichiarato di combattere, prevalentemente per mare, i nemici della fede cristiana, a somiglianza del Militare Ordine di Malta, costituito da monaci-cavalieri e caratterizzato dall’indipendenza dai poteri esterni. Nella realtà i due ordini erano piuttosto diversi. In quello toscano il carattere monastico era appena percettibile, per non dire poi dell’indipendenza che era praticamente inesistente: l’Ordine dei Cavalieri di S. Stefano era al servizio del potere granducale.
Cosimo i dotò l’Ordine di un solido patrimonio: 2.000 scudi depositati presso il Monte di Pietà di Firenze ed un patrimonio costituito da edifici urbani e proprietà fondiarie localizzate principalmente in aree della Val di Pesa, Val d’Elsa e Valdarno inferiore.
Se, ad una prima analisi, la costituzione ed il mantenimento dell’Ordine può apparire come una sorta di gravoso pegno da pagare per la corona granducale (un sovrano di una certa importanza doveva avere i suoi cavalieri, investire i suoi vassalli, controllare la sua nobiltà), in effetti consentì al Granduca di ricavarne un tornaconto personale nell’immediato. I beni dell’Ordine, infatti, in virtù della Bolla papale del 1562 e del successivo Motupropio dello stesso Cosimo i, erano sottratti ad ogni forma di giurisdizione ecclesiale. Praticamente, con tanto di benedizione papale, gli fu permesso di non restituire i beni ecclesiastici che aveva confiscato per tutta la Toscana e che aveva concesso a parenti e servitori di Casa Medici, facendoli chianasemplicemente confluire nei beni della Sacra Religione di S. Stefano, della quale Cosimo i era il Gran Maestro.
E fu chiaro fin dall’inizio il potere che aveva intenzione di esercitare con tale carica. Nel 1565, infatti, fu precisato che «fatte salve le prerogative dell’esame ad curam animarum di competenza dell’ordine diocesano locale, le bolle di istituzione canonica ai benefici ecclesiastici di pertinenza dell’Ordine avrebbero dovuto portare sempre la firma del Gran Maestro...».
La sede fu stabilita a Pisa, dove vennero costruiti molto in fretta i primi immobili, per mettere l’Imperatore di fronte al fatto compiuto: un ordine di cavalieri, sia pure in abito monacale, nasceva senza la sua approvazione e questo veniva a ledere il suo prestigio. Comunque sia la sede fu costruita e, successivamente, ampliata ed abbellita fino a fare di Pisa un degno centro di potere.
Il patrimonio dell’Ordine andò man mano aumentando con le acquisizioni di terreni e fattorie, all’inizio soprattutto nella provincia pisana, e poi in altre parti della Toscana, fino a raggiungere la massima entità nel secolo seguente con l’acquisizione delle fattorie granducali di Valdichiana.
Da sempre terra di contrasti, principalmente legati alle vicende della bonifica, ai progetti avviati ed interrotti per le molte controversie, che già si è cercato di ripercorrere nelle pagine precedenti, era comunque stato possibile in Valdichiana procedere a numerosi appoderamenti di terreni, che erano andati ad incrementare la grande proprietà agricola dei Medici ed erano stati organizzati nella forma della fattoria. Queste, otto in tutte, erano amministrate dello “Scrittoio delle Regie Possessioni”, ossia dall’apparato statale che curava gli interessi della casa regnante. All’inizio della seconda metà del ’600 Ferdinando ii decise di vendere le sue quattro fattorie migliori al suo Ordine di S. Stefano30.
chianaLa prima fu quella di Font’a Ronco, ceduta il 28 settembre 1651 per 48.364 scudi, poi fu la volta di Foiano con due atti notarili (28 agosto 1653 e 25 ottobre 1656), per 40.227 scudi, poi Bettolle e Torrita (che andarono a formare una fattoria unica)31, il 25 ottobre 1662, per 41.000 scudi, ed infine Montecchio il 27 marzo 1685 per 107.918 scudi. Rimasero invece ancora gestite dallo Scrittoio delle Possessioni le altre fattorie non ancora ben organizzate: Dolciano, Acquaviva, Chianacce e Frassineto.
Le dimensioni dei poderi e delle fattorie aumentarono nel tempo, non solo man mano che si sviluppò l’opera di recupero delle terre sottratte alla palude, ma anche per le continue operazioni di acquisti e confische che la Sacra Religione, dall’alto della sua posizione, effettuò con una certa facilità.
Anche i privati dunque avevano possedimenti terrieri nella valle, ma la loro importanza era nettamente inferiore a quella delle fattorie reali. La ferrea politica applicata dallo Stato sul commercio del grano li costringeva a vendere a prezzi poco remunerativi. Non c’era quindi alcun incentivo ad intraprendere costosi lavori di bonifica per l’acquisizione di altri terreni che non avrebbero reso le spese fatte se non dopo decenni. Solo il principe si poteva permettere vaste opere di bonifica e non solo per la disponibilità di capitali, ma anche per la facoltà di procurarsi mano d’opera a buon mercato, con la pratica delle cosiddette comandate (prestazioni lavorative obbligatorie non retribuite), e con la possibilità di avvalersi gratuitamente degli uffici tecnici statali. In ogni caso non si può non riconoscere un impegno notevole nei lavori di bonifica da parte dei Medici con dei risultati, sebbene non paragonabili a quelli settecenteschi dei Lorena, sicuramente buoni, anche se circoscritti alle aree che interessavano direttamente i loro possessi.
Per quanto riguarda in particolare la tenuta di Bettolle, occorre dire che subì numerose modifiche nel tempo a causa del pressoché continuo lavoro di bonifica, con il quale si strapparono alla palude, anno dopo anno, nuovi terreni coltivabili. I poderi, in numero di 14 nel 1662, con un’estensione complessiva di circa 450 ettari, salirono a 15 nel 1690, a 17 nel 1717 e poi a 22 nel 1736, con una estensione complessiva di 550 ettari.
A seguito dei contratti di vendita risulta certo che nel 1662 coesistevano, nella Valdichiana senese le tenute di Torrita e di Betollet. Non sono noti la consistenza, né il luogo, delle eventuali strutture padronali. È probabile invece che avessero un magazzino in comune e che questo fosse situato a Torrita. Di questa struttura abbiamo notizia da un documento mediceo del maggio 1599 relativo ad una rimanenza a «Torrita di 500 moggia di grano da vendere». Fino a tutto il 1690 nei documenti ufficiali la fattoria verrà sempre indicata con il doppio nome Bettolle-Torrita, successivamente a tale data, Torrita, non sarà più menzionata. Quanto all’originario palazzo di fattoria di Bettolle, non se ne conosce esattamente l’ubicazione anche se non ci sono motivi per ipotizzarne una diversa dall’attuale, ossia immediatamente fuori del centro storico, ai margini della collina da cui si domina la valle. Le strutture più antiche sembrano essere settecentesche ed è probabile che queste si siano sovrapposte a quelle più modeste del secolo precedente.

Come abbiamo già detto il patrimonio della Sacra Religione di S. Stefano era tra i più importanti, se non il più importante, di tutta la regione. Per far fronte alle esigenze di carattere amministrativo e gestionale dei beni e garantire il controllo dell’autorità granducale, furono istituite diverse figure. L’Auditore generale, previsto fin dal 1565 e stipendiato direttamente dal Granduca, con il compito di controllare l’operato e la condotta dei cavalieri, nonché di intervenire nelle questioni legali e del tesoro; e poi soprintendenti, direttori, funzionari, computisti, quasi tutti con sede a Pisa o Firenze e con uno stuolo di fiduciari in loco. Una quantità tale di responsabili che, paradossalmente, proprio per il loro numero elevato e la struttura complicata, producevano scarsa informazione ed oltre tutto poco attendibile. I resoconti venivano così fatti sulle basi di quelli precedenti e la loro utilità era praticamente nulla.
Per capire meglio il contesto occorre rifarsi all’origine del Granducato ed alle forze utilizzate dai Medici per tenerlo unito: particolarismi, privilegi, contrapposizioni ed alleanze, erano paradossalmente le stesse che avevano tenuto contrapposti i vecchi stati comunali.
La politica perseguita da Cosimo i, e continuata poi dagli altri granduchi, fu quella di intessere una serie di alleanze e patti differenziati in modo che ad ognuno sembrasse di essere più privilegiato degli altri. Ogni città era protetta nei propri interessi, ogni corporazione poteva vantare autonomie proprie. In molte zone resistevano privilegi feudali a cui i Medici ne affiancarono altri con una sorta di rifeudalizzazione di un territorio non perfettamente definito, almeno per come lo intendiamo oggi. Un intricatissimo intreccio reso ancora più complicato dal concetto di possesso, o confine, per il quale si possedeva un bene in quanto lo si usava. Il diritto cioè derivava dall’uso e non viceversa.
La sola politica chiara e lineare fu quella di privilegiare tutti tranne la campagna, la sola ad essere produttiva e la sola ad essere tassata. Una politica che generò, con il tempo, una crisi economica notevole con ripercossioni nei rapporti internazionali che i Medici erano stati sempre abilissimi a tenere saldi utilizzando la politica delle alleanze e dei matrimoni. Abili, soprattutto, se si pensa al peso non certo rilevante del loro Stato. Alla fine del Cinquecento, infatti, quando la struttura territoriale del Granducato era pressoché consolidata, la popolazione totale era nettamente al di sotto del milione e le città, eccezione fatta per Firenze e Siena, non superavano i 5.000 abitanti. Malgrado il piccolo regno, i Medici erano tra i sovrani più ricchi. Al tempo di Ferdinando i si usava dire «il Papa è il più grande per autorità, Napoli per l’esercito, Venezia per la potenza in mare, il Granduca di Toscana per la borsa».
Sir Robert Dallington, nelle sue note di viaggio del 1596, sintetizza in una frase la Toscana dell’epoca: «[al Granduca] resterebbero altre due cose per farlo assolutamente ricco: l’amore dei suoi sudditi e la loro ricchezza privata; perché la ricchezza dei sudditi è ricchezza anche del re, e dove il popolo è ricco il principe non è povero. Ma di certo non c’è né l’uno né l’altra».
È indubbio che, a partire da Cosimo i, il principe mediceo accentra una quantità tale di poteri che neppure il Re Sole, un secolo più tardi, riuscirà ad eguagliare. Il sovrano toscano, infatti, ha in mano i poteri legislativo, esecutivo ed effettua il controllo su quello giudiziario. La Chiesa poi, come rileva giustamente Giorgio Spini «è a tutti gli effetti il braccio spirituale dello Stato: un apposito auditore della giurisdizione controlla minutamente gli affari ecclesiastici», nessuno può avere alcun beneficio senza il permesso di questo ufficio: «vescovati e ricche prebende sono il mezzo abituale con cui il sovrano compensa i servizi resigli».
Il principe si trova al sommo della piramide del potere e, quindi, non essendoci una distinzione precisa tra l’interesse pubblico dello Stato e quello privato del principe, quest’ultimo poteva usare il proprio potere per arricchirsi. Come scrisse nel 1561 Vincenzo Fedeli, ambasciatore di Venezia, a proposito di Cosimo i «se non gli bastano gli introiti dello Stato e le sue personali risorse, può sempre usare il suo potere per allungare la mano su quelle altrui».
chianaMezzo secolo dopo il principe era ancora più ricco ed i suoi sudditi ancora più poveri, tanto che il Dallington ci dice che non si cibavano d’altro «che di frutte e verdure crude (infatti il villano e i più poveri non mangiano carne più di una volta al mese, e comunque sempre moderatamente) [...]. L’acqua è la loro bevanda; questi non bevono vino a meno che non sian malati [...]. Tale è la misera penuria di questa nazione, che abbonda solo di espressioni curiose, che danno sfogo all’umore ma non placano la fame».
Ad onor del vero occorre anche dire che, il resto della penisola non si trovava in condizioni migliori, tanto che la Toscana era interessata da un continuo, anche se piccolo, flusso migratorio. La misura dello stato di povertà dell’epoca ci viene data dalla pubblicazione di un bando granducale, in occasione della carestia del 1590-91, con il quale il Granduca di Toscana, per arginare il flusso di immigrati, proibì l’ingresso nel suo regno a «birboni, vagabondi, cantimbanchi, cerretani e simili», ossia a coloro che, inabili a lavorare, venivano da «stati alieni a mendicare, in pregiudizio de’ poveri della città». Se il principe si preoccupava di salvaguardare il lavoro dei mendicanti, la vita non doveva essere facile; tuttavia qualcosa in più poteva essere fatta vista la ricchezza della casata al potere, impegnata tra l’altro su quasi tutti i fronti della produzione e del commercio del granducato.
chianaPer tornare a quel controllo sul territorio che abbiamo visto esercitato con grande spiegamento di forze, vale la pena di analizzare, a titolo di esempio, la produzione cerealicola. Ebbene, non uno staio di grano poteva essere raccolto, immagazzinato, venduto, macinato, panificato senza sottostare, passo dopo passo, al rilascio di un’autorizzazione specifica da parte delle autorità. Non un pane poteva essere venduto con caratteristiche, quantità e prezzo diversi da quelli voluti dal sovrano41. Per esercitare tutto questo potere era necessario un apparato burocratico numeroso che, a sua volta, doveva essere tenuto sotto controllo. Tale controllo verrà fatto sovrapponendosi all’intreccio di privilegi locali e di casta (combattuti aspramente dai principi illuminati del Settecento), rendendoli ancora più complicati con ulteriori concessioni e privilegi.
A partire dagli ultimi decenni del xvii secolo si assiste ad un processo di spostamento dei capitali disponibili dalle attività urbane, ad “investimenti” nella proprietà rurale. Il motivo ha un duplice aspetto: quello più ovvio della convenienza economica, e quello meno evidente, se non lo si osserva filtrato dalla situazione toscana del momento, di desiderio di “nobilitazione”. In altri termini: il denaro dà potere, ma la proprietà della terra aggiunge prestigio.
In questo ambito l’Ordine svolgerà un ruolo di primissimo piano. Agli inizi del xviii secolo, infatti, il carattere di difensore armato della cristianità, che aveva contraddistinto l’Ordine di S. Stefano fin dalla sua costituzione, si era molto affievolito: l’ultima impresa degna di tale nome era stata la partecipazione a fianco di Venezia nella guerra contro i Turchi del 1684-88. Per contro però era aumentata la sua importanza sociale e politica, sia perché nell’Ordine militava quasi tutta l’aristocrazia toscana, sia perché il patrimonio economico e finanziario acquisito interessava ormai, direttamente o indirettamente, quasi tutti gli organismi pubblici e privati del granducato. Non era insomma possibile svolgere nessuna attività di una qualche importanza, senza imbattersi negli interessi dell’Ordine.
Agli inizi del xviii secolo il prestigio internazionale dei Medici, che aveva contraddistinto la casata per 150 anni, era poco più che un ricordo. Gian Gastone de’ Medici, senza discendenti diretti, non poté lasciare il trono ad un parente italiano. Le potenze straniere pianificarono la successione ben prima della sua morte, tanto che, quando avvenne, Francesco Stefano di Lorena, Granduca designato, era nel frattempo diventato Imperatore d’Austria-Ungheria.
chianaOvviamente, vista l’importanza del nuovo ruolo, Francesco Stefano, salvo una breve parentesi, tra il gennaio e l’aprile del 1739, non dimorò mai in Toscana. All’indomani dell’investitura affidò il compito di “reggere” il Granducato ad un Consiglio guidato dal principe Craon, compito che fu svolto per 28 anni (tale periodo è passato alla storia, appunto, con il nome di Reggenza lorenese).
Fin dall’inizio fu chiara la svolta che Francesco Stefano aveva intenzione di dare al governo della Toscana. A pochi mesi dal suo investimento nominò una Commissione per il censimento del patrimonio e dello stato economico di tutte le corporazioni monastiche e laicali e di tutti “i luoghi pii”. Ordinò il frazionamento e la cessione di buona parte dei beni della Corona. E poi fece pubblicare l’editto con il quale si stabiliva il principio (riferito solo alle maremme, ma il concetto era sconvolgente), secondo il quale, chiunque si fosse stabilito nelle terre incolte del Granducato, con l’intento di dissodarle, ne sarebbe diventato il legittimo proprietario.
Quando Francesco Stefano di Lorena nel 1738, da un anno granduca di Toscana, vestì a Vienna l’abito di Gran Maestro dei Cavalieri stefaniani, conosceva perfettamente la realtà toscana. Essendo stato designato da tempo a succedere all’ultimo dei Medici, aveva avuto tutto il tempo per inviare esperti nel territorio. I dati che tali esperti raccolsero evidenziavano una crisi economica che partiva dalla campagna ed un Ordine, quello dei cavalieri di S. Stefano (che proprio nelle campagne aveva i suoi interessi), troppo potente e troppo indebitato.
I motivi dell’indebitamento dell’Ordine erano molti e difficili da sintetizzare. Possiamo indicarne qualcuno come le commende costose, le troppe pensioni, le troppe spese di rappresentanza, i prestiti non restituiti, gli affitti non pagati e via dicendo. Un esempio illuminante ci viene dato dalle numerosissime domande che ogni anno i cavalieri presentavano per essere imbarcati sulle galee. In realtà non possedevano alcuna passione per il mare e sapevano benissimo che l’eventualità di salire a bordo era molto remota, dal momento che le due navi non potevano ospistare più di 24 cavalieri; ma la sola richiesta d’imbarco dava diritto ad uno stipendio mensile, al mantenimento a Pisa ed a molti punti di merito per l’assegnazione di commende di anzianità.
chianaUno degli obiettivi della politica lorenese fu proprio quello di ridimensionare l’Ordine, rivedendo il suo aspetto militare: le due galee di cui disponeva, eredi dell’antica flotta, non erano di minaccia a nessuno, ma per il solo fatto di esistere, con il fine dichiarato di combattere gli infedeli, rappresentavano un ostacolo ai nuovi, proficui, scambi commerciali che Vienna aveva faticosamente tessuto con l’Impero ottomano.
Tra i problemi delicati da risolvere c’era anche quello che riguardava l’istituzione preposta al controllo dei cavalierati e della nobiltà. La corte del nuovo principe non ammetteva nobiltà che non discendesse direttamente dalla sovrana autorità, secondo i canoni di un mondo in cui il titolo aristocratico era saldamente legato al possesso feudale. Nell’ambito toscano, invece, la nobiltà era legata alle oligarchie cittadine in una sorta di autonomia rispetto al potere e l’istituzione di riferimento era ancora l’Ordine di S. Stefano.
Il nuovo Granduca era fermamente intenzionato a ridisegnare la mappa del potere dell’Ordine, ma il già ricordato ruolo sociale che coinvolgeva tutte le classi dirigenti, affiancato ad un valore simbolico di tutto rispetto, che derivava dall’essere una milizia cavalleresca posta sotto l’alto patronato del Pontefice, consigliavano di procedere con cautela.
La lotta tra il Governo lorenese e l’esercito di casate, aziende ed individui con interessi vicini all’Ordine, fu lunga ed aspra. I consiglieri del Granduca ritenevano che l’unico modo per risolvere il problema fosse quello di dare in affitto a privati le fattorie della Sacra Religione. Ovviamente l’Ordine era di parere assolutamente contrario ed argomentava la sua tesi affermando che «l’aumento accidentale, e poco durevole delle entrate, che prodotto avrebbe l’affitto delle nominate fattorie [non sarebbe stato compensato] dal danno gravissimo del deterioramento dei fondi e della pubblica sanità».
chianaLa motivazione era giusta ed i timori giustificati (tanto è vero che si verificarono puntualmente), peccato che fossero basati su «obiezioni speciose, legate alla difesa della situazione di fatto, che consentiva gli abusi degli amministratori e dei fattori», come rileva giustamente Ivo Biagianti nel suo Studio sulle vicende delle fattorie della Valdichiana.
Nel 1741 Francesco Stefano ordinò la concessione in affitto di tutti i beni dell’Ordine, non solo di quelli fondiari, ma anche delle entrate fiscali come di altre produzioni importanti dell’economia toscana di allora. La scelta consentiva di liberarsi delle spese per la gestione diretta dei beni e di far affluire denaro liquido nelle casse dello Stato.
L’esecuzione del volere granducale fu rallentata e rimandata di continuo con le scuse più diverse, ma l’abitudine a vivere in modo distaccato i problemi contingenti, non permise all’Ordine, approfittando del tempo guadagnato, di dimostrare con i fatti la bontà delle proprie tesi. Così, proprio nel 1741, quando sarebbe stata necessaria un po’ più di accortezza, a fronte di un maggior profitto dovuto all’entrata in produzione di nuovi terreni strappati alla palude della Chiana, i Cavalieri, anziché versare il denaro in sovrappiù nelle casse granducali o investirlo in loco, si ridussero del 10% la Tassa sulla commenda.
chianaNel 1746 il Governo granducale riuscì a spuntarla ed affittò tutte le sette fattorie dell’Ordine, quattro in Valdichiana (Font’a Ronco, Montecchio, Foiano, Bettolle) e tre nel pisano (Lavaiana, Badia di S. Savino, Il Pino) per un canone annuo di 39.904 scudi che passò poco dopo a 44.000 per compensare le migliorie e le bonifiche effettuate nel frattempo. È interessante notare come tale canone si riducesse a 37.800 scudi (per una sorta di sconto del 10% applicato sugli utili), ed a poco più di 27 mila pochi anni dopo. Un affitto non certo pesante dal momento che il valore dei beni era molto grande e che il ricavato consolidato era nettamente superiore al canone. Ma l’obiettivo dell’operazione era quello di combattere gli abusi commessi dai ministri dell’Ordine, e questa forse era la sola via percorribile. Purtroppo ci si affidò a persone ancor meno affidabili e controllabili. Persone, e gruppi di persone, che, nella difficile opera di manutenzione della valle, scelsero sempre di applicare il tornaconto personale piuttosto che quello più generale del risanamento della Valdichiana.
I contratti di affitto avevano la durata di nove anni. Il primo affittuario (1746) fu Aurelio Salvemini, che compariva per conto di una società a grande partecipazione. Nel 1755 subentrò Francesco Bellini, il quale lasciò una partita che si trascinò aperta per oltre vent’anni per non aver pagato prestatori d’opera e contadini. Nel 1764 fu la volta della compagnia guidata da Sebastiano Bernini. Quarto e ultimo affittuario fu Vincenzo Cecchini, che guidava la compagnia della quale faceva parte Matteo Biffi-Tolomei, notissimo economista del tempo. Fu il novennio più disastroso per ritardi nei pagamenti, irregolarità nei lavori di colmata ed abusi verso i contadini. In quest’ultimo periodo la media annua della rendita delle fattorie, al netto delle spese, raggiunse quasi i 60 mila scudi, a fronte di un canone di affitto di 34 mila.

chianaNel 1765, all’età di 18 anni, Pietro Leopoldo, figlio di Francesco Stefano di Lorena e Maria Teresa d’Austria, diventò Granduca di Toscana. Non è questa la sede per affrontare una sia pur minima biografia di un tale personaggio, né saremmo in grado di farlo; possiamo solo dire che la sua presenza in Toscana produsse notevoli cambiamenti.
Visitò per la prima volta la Valdichiana nel 1769 maturando subito l’idea di «mettere tutte le acque e i lavori da farsi, di arginature e simili, tanto quelli dello Scrittoio che della Religione e dei particolari, sotto la direzione di una medesima persona, mentre nel sistema presente ognuno volta i fiumi e fa le colmate come torna al proprio vantaggio senza badare ai danni che ne possono risultare per altri»45. L’intelligenza di Pietro Leopoldo è fuori discussione, ma il problema era sicuramente macroscopico per essere notato a prima visita e, comunque, non doveva essere neppure di facile soluzione, se furono necessari quasi 20 anni per ottenere una direzione unitaria.
Già da alcuni anni gli economisti avevano individuato nello sviluppo dell’agricoltura il mezzo per risollevare le condizioni economiche del granducato, ma ora Pietro Leopoldo ne faceva un cardine della sua politica di rinnovamento affermando che «per far risorgere adunque l’agricoltura dal languore ed avvelimento, nel quale l’aveva a poco a poco gettata un errore di governo, conveniva prima di ogni altra cosa remuovere ed allontanare le cause principali che ne avevano procurato la sua depressione», in generale tali cause venivano individuate nel predominio cittadino, componenti del quale erano soprattutto la nobiltà ed il clero. «Credono che tutta la Toscana debba contribuire unicamente al piacere e vantaggio loro», scriverà Pietro Leopoldo a proposito dei nobili e poi, a proposito del clero: «i preti a Firenze sono in numero eccessivo, [...] bisogna impedire le nuove fondazioni e le ordinazioni di quelli che non sono addetti a qualche chiesa». L’attuazione di una politica di contenimento nei confronti dei due maggiori committenti di opere architettoniche frenò l’attività edilizia nelle città favorendo, come conseguenza, l’impegno nelle campagne di architetti e costruttori cittadini.
Inizia in questo periodo quell’opera di razionalizzazione dei beni agrari che caratterizzerà tutta la Toscana in generale ed il paesaggio della Valdichiana in particolare. Si pianifica e si disegna la disposizione dei campi, delle case, delle strade, dei canali e dei fossi. Si delimitano i campi con i caratteristici filari di testucchi; lungo le strade ed i grottoni dei canali si piantano i gelsi; in prossimità di fossi e pozze d’acqua si regola la crescita dei canneti alternandoli a vincaie e pioppi. Tutti alberi indispensabili per l’autonomia del podere (come vedremo nella terza ripartizione di questo quaderno), piantati esclusivamente per questo scopo, ma tuttavia segno di una progettazione seria e completa che ha come unico obiettivo quello di migliorare l’ambiente nel suo insieme e non più quello di trarre la maggiore produzione dal singolo appezzamento. In ogni caso l’aspetto estetico è ancora oggi notevole, pur avendo perso gran parte del suo fascino con l’allargamento dei campi e l’abbattimento di gran parte dei caratteristici testucchi. E doveva essere apprezzato anche all’epoca se in una relazione del Settecento i possessi della Sacra Religione in Valdichiana furono definiti «Giardini, non poderi.
A dimostrazione poi che la razionalità degli interventi di bonifica era favorevole, oltre alla bellezza, anche alla produzione, in un’altra relazione si sostiene che «[...] reputare si potevano [le campagne delle fattorie di Valdichiana] il più sicuro ed abbondante granaio della Toscana. E, nel frattempo, Pietro Leopoldo controllava gli affittuari delle fattorie granducali.
Abbiamo già visto come i contratti di affitto fossero tenuti bassi per permettere interventi di manutenzione senza gravare sul guadagno dell’azienda che gestiva la fattoria, occorre aggiungere che, oltre a ciò, erano previsti anche interessanti incentivi, con la formula del rimborso delle spese sostenute, per l’impianto di nuovi alberi e colture, per interventi su case, strade, fossi, ponti ecc. Malgrado questa possibilità, che avrebbe potuto diventare una fonte di lucro non indifferente, gli affittuari preferirono impegnarsi solamente nello sfruttamento di ciò che consentiva un guadagno immediato. In Valdichiana, dove era predominante la coltura cerealicola, con particolare riferimento a quella del grano, seguita da fave, segale e orzo, si produceva solo questo o quasi. Ai primi dell’Ottocento la produzione di grano in Valdichiana raggiunse i 2 milioni di staia all’anno: praticamente un quarto della produzione di tutto il granducato. Una quantità appetibile per chi aveva come unico obiettivo quello di ottenere il massimo profitto da un novennio di affitto. La conferma a ciò ci viene data dall’introduzione di una nuova coltivazione, quella del mais, perché ci permette di verificare, attraverso le statistiche di produzione, le supposizioni espresse.
Fu la fattoria di Bettolle a fare da capofila, nel 1749, nella sperimentazione del granturco. Il raccolto fu modesto, solo 36 staia. Forse fu usato poco terreno per il test, o forse ci furono problemi di produzione, fatto sta che a Bettolle non si parlerà più di mais per quarant’anni. La seconda sperimentazione si ebbe solo nove anni dopo nella fattoria di Font’a Ronco dove la raccolta fu di 156 staia, che salirono in nove anni a poco meno di 1.000. Nel 1763 si iniziò a seminare mais a Foiano e, nel 1782, anche a Montecchio. Nel novennio 1782-91 tutte e quattro le fattorie producevano regolarmente mais per un raccolto totale annuo di 17.282 staia: c’era voluto mezzo secolo per convincerli tutti.
La logica dell’appalto dunque, oltre alla dimostrazione di aver favorito principalmente gli affittuari (il governo granducale non aveva ricevuto i benefici auspicati, né tanto meno le popolazioni e le comunità) era ormai anche in contrasto con la nuova politica leopoldina, che privilegiava il disegno di un governo “illuminato” centralistico ed alla ricerca di un equilibrio nuovo tra le competenze delle istituzioni centrali ed il controllo di qualunque altro potere periferico.
Pietro Leopoldo continuò i suoi viaggi in Valdichiana, durante i quali scrisse relazioni; rimproverò i ministri della Religione di S. Stefano che non controllavano48, come avrebbero dovuto, la conduzione delle fattorie; rimproverò gli affittuari che non si impegnavano nei lavori di manutenzione ed ammodernamento, rovinando il lavoro comunitario; pianificò nuovi interventi. Molto spesso era accompagnato da Leonardo Ximenes a cui si devono i progetti delle opere di bonifica nella vasta zona degli Sciarti. Malgrado l’insoddisfazione del Granduca, indice evidente di una non perfetta gestione, la Valdichiana era una sorta di cantiere che sembrava non avere mai fine. Anno dopo anno si assisteva alla nascita di nuovi poderi, alla ristrutturazione di altri, all’ammodernamento delle strutture accessorie: stalle, cantine depositi... che aumentarono il patrimonio delle fattorie. Quella di Montecchio, intorno al 1790 raggiunse, la potenzialità di 50 unità poderali. Per ottimizzarne la direzione venne creata, con una parte dei poderi, la nuova fattoria di Creti. Tra il 1802 ed il 1805 nacque la nuova fattoria di Pozzo della Chiana con parte dei poderi di Font’a Ronco, e quella dell’Abbadia di Montepulciano, con parte dei poderi di Bettolle.
Alla scadenza del quarto novennio di affitto (1782) Pietro Leopoldo era ormai convinto di far riprendere la gestione diretta delle fattorie alla Sacra Religione. Non era più disposto a sopportare, come scriverà nelle sue Relazioni «i soliti imbrogli con gli affittuari» o a dover combattere con le compagnie che diventano «tanto grosse da fare prepotenze» e che, oltre tutto, «per la piccolezza del canone pagato e le condizioni apposte nel contratto vi hanno fatto ricchezze immense».
chianaCon il ritorno dell’amministrazione delle fattorie dell’Ordine e delle Regie possessioni alla Segreteria di Stato, fu nominato il nuovo Auditore generale, Giovanni Neri Badia (fratello di Pompeo, già auditore della Religione), al quale si affiancarono le nuove figure di Cavaliere Soprintendente, Visitatore e Amministratore generale. Riprese in modo quasi forsennato, ma pianificato e razionale, il lavoro di bonifica e consolidamento in tutta la valle (ora c’è Vittorio Fossombroni che il Granduca giudica «giovine di talento [...] che promette bene»). Per la prima volta, si pone una particolare attenzione ai bisogni dei contadini: studiando seriamente il modo migliore di costruire le loro abitazioni e gli annessi necessari a farli vivere meglio. Uno dei compiti del Visitatore era addirittura quello di raccogliere le richieste dei lavoratori e, nel caso le avesse ritenute giuste, di inoltrarle al Granduca tramite il Soprintendente e l’Auditore della Religione. Prescindendo dall’accoglimento o meno delle richieste, che pure furono accolte, il solo fatto di prevedere di ascoltare il contadino era, per i tempi, cosa assolutamente nuova.
Il periodo dell’amministrazione Neri Badia fu decisamente felice per tutte le fattorie di Valdichiana. In particolare la fattoria di Bettolle non fu mai oggetto di tante cure ed attenzioni come in questo tempo. Dai dati dello Scrittoio dell’Ordine risulta quanto fossero evidenti le spese per Bettolle, tanto che nelle sue Memorie... il Fossombroni in proposito arriverà a dire che fu «per la Religione piuttosto un aggravio annuale che un utile».

La rendita delle fattorie aumentò a partire al 1782, anno del ritorno sotto l’amministrazione dello Scrittoio, raggiungendo la media annua di 58 mila scudi che salì a 70 mila agli inizi degli anni ’90 e ad oltre 80 mila nel biennio 1796-97. Nota di particolare importanza: la metà della rendita fu sempre destinata all’acquisto di nuovi beni, all’aumento dei bestiami ed alla manutenzione idrica dei terreni50.

chianaPietro Leopoldo, al termine del suo regno quando, nel 1790, morto il fratello Giuseppe, diventò imperatore d’Austria-Ungheria, lasciò una sorta di consegna con la quale raccomandava di mantenere invariato il sistema di amministrazione delle fattorie e di non lasciarsi mai tentare a cederle in affitto, perché la manutenzione ed il controllo della rete dei fossi, dei canali e della viabilità doveva essere totale ed unitaria per la salvaguardia dei terreni.
A Pietro Leopoldo successe alla guida del Granducato, il suo secondogenito Ferdinando iii, il quale annullò o ammorbidì molte delle riforme del padre, in particolar modo quelle di carattere religioso che avevano provocato diversi subbugli e che, forse, erano le avvisaglie dei tempi che stavano cambiando. Convinto sostenitore stefaniano, visitò più volte la fattoria di Bettolle. Per lui fu costruita sul palazzo la torre dalla quale amava osservare la valle. Una lapide, murata sul parappetto che volge a sud-est, lo ricorda:

ristabilita la calma in europa
i principi austriaci percorsero le contrade d’italia
l’anno mdcccxix
e si compiacquero delle arti figlie della pace
mentre l’imperatore e re francesco
ascendeva in campidoglio fra le grandezze di roma
l’arciduca giuseppe palatino d’ungheria
contemplava le acque di val di chiana
le quali al cenno del regio scettro toscano
senza strepito di sanguinosi eventi
compiscono la conquista di un’intera provincia
e suggeriva di costruire questa specola
onde facilitarne l’osservazione
il gran duca Ferdinando III
la fece subito erigere e l’onorò dell’augusta presenza sua
e dell’arciduchessa figlia maria luisa
ordinando che un marmo conservasse qui la memoria
dell’ospite illustre
che n’aveva concepito il progetto

Con l’occupazione napoleonica Ferdinando iii fu costretto a rifugiarsi a Vienna dove venne nominato principe elettore di Salisburgo e granduca di Würzburg.
Nel 1808 il governo napoleonico dispose controlli puntuali sulle proprietà fondiarie dell’Ordine. In particolare le fonti riportano notizie della visita di un commissario nominato allo scopo: François De Cambray Digny il quale raccolse in una relazione lo stato dei beni dell’Ordine in Valdichiana. Il manoscritto, redatto nello stesso anno, fornisce dati sullo stato del patrimonio immobiliare, classifica i terreni per ogni fattoria, specificando i prodotti e le colture cui ciascuno era destinato. Il documento è particolarmente interessante perché ci informa che Bettolle «in più delle altre fattorie, ha una latteria che dà un mediocre vantaggio, che potrebbe essere maggiore, ma bisognerebbe dargli una migliore distribuzione dei prati che servono da pascolo del bestiame della detta latteria che deve fare un percorso di circa tre miglia per trovare detti prati»51.
Malgrado gli sforzi fatti dal Consiglio della Religione per dimostrare l’utilità economica e sociale dell’Ordine, questo venne soppresso il 9 aprile 1809. Tutti i beni passarono al demanio ad eccezione dell’archivio che fu lasciato a Pisa, probabilmente perché non fu ravvisato in esso particolare importanza, anche se i rapporti redatti per l’occasione lo descrivono di «notevole imponenza, comprendendo non meno di sette in otto assai vaste camere e con bello e singolar ordine maestosamente classato»52.
I francesi, una volta entrati in possesso delle fattorie della Valdichiana, dimostrarono di credere nell’importanza delle tenute agricole. chianaRiorganizzarono l’amministrazione, cambiarono i quadri e gli apparati di controllo, furono presenti sul campo. L’ispettore incaricato De Cambray Digny pretese dai suoi collaboratori in loco che gli inviassero i registri aggiornati, divisi per derrate e denaro contante, ogni quindici giorni o, al massimo, ogni mese. Una rigorosità che sembrò eccessiva ma che, in effetti, non era niente se paragonata a quella che il Governo richiedeva a lui: il controllo quotidiano con apposizione di timbri e firma sui registri.
Il De Cambray Digny non effettuò mai controlli tanto assidui, adducendo come giustificazione l’eccessiva distanza tra una fattoria e l’altra, assicurando tuttavia una perfetta padronanza della situazione, tanto da rendre compte a l’Imperial Junte (da rendere conto alla Giunta Imperiale) in qualsiasi momento53.
Chiusa la parentesi francese, che peraltro non influì negativamente sui lavori di bonifica e di manutenzione della valle, Ferdinando iii tornò in possesso del granducato di Toscana e ripristinò l’Ordine di S. Stefano. I beni fondiari non furono però restituiti all’Ordine, ma furono affidati alla nuova Amministrazione Economico-Idraulica di Valdichiana. A titolo di indennizzo l’Ordine ricevette una rendita annua di 350 mila lire54.
chianaFerdinando iii morì a seguito di una malattia contratta proprio durante una visita in Valdichiana.
Gli successe, nel 1824, il figlio Leopoldo ii, il quale promosse i lavori di bonifica della Maremma grossetana, già iniziati dal nonno Pietro Leopoldo, e proseguì i lavori di manutenzione e bonifica della Valdichiana.
Nel 1859, allo scoppiare della seconda guerra d’Indipendenza, Leopoldo ii fu costretto ad abdicare ed a rifugiarsi in esilio in Austria. Nel novembre dello stesso anno il Governo provvisorio, presieduto da Bettino Ricasoli, abolì l’Ordine di S. Stefano dichiarandone disciolto il patrimonio ed approvando, nel contempo, il bilancio di previsione per le opere da fare in Valdichiana. Furono confermati i progetti del Manetti, succeduto al Fossombroni, mentre la direzione dei lavori fu affidata all’Ufficio del Genio Civile di Arezzo con giurisdizione estesa ai territori senesi della valle. Tali opere riguardarono principalmente l’abbassamento della Chiusa dei Monaci presso Arezzo e la costruzione di nuovi alvei per il Salarco e la Foenna.
chianaNel 1863 il Governo italiano vendette tutte le fattorie dello Scrittoio delle Possessioni. I compratori «vennero tutti o quasi tutti da fuori; e fra questi si annoverano l’ex deputato Servadio, l’ex ministro Bettino Ricasoli, l’ex ministro Pietro Bastogi e la francese madame Favard addivenuta quindi contessa di Frassineto»55.
La fattoria di Bettolle fu acquistata dal genovese Carlo Felice Puccio.
Nel 1865 le opere idrauliche della Valdichiana furono poste tra quelle classificate di seconda categoria, la cui spesa era prevista a carico dello Stato con il concorso delle province di Arezzo e Siena e del nuovo Consorzio di Bonifica56.
«Finalmente nel 1881 venne proposto nel parlamento un grandioso progetto pel bonificamento della valle, e la proposta divenne legge, e si eseguirono dal 1882 al 1895 diversi lavori, che costarono molto, e furono utili poco»57; così racconta le operazioni di bonifica Adolfo Ferrari, vissuto in quel periodo, e continua: «[...] specialmente che venga esteso il perimetro delle opere di seconda categoria ai torrenti Esse e Foenna; che gli affluenti di essi vengano con assennato criterio classificati nella terza categoria ed i danni immensi cagionati dall’alluvione memorabile del 1897 non tornino presto o tardi a ripetersi [...]».
I lavori continuarono ancora per alcuni decenni, tanto che non è difficile, andando in giro per la Valdichiana, imbattersi in opere realizzate tra il 1930 ed il 1940. Tutt’oggi, anche se le operazioni di bonifica sono terminate, il bacino a ridosso del Canale maestro è oggetto di cure ed attenzione continua a riprova dell’equilibrio instabile che regola la splendida, ma delicata Valdichiana.
Carlo Possenti, che sostituì il Manetti alla direzione delle opere di bonifica, scrisse a proposito della delicatezza del sistema «[...] tanta ricchezza sorprende il viaggiatore, il quale ignaro del regime idraulico, vede solo intorno a sé campagne fertili e popolate, coltivazioni ricche ed estese, ville, giardini...».