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SINALUNGA


 



Luigi Agnolucci
RACCOLTA DI NOTIZIE STORICHE IN ORDINE CRONOLOGICO
DEL COMUNE DI SINALUNGA (fino al 1558)

a cura della Biblioteca Comunale di Sinalunga

 

Nel rovistare certe mie carte, mi dette alla mano il libro delle Memorie Storiche di Sinalunga, che dal suo originale avevo fatto copiare a Ferruccio Bruschi; mi venne la voglia di farne una seconda edizione tutta di mio pugnio, tralasciando certi dettegli che mi sembravano poco interessanti.
Ho scritto in rosso il titolo in succinto, a fronte della notizia data, che ho poi riprodotto in un indice alfabetico, in fondo al presente volume.
Così questa copia sarà più breve e meno noiosa. Chi vorrà conoscere le cose omesse in questa edizione ricorrerà a quella sopra citata.

Li 7 - Marzo 1911 -

Ing.re Luigi Agnolucci

Una Seconda Edizione di mio carattere
l’ho donata ad Vezio Giovannini il di 29 luglio 1925

 

A chi aprirà questo libro

Spieghiamoci subbito, qui sulla prima pagina, perché non abbiano a nascere malintesi. Col raccogliere documenti e notizie del Comune di Sinalunga, non ho inteso di dare una lezione di storia; ho solo desiderato stuzzicare la curiosità dei miei compaesani, perché leggendo del proprio paese a questo si affezionassero, e procurino di renderlo più prospero e migliore.
Ai tempi nostri, che si fa tanto consumo di carta, e che si fanno gemere i torchi per tante cose frivole, e fino pornografiche, che si fanno monografie e statistiche fino degli sbadigli; sarà supponibile che queste pagine da chi tanto e non per tutti risibile, che alcuno si sia occupato a raccogliere notizie riflettenti il luogo nativo; che io ho sempre e molto amato.
Per quanto io mi sia data cura di rovistare ovunque, ricercando tutto ciò che alla Terra di Sinalunga, alle sue istituzioni, e Comunelli può riferirsi, non ebbi ne ho la pretesa, che questa mia raccolta sia completa; poiché se altri diligentemente cercando e confrontando, può da un momento scavare qualche notizia da me non avvertita.
Molto meno poi ho creduto di farmi gabellare per scrittore, poiché io so di essere discendente del modesto quadrupede, che tanto spesso ci rammentano i nostri gelosi vicini.
Ciò premesso se i miei conterranei non vorranno essermi indulgenti, mi trattino pure quale discendente del nostro comune antenato araldico, anziché del buono e dotto Vescovo di Tours, che lo ha ufficialmente sostituito.(1.)
Questa mia raccolta di notizie qualunque sia il suo valore, l’offro e dedico ai Rappresentanti, protempore, del Comune di Sinalunga, poiché quantunque lo scorrere queste pagine, possa riuscire noiosetto alquanto, ciò non di meno, valga ad attestare l’interessamento per il Comune, che mi onoro, io pure, di avere rappresentato.(2.)

Devotissimo
Ing. Luigi Agnolucci

(1.) Qui si allude alla controversia molto dibattuta sul nome di Sinalunga o Asinalunga: finita e decisa col decreto Reale che determina il nome del paese e del Comune; e toglie l’Asina, come chi scrive la tolse dal libro, diciamo di Oro, nel quale con gli stemmi comunali sono disegnati quelli delle antiche famiglie del paese.

(2.) Oltre a questa raccolta di notizie io ho compilato oltre quattrocento Cartoline che contengono notizie e dettagliate di quanto è da notarsi nel comune di Sinalunga, nelle sue istituzioni e corpi morali; con un Indice Alfabetico. Il contenuto delle cartoline è stato ricavato dai documenti esistenti nel Archivio Comunale e dovunque mi fu possibile. Nel indice sopra rammentato sono elencati diversi Allegati in numero di oltre cinquanta, tutti interessanti i vari soggetti trattati, sia nelle Cartolina che nella presente raccolta.

Descrizione Topografia

I terreni della Valdichiana Furono un tempo coperti dalle acque del mare, come attestano i copiosi avanzi marini che si osservano in più luoghi e le ghiaie fuitate, composte di frammenti di pietre, che non esistono nei monti circostanti alla valle e che vi furono trasportati dal lento rotolamento, eseguito per secoli, dal agitarsi delle onde marine. Ritiratosi il mare, l’andamento della valle doveva essere ben diverso dall’attuale e doveva presentare molte ineguaglianze; come si arguisce da alcune punte di colline staccate, che tuttora emergono in mezzo alla pianura, il cui livello si innalzò con le colmazioni successive; come si osserva nel territorio del nostro Comune.
Anticamente parte delle acque dell’Arno si spandevano nella pianura di Arezzo, ed a queste unendosi quelle dei Torrenti circostanti, si formava una grande massa d’acque capaci di animare il corso della Chiana verso Chiusi, in direzione inversa dal attuale, scolando nel Tevere.
Successivamente alla porzione del Arno che si dirigeva a Pisa, e tutto ora corre in quella direzione, per cause naturali, od artificiali, abbassò il suo alveo, e così vennero a diminuire le acque del ramo, che gli scienziati chiamano Teverino; e proseguendo a scavarsi l’alveo del ramo Pisano, il Teverino ebbe poco alimento e finalmente gli mancò affatto.
Nella prima epoca la Valdichiana fu tutta irrigata da un fiume corrente; nella seconda si dove formare, nelle vicinanze di Arezzo, un lago, ed il fiume rallentò il suo corso fino a che, nella terza epoca, ristagnò, e tutta la valle divenne palude.
È fisicamente provato ed ammesso, che queste variazioni accaddero, non si può con precisione conoscere quando, solo pare provato che l’impaludamento della Valdichiana cominciasse sul finire del undicesimo secolo.
Il primo tentativo fatto dalla Repubblica Fiorentina per bonificare la Valdichiana, è del 1388. come si rileva da una deliberazione citata dal Fossombroni nelle sue memorie idrauliche. Ma per la morte del Papa Clemente VII dei Medici, che come privato si era interessato, di questa impresa, e per le guerre di quel tempo, si fece poco o niun profitto. Successivamente i principi di casa Medici, dettero mano ai lavori più importanti ed ottennero resultati corrispondenti; finché quelli della casa di Lorena ridussero questi lavori guasi alla perfezione; e la valle ricolmata, fù per intiero restituita alla cultura: nel quale stato vorrà mantenerla il governo nazionale non trascurando di coronare l’edifizio; poiché al sistema delle colmate dovrà succedere quello di un facile e diretto scolo delle acque di tutta la valle; il che non sembra sia perfettamente raggiunto, come recentemente fu dimostrato in occasione di straordinarie ed insistenti piogge.
Appoggiato ai monti che chiudono la valle dal lato di ponente, giace il Comune di Sinalunga che si estende (secondo il Repetti) per una superfice di quadrati Toscani 22.877. pari ad Ettari 7792. ed Ari 28 e M (?)o 18. e così per miglia quadrate ventotto e un terzo, equivalenti a chilometri quadrati 77 e 92. Le strade ed i corsi d’acqua occupano Ettari 282.
La figura che presenta questa superficie può paragonarsi ad un piede, sul cui malleolo è situato il Capoluogo. La pianta del piede pare affondata nelle Colline di Collealto, che separano la valle dell’Ombrone da quella della Chiana. Su queste colline sorgono i castelli di Scrofiano, Farnetella e Rigomagno; mente il dorso ed il collo del piede posano sulla pianura e sulle più depresse colline di Poggigialli; alla cui estremità sorge il grosso Borgo di Bettolle, stando nel calcagno le ville della Fratta e dell’Amorosa.
Due distinte ramificazioni di colline occupano il suddetto territorio, la prima si propaga dai monti di Collalto, ed è quella ove si disse immersa la pianta del piede; un seno o gola si apre fra queste nel luogo nominato le Vallesi; e per questa passa il torrente Fuenna, la via principale e la Via Ferrata. La composizione di queste colline è guasi tutta eguale; in base strati di calcare carbonata compatta, o alberesi; poi altri strati di grigio vachio [pietra serena] poi uno strato di tufo marino; nei colli più alti questi strati si alternano con inclinazioni sentite verso ponente, e sono sparsi di spoglie di animali marini, testacei, bivalvi e radiati. La seconda ramificazione proviene da una propagazione della collina di Lucignano, e qui pure sono molti avanzi marini, e strati di tufo senza pietre. A questo ramo appartengono le punte di due colline sommerse dai terreni di alluvione, che formano due rilievi nella pianura; e sono i punti del Poggiolo e di Montemartino, dove pure si osservano avanzi marini.
Il territorio del Comune per breve tratto tocca quello del Comune di Asciano, sul vertice del poggio di Collalto, alla pietra di quattro termini, fra Casabianca e lo sbocco nella via di Scrofiano nella via provinciale Lauretana. Senza contare questo punto di contatto, esso confina con altri sei Comuni, cioè Rapolano e Trequanda a ponente, Lucignano e Foiano a tramontana, Cortona a levante, e Torrita a mezzogiorno.
Il Canal maestro della Chiana che limita il confine di Cortona, è il corso d’acqua principale, poi il torrente Fuenna, che attraversa il Comune nella sua lunghezza; i suoi tributari sono, il Varniano, la Vertege, il Fossatone, il fosso di Santa Caterina, il Galegno, la Doccia, il Musarone, oltre i canali di scolo del Busso delle Prata e dell’Amorosa.
Esistono varie sorgenti di acqua potabile, che alimentano fonti pubbliche e private; ed una sorgente acidula medicinale in luogo detto la Pietra; nei beni Griccioli, che i medici prescrivono per varie malattie ed altra sorgente sulfurea.
La ferrovia Chiusi-Siena attraversa il Comune nella sua maggiore lunghezza, per circa Chilometri undici e mezzo; fermando a due Stazioni, quella di Palazzuolo sotto Rigomagno, che porta il nome officiale di Lucignano, l’altra alla Pieve ad Mensulas; che porta il nome di Sinalunga, e che distano l’una dall’altra Chilometri cinque e metri 785.
Una rete di buone strade rotabili agevola ad esuberanza la circolazione. Quelle provinciali sono quattro; la via antica Cassia, Chiusi-Siena, che attraversa il Comune, e che ha lo stesso andamento della ferrovia; la Lauretana che si stacca dalla prima presso il Villaggio di Rigaiolo, e va fino al confine di Collealto, con la traversa dei Monti, che da questo crocicchio, per l’Amorosa, va al confine di Trequanda; la Longitudinale Cassia, che dal Casato per Bettolle va al confine di Foiano. Le vie Comunali sono divise in tre diversi gruppi, o cantoni, uno di Sinalunga, uno di Bettolle e uno di Scrofiano, il cui mantenimento e curato e sorvegliato da tre giornalieri o Cantonieri; esse vie mettono in comunicazione il Capoluogo con le Frazioni e queste fra loro.
La parte montuosa ed occupata dalle colline, si può valutare a due terzi della superfice del Comune e ad un terzo quella occupata dalla pianura.
I fossili i vegetali e gli animali che si trovano nel comune sono quelli stessi che appartengono alla provincia di Siena.
Eccezione fatta di pochi tratti di bosco, specialmente ceduo, il terreno è tutto messo a cultura. Nelle colline a ponente sono molti Olivi, Viti e Gelsi; le viti quasi sempre accoppiate ai pioppi, o testucchi, si estendono anche nelle altre colline e nel piano dove sono molti Gelsi. L’Olio è ben fatto, e non è dispregevole; il Vino spece di collina, e segnatamente quello di Farnetella e di Poggigialli, è molto stimato. Si producono, cereali, legumi, Granturco, Canapa, Lino, foraggi ed ortaggi e frutta di tutte le specie. Si allevano molti bachi da seta, che danno un ricco prodotto. La incipiente coltivazione del Tabacco promette di estendersi, e da un prodotto di pregevole qualità. Anche il giardinaggio non è trascurato.
La bella e pregievole razza Bovina di Valdichiana si alleva con molta cura, e costituisce una cospicua rendita, poiché se ne fa un attivissimo commercio; non ultima risorsa è per gli allevatori il bestiame minuto suino domestico. Poche sono le Pecore che danno ottimi latticini; pochi i Cavalli; tenuti solo per le vetture private e pubbliche. Gli Asini ed i Muli servono per i trasporti di merci e materiali da costruzione. Con la facilità e celerità dei trasporti ferroviari l’allevamento del pollame è divenuta una industria assai rimunerativa, essendo le uova ricercatissime.
Il paese è guasi esclusivamente dedito alla agricultura, e poche sono le industrie a quella estrane. A Scrofiano esiste una fabbrica di Vetri e Cristalli con macchina a Vapore per arruotarli. A Sinalunga fino al 1883. si esercitava una importante filanda di Seta. La industria della Calcina, ha una certa importanza su nelle Colline di Collalto, dove sono diverse fornaci; spenta a dovere e mista a rena di torrente, forma una ottima malta guasi idraulica.
Le fornaci dei laterizzi sulle colline di Poggigialli danno eccellenti quanto svariati prodotti. Recentemente sotto Monte-Martino i Sig.i Tempora hanno impiantata una grande fornace di laterizzi con macchina a Vapore e calore continuo, per la formazione e cottura di mattoni vuoti e pieni ed altri svariati laterizzi.
I diversi vasai che sono a Rigaiolo dovrebbero perfezionare le loro ceramiche per gli usi domestici; ma ad essi mancano i pochi capitali necessari.
Il clima è temperato, ed in alcune stagioni è freddo umido, spece in primavera, quando poco doppo il tramonto, e la levata del sole si sviluppa un fresco pungente, che qui è conosciuto sotto il nome di Uzza. La Pioggia cade abbondante nei mesi di Novembre e Decembre e qualche volta anche in primavera. Rare sono le annate nelle quali non cada neve, nei mesi di Decembre Gennaio e Febbraio. Le brinate cominciano presto e terminano tardi, a motivo delle nevi che cadono nelle vicine montagne.
Il professore Giuli, nella sua statistica Agraria della Valdichiana, scrive di avere tenuto conto per dieci anni della quantità di acqua (?) in media caduta a Sinalunga, e dice che in ciascun anno si può valutare a due piedi, cinque pollici e tre line. La grandine non e molto frequente. La popolazione ha un carattere pacifico e tranquillo; i delitti di sangue sono rarissimi; quelli contro la proprietà si commettono generalmente in campagna, e sui prodotti campestri di minor conto, ma non in larga scala.
L’artigiano è intelligente ed attivo. Il colono è laborioso ma alquanto schiavo di certi pregiudizi agrari, e però reluttante alle innovazioni che tendono a megliorare i sistemi di cultura vigenti.
Il dialetto che parla questa popolazione è il senese, posando sulla penultima sillaba delle parole. Sulla sinistra della Fuenna, eccettuato il distretto di Rigomagno, l’accento, ed alcuni termini si accostano al dialetto Arretino, e la differenza è sempre più marcata oltrepassati i confini del Comune.
L’antica corte o contado di Sinalunga dopo il regolamento del 2. Gennaio 1777. si aumentò con i territori dei tre Castelli di Scrofiano, Farnetella, e Rigomagno, delle Ville del Poggiolo, della Fratta dei Villaggi della Pieve ad Mensulas, di Rigaiolo, di Guazzino, del Poggio, della Fratta e della Amorosa; il grosso borgo di Bettolle era stato riunito a Sinalunga molto prima.

Notizie Storiche

Lantica via Cassia Consolare ci da i documenti per rintracciare le più antiche memorie della località dove sorse il paese di Sinalunga. È certo che questa via la quale da Chiusi portava a Firenze, e si diramava per Arezzo e per Siena, lambiva le nostre colline. Di essa offrono traccie non dubbie gli oggetti rinvenuti.(3.)

(3.) Prima che la Valle della Chiana si impaludasse l’Imperatore Adriano fece restaurare un tratto della Via Cassia; come si rileva dalla Colonna migliare ritrovata sulle sponde del Torrente Salarco, presso un podere dei Signori Bucelli, la quale prima fu trasportata a Montepulciano, dove servì per qualche tempo a segnare il luogo della Berlina per i malfattori presso quel palazzo di giustizia. Nei primi del 1588= per ordine del Granduca, cui fu fatta conoscere l’importanza della iscrizione che portava scolpita, detta Colonna, fu trasportata a Firenze nella Galleria degli Uffizzi.

Che poi la Pieve di San Pietro ad Mensulas fosse una delle stazioni di questa via, è indubitato. Non tutti gli eruditi di antichità però concedono ed ammettono che la detta Pieve corrisponda precisamente con la manzione ad Mensulas, della tavola Pentingeriana, che anzi i recenti scavi operati in quelle vicinanze farebbero credere al Commendator Gamurrini, che alla Pieve di Sinalunga corrispondesse la manzione ad Graecos, poiché egli ritiene che in questa località fosse stata una colonia Greca appoggiandosi agli scavi recenti, fatti a poco più di cento metri dalla nostra Pieve, che dettero alla luce una statua in terra cotta rappresentante Ercole in riposo, giudicata di fattura greca e presso di essa furono trovate a mucchietti non poche monete Romane, che si ritengono appartenere a circa duegento anni avanti Cristo. Dal insieme delle cose trovate si argomenta trattarsi di un edifizio dedicato ad Ercole, al quale solevasi edificare dei tempietti nei trivi e quadrivi delle strade: Vedi la relazione stampata - Notizie degli scavi Italiani redatta dal Com.re Gamurrini, e gentilmente depositata in Comune dal attuale Pievano, Don Luigi Frullini, essendo stati gli scavi presso la Pieve e sua cura e recentemente eseguiti.
Senza occuparsi se la denominazione ad Mensulas, sempre data alla nostra Pieve, corrisponda con quella indicata dalla tavola Pentingeriana, certo è che detta Pieve ci fornisce le più remote notizie storiche della località; e le cose ivi trovate ci dicono essere stata una stazione militare della via Cassia. Specialmente lo dice la famosa iscrizione dedicata a Caio Umbricio. I Romani costumavano seppellire i loro morti lungo le vie, e quivi i sepolcri dovevano abbondare e molti dovevano essere i quadrati di pietra, a questi soprapposti, che mense si dicevano. Di qui il nome di Mensulas, il quale per la presenza dei molti sepolcri poteva essere comune anche ad altra località posta nella stessa via Cassia. La dizione ad Mensulas si trova registrata in vari documenti dell’Archivio Comunale, con le date del 1300. quantunque si trovi variata, da Mensula, Missulis, Mensola, e Mensule; ma siccome questa dizione appella sempre ad una località nei pressi di Sinalunga così nella diversa dizione non può cadere equivoco.
Che questo luogo fosse abbastanza abitato lo provano antiche iscrizioni già cognite; e le costruzioni romane, i pezzi di conduttura in piombo, le monete di varie epoche trovate in più tempi e recentemente, in un raggio abbastanza esteso attorno alla Pieve, e sul piano.
Nei bassi tempi dell’Impero e con le escursioni barbariche, questa popolazione avrà sentito il bisogno di ritirarsi in alto, ed avrà dato cominciamento al castello delle Ripe, che sorgeva nella collina immediatamente soprastante, e ciò non tanto per ragione di difesa, quanto per sfuggire la malaria, cagionata dal impaludamento della Chiana. Se pure non esisteva già un nucleo di abitazioni nelle colline, come potrebbero provarlo, le tombe Etrusche ed i vasi etruschi e Romani trovate in varie località di collina; ed anche negli ultimi tempi.
È tradizione confermata dagli eruditi, che la Pieve di San Pietro ad Mensulas sia antichissima; e che ivi esistesse un tempio pagano; da San Donato Vescovo di Arezzo convertito in chiesa Cristiana. San Donato morì l’anno 362. a tempo di Giuliano, in età di settanta anni; ed a questa epoca deve risalire la fondazione della Pieve.
Affrettiamoci a dire, che la fabbrica presente quantunque per la sua costruzione, possa credersi risalire verso il mille, non è il tempio pagano; quantunque alcune pietre, ora coperte dal moderno intonaco, possano assegnarsi a costruzioni primitive. Resta visibile una piccola pietra sul secondo arco a sinistra della navata, che il citato archeologo Gamurrini riproduce ed interpreta:

Nomen D(e)I SAN(ctum) A(lfa) O(mega)
Al Santo nome di Dio, principio e fine.

Le lettere sono rilevate. Altre iscrizioni che tempo fa si vedevano, fra cui è citata una, Publio Fanulo Aruspici Pubblico - Vedi Archivio Comunale documenti storici Volume secondo. Anche le analoghe dissertazioni si conservano in detto Archivio. I caratteri delle iscrizioni rozzamente incisi sono Romani. L’interpretazione in cui concordano i prelodati illustratori, è la seguente quanto è incasellato di rosso non corre qui.
La prima memoria scritta di questa Pieve esiste nella settantaquattresima dissertazione sulle antichità Italiane del chiarissimo storico Lodovico Muratori, in cui si fa parola di un Leo praesbiter de Battisterio sanctae matris Ecclesiae de Mensulis, come testimone in una causa che si agitava, fra il Vescovo di Siena e quello di Arezzo, per la giurisdizione di varie chiese.
Nella sagrestia della Pieve si conserva il cippo sepolcrale di Caio Umbricio in travertino alto Metri 1,46 Cent. largo Cen.ri 75 - avente lo spessore di Cen.ri 20 - Anticamente questo monumento trovavasi nel cimitero vecchio, avanti alla Chiesa. Il comune di Sinalunga lo fece trasportare dove ora si vede, come ne fa fede analoga iscrizione, con i nomi dei residenti e la data 17. Agosto 1753.
Questo cippo fu illustrato dal padre Bernardino Vestrini delle scuole Pie nel 1775. - e dal Dot. Antonio Luigi Paolozzi.(4.)

(4.) Il Paolozzi fu Giudice del Capitano di Giustizia di Sinalunga nel 1753= ed anni successivi, fu uomo amante di antica erudizione, e tradusse cinquantadue Cartepecore, che dal nostro Archivio Comunale passarono recentemente a quello di Stato di Siena. Questa traduzione servì al Cancelliere Grazzi, a cui si devono moltissime notizie su Sinalunga.

Le analoghe dissertazioni si conservano nel Archivio Comunale. I caratteri delle iscrizioni rozzamente incisi sono Romani. La interpretrazione in cui concordano i prelodati illustratori è la seguente

Caio Umbricio Celere figlio di Lucio
della Tribu Pontina di patria Arretino,
soldato a cavallo pretoriano della Coorte
nona centuria di Cominio, militò sedici anni, visse settantun anno
Lucio Umbricio Clemente
a sua padre benevolo pose

Si riproduce il fassimile di questo monumento - Che deve leggersi

- Diis Manibus. Caio Umbricio Luci filio Pontina Celeri Domo
Arretio equiti Coortis nonae Praetoris. Centuria Comini
militavit annos sexdecim vixit annos setuaginta et unum.
Lucius Umbricius Clemens patri benevolenti
in solo suo posuit -

Varie iscrizioni trovate in Roma, nella Toscana e per la Gallia Cisalpina appellano a questa famiglia Umbricia, le quali ci fanno conoscere che i membri di questa famiglia avevano onori possessioni e liberti. Caio Umbricio Celere, sembra visse nel secolo terzo. (5.)

(5.) Il Professore Giuseppe Giuli fu per qualche tempo Medico condotto a Sinalunga; e di qui passò alla Università di Siena, dove tenne la cattedra di Bottanica; predilesse sempre il nostro paese come sua seconda patria.

Il professore Giuli nella sua storia della Valdichiana, Vol. primo ac 219, dopo avere parlato della suddetta iscrizione dice “sembra, che questa famiglia Umbricia avesse presso Sinalunga dei beni e vi abitasse; poiché gli eredi della famiglia Pagni, posseggono (nel 1828.) un sigillo in bronzo, in cui in lettere Romane si legge [ ... ] e sopra il manubrio del sigillo vi sono ripetute le lettere L. U. A. così si hanno i nomi di tre individui di questa famiglia - Caio Umbricio Celere, a cui è dedicata l’iscrizione sepolcrale esistente nella Pieve - Caio Umbricio Clemente che la dedicava e Lucio Umbricio Ampliato proprietario del sigillo. Dice inoltre che il sigillo suddetto fu trovato a Sinalunga, ma non sa precisamente il luogo.
La più antica memoria del Castello di Sinalunga, concerne la Chiesa di santa Lucia, eretta in un antico edificio che serviva al pubblico come luogo di adunanze fino dal 782. detto il Concionatorio.
La campana della antica Rocca demolita per costruire in quel sito la Collegiata fu collocata nel nuovo campanile. Essa nel 1751. si ruppe, e col vecchio metallo fu rifusa una nuova campana, una iscrizione della vecchia ci fa sapere come questa portasse la data del 1100.
I Cacciaconti della Scialenga di legge salica furono i signori del Castello di Sinalunga e del territorio tutto che formò parte del Comune nella età di mezzo.
Questa dinastia di origine francese signoreggiò in Siena e nel suo territorio, fino ai tempi Carolingi. La regione della Scialenga a cui dette il nome questa stirpe è il paese situato fra l’Ombrone e la Valdichiana. Da questo ceppo presero il nome diversi dinasti di questa consorteria, innanzi che si dividessero in più rami, che, si chiamarono - Cacciaconti, Cacciaguerra, De Manenti, Spadalunga, Spadacorta. Secondo il Pecci nella Storia dei Castelli senesi, i Cacciaconti furono un ramo dei Berardeschi, e dice, che forse si chiamarono Cacciaconti perché essi avessero contribuito a scacciare i conti da qualche città della Toscana.
Lo stipite della stirpe dei Cacciaconti pare fosse un tale Vinigi Salico, figlio di Raghieri, sceso in Italia nel anno 865. in qualità di legato dell’imperatore Lodovico II e che nel 867. e 868. trovavasi in Siena ed in Roselle, ad esercitare l’ufficio di Governatore di quelle contrade.
Nella iscrizione che si legge attorno ad un antico sigillo del Comune e che è riprodotto nella Campana del pubblico, fusa nel 1565. il nome di Sinalunga va unito a quello del Castello delle Ripe, che sorgeva a levante della Collina che fronteggia Sinalunga. Secondo il Repetti il nome di Ripa fu comune in Toscana a molti casolari, che sorsero in luoghi scoscesi; certo è che il Castello delle Ripe è più volte rammentato nelle membrane del Comune, e che ebbe una Chiesa dedicata a San Niccolò, di cui si conserva il titolo; ed uno spedaletto sotto il titolo di San Giovanni.
Secondo il Pecci, i diversi rami di questi Conti che erano feudatari di Sinalunga, del Poggiolo e delle Ripe, si combatterono aspramente; tanto che il Castello delle Ripe fu distrutto e riunito a Sinalunga. Altri invece opinano, che il castello delle Ripe fosse distrutto nel 1312. quando la repubblica di Siena essendo Sinalunga occupata dai Gibellini, e così molto dopo che i Cacciaconti avevano cessato di aversi giurisdizione.
Il popolo già cominciava a reagire contro l’oppressione dei grandi ed i grossi Comuni delle città cominciavano a far sentire ai signorotti delle campagne la loro influenza ed il predominio della loro ricchezza; anche i Cacciaconti come gli altri un poco per amore, e molto per forza, cederono la giurisdizione politica delle loro terre al Comune di Siena, e fra le altre terre fu compresa Sinalunga, che ebbe l’obbligo di portare ogni anno l’offerta, per la Madonna di Agosto, ed a restituire le robbe e prigionieri fatti durante la guerra.
Ecco quanto su questo fatto scrive Jacopo Gori nella sua Storia di Chiusi:
“Essendosi i Conti Scialenghi ribellati ai senesi nel - 1197. - la Balia di Siena spedì gente per pigliare Asciano e contro li detti Conti, con animo di prendersi tutto lo stato loro, che erano padroni di molti Castelli. I conti considerando che il loro potere non era bastante a difenderli da tante forse mandarono a domandare accordo, ed ottenuto salvacondotto, mandarono a Siena due Cacciaconti, Aldobrandino, e Bernardino con altri dei loro, e con i Sindaci del Comune i quali introdotti nella Chiesa di San Pellegrino, innanzi ai magistrati ed ai Consoli si sottomisero alla Repubblica con le loro terre, che erano, Montisi, Petroio, la Terre (?) a Castello, Monte Sante Marie, Rapolano, Poggio Santa Cecilia, e le ragioni che possedevano in Sinalunga e nel poggio delle Ripe, per le quali si obbligarono di dare ogni anno il censo per la festa di Agosto.”
Nel Archivio Comunale esiste un libro manoscritto che porta il numero dieci della divisione prima - Documenti storici e patrimoniali intitolato - Descrizione dello stato civile ed economico ed Ecclesiastico della terra di Sinalunga - Compilato dal Dott.re Andrea Grazzi - Non che un altro grosso volume in foglio che porta il N° 11 - della stessa divisione intitolato - Annali della terra di Sinalunga - Compilati dal accademico Sinalunghese detto L’Infiammato.(5. Bis)

(5. Bis) Il Dottore Andrea Grazzi, era nativo di Sinalunga si era laureato in Siena nel 29 gennaio 1749. Venne Cancelliere del Comune del suo paese dove morì il 9 Novembre 1760. Fu uomo erudito, e molto amante del suo paese, per il quale lavorò assai nel raccogliere da antichi documenti le notizie storiche di Sinalunga, lasciò molti e pregevoli manoscritti, compilati con chiarezza ed in modo che rivela la buona fonte che gli aveva somministrata la materia. Dopo di lui un tale Mariano Cinelli compilò gli Annali di Sinalunga, per i quali molto si valse dei manoscritti del Grazzi. Il Cinelli membro dell’Accademia Paesana si intitolava l’Infiammato. Fu un fattotum del suo paese, ma non ebbe l’erudizione, né la modestia del suo Compatriotta Dott. Grazzi.
Chi scrive molto si è giovato per la presente Raccolta dei manoscritti dei suindicati suoi predecessori, le cui memorie non oltrepassano l’anno millesettecentosessanta. (1760)

Questi due diligenti raccoglitori di notizie paesane saranno frequentemente citati.
Negli annali appunto si trova che nel - 1265. - fu costruita a Sinalunga la Fonte del Castagno, a tempo di Ser Frignano Notaro. Una grossa pietra di travertino murata nel frontone del fontanile, che una volta si crede appartenere ad un altro edifizio, porta una iscrizione abbreviata, in lettere gotiche; solo decifrata recentemente dal noto archeologo Com.re Gamurrini. Nel 1890. l’antico fontanile che rovinava, fu ricostruito, e chi scrive, era in quel tempo sindaco, ebbe cura prima di togliere dal suo posto la suddetta pietra, di dare al fontanile una forma architettonica armonizzante con lo stile del tempo, in cui la fonte era stata costruita, dopo aver fatta decifrare l’iscrizione di cui si riproduce qui il fassimile.
Essa dice,

Anno Domini 1265.
Tempore treguae hic opus tulerunt (o triverunt)

Che tradotta in italiano - L’anno del signore 1265. in tempo di tregua, di qui l’Opera traforarono; si accenna alla tregua avvenuta dopo la sanguinosa battaglia di Monteaperti. Il Pecci(6.)

(6.) Lo storico senese Giovanni Antonio Pecci, nacque nel 1692. e morì nel 13 Marzo 1768. di 75. anni. Oltre la storia di Siena, ha scritto quella dei Castelli Senesi, che è inedita, ed ho letta e copiata all’Archivio di Stato Senese. Anche l’abate Don Girolamo Bichi, ha lasciato un manoscritto sui Capitananti di Giustizia dello stato Senese, che quasi riproduce le stesse notizie del Pecci, del quale però fu posteriore, essendo vissuto dal 1663. al 1710. Per confronti ed altro, oltre questi autori, chi scrive, si è servito della Storia di Orlando Malevolti vissuto dal 1515. al 1596. nonché di quella del Tommasi morto nel 1608. L’Archivio di Stato ha poi fornito non poche notizie, mercé la cortesia del personale ivi addetto.

citando una deliberazione del Consiglio della Campana, in data 28 Decembre 1271. ci dice che Sinalunga con altri centodiciotto Castelli e Terre fu privata della signoria perché ivi si ricusava di ricevere i Rettori che la Repubblica vi spediva ad amministrare la giustizia, a cagione che i grandi che conservavano la giurisdizione in quei luoghi erano fatti ribelli e di parte Ghibellina. Per le stesse ragioni con altro deliberato del dieci Agosto 1289. fu stabilito demolirsi le mura di Sinalunga meno il Cassero: sulla demolizione del quale fu la deliberazione rimessa al Potestà ed ai signori Nove; e ciò perché i Cacciaconti erano fautori di parte Ghibellina, e questa terra aveva ad essi fuorusciti prestati soccorsi.
In questo anno fu fabbricato un palazzo fra Sinalunga e Guardavalle dal quale ebbe origine certamente la Villa della Fratta così il Pecci nel manoscritto dei Castelli Senesi.
La Fraternita di Santa Maria delle Nevi fu eretta nel anno 1284. e con l’obbligo di assistere gli infermi a domicilio e nel 1289. il suo spedalino aveva tre letti in una casa per la via delle fonti. Questa casa fu poi data in enfiteusi, per lire ventiquattro l’anno compreso il forno pubblico, a Domenico Paolucci nel 1780. Conosciuta la necessità per la Fraternita di avere un migliore spedale, fu acquistata nel 1723. una Casa situata sotto la sacrestia della Collegiata, dove si trasportò lo spedaletto della Fraternita. In seguito lo spedale si portò nella fabbrica che era stata costruita per un Monastero, e la predetta casa fu venduta al Sig. Filippo Terrosi nel 1788. per scudi cento venticinque toscani.
Circa questa epoca (1292.) accadde a Sinalunga la morte di Ghino di Tacco come ci fa sapere il Pecci, riportando una nota alla divina commedia di Dante Alighieri dal commento di fra Benedetto da Imola, dalla quale si apprende, come Ghino di tacco si intromettesse per scompartire alcuni che questionavano in rissa, e fosse ucciso a Sinalunga, doppo essere stato riabilitato dal Papa Bonifazio VIII; e trovandosi inerme, per il voto già fatto di non più portare armi.
Si ha da un testamento con la data del 20. Novembre 1303. il cui originale dal archivio comunale passò a quello di Stato di Siena, che Aldobrandino e Rinaldo Cacciaconti e Bindo figlio di Aldobrandino, poiché la terra di Sinalunga, doventata potente, negava di riconoscere la loro autorità e dipendenza e si voleva governare con le leggi proprie a forma di repubblica, furono costretti a vendere al Comune di Sinalunga ogni dritto, che avevano e pretendevano avere in detta terra castello e borghi, e che fosse lecito a quei terrieri di eleggere il proprio Rettore, ed in cambio di detti diritti ceduti essi terrieri pagassero ai signori Cacciaconti Lire 8400. Questo atto fu stipulato a Siena erogato da Ser Mino di Dino. Da questa epoca si può stabilire l’origine del Comune di Sinalunga.
In questo anno con la data del nove Novembre il Consiglio generale del Comune di Sinalunga elesse come Statutari (compilatori degli statuti) Nerio Guidi, Bindo di Fattolume, Aituccio di Pietro, e Mino Ardenghi, che consegnarono gli statuti il di 1. Aprile del detto anno.
Per la venuta del Imperatore Arrigo VII di Lussemburgo che in questo anno si recò a Roma, il partito Ghibellino aveva senza ritegno mossa guerra alla Repubblica di Siena, facendo scorrerie e danni in tutta la Valdichiana. Ma i Senesi ripreso animo per la vittoria contro gli imperiali, e spalleggiati dal re Roberto di Napoli, a cui i Fiorentini avevano dato il dominio della loro città, nella futura primavera del anno 1313. mandarono il loro esercito alla impresa di Sinalunga; e si è trovato, in un libro della Biccherna, che fu pagato quello che suonò a martello, quando le genti del Comune di Siena andarono ad oste sopra a Sinalunga; delle quali genti fu Gonfaloniere Tuccio di Conte. Ma non sarà sgradito, che su questo fatto importante per la storia di Sinalunga, riferisca testualmente quanto ne scrive il Malavolti, nella sua storia di Siena ac 69.
“ Doppo la partita dell’Imperatore (da Poggibonsi per Pisa) molti castelli che gli si erano dati ritornarono alla obbedienza della Repubblica, e perché la terra di Sinalunga era tenuta da un gran numero di Ghibellini che spesse volte danneggiavano il contado di Siena, parve allo Officio dei Nove prima che quelle genti acquistassero maggior forza, di mandarvi, l’esercito, et acciocché la città non fosse tutta in medesimo tempo occupata in quell’assedio vi mandarono il 17. di Marzo del 1312. insieme con la compagnia dei Catalani di messer Guglielmo Scaliere, i cavalli del terzo di Città, ed i fanti di quello di Camollia, guidati da messer Nello di Messer Pietro dei Guelfoni d’Agubbio, Potestà di Siena; e così si andarono scambiando ogni tanti giorni; finché il 12. del mese di Maggio seguente, essendogli mancata l’acqua; per mezzo dei nobili di Siena, che negoziarono l’accordo; l’ebbero i senesi con queste condizioni. Che le mura si gettassero a terra, i fossi si riempissero, le torri si abbassassero al pari delle case, e resti la terra, salvandosi le robbe e le persone, suddita dei Senesi; i quali accettarono questo accordo per non dar tempo alle genti che mandava l’Imperatore da Pisa, per soccorrere quella terra, trovandosi i Senesi molto indeboliti, per la morte di più uomini di conto, e per essere periti nelle fazioni che si erano fatte, più di ottocento fanti; e perché giudicavano più utile averla per un accordo, che pigliarla per forza; nel qual caso sarebbe andata a sacco e rovinata.
Si vede questa storia nella sala del mappamondo del palazzo della signoria di Siena dipinta a chiaro scuro da Ambrogio Lorenzetti pittore senese.”
In un manoscritto dell’abbate Bichi, sui castelli Senesi, si trova, che il Bisdomini nelle sue cronache dice, che per una cava sotterra si guastò la fortezza. E nei libri della Biccherna si trova, che Andrea di Bonifazio e Bulgarino di Simone, officiali del Comune di Siena, riceverono soldi settantaotto, per pagare i maestri che disfacevano le mura della fortezza di Sinalunga.
Nei Consigli della Campana, troviamo che fu deliberato di condonare tutte le condanne chereno state inflitte a Binduccio del quondam Ildebrando Cacciaconti da Sinalunga e suoi signori, che tenevano il Castello di Sinalunga; purché si tenessero fedeli ed obbedienti alla Repubblica; cosicché sembra che questo Cacciaconti capitanasse gli assediati in Sinalunga.
Nel di contro anno le piogge fecero gravissimi danni alle campagne della Valle.
Nel Decembre del 1319. vi furono straordinari terremoti.
In questo anno Sinalunga fu nuovamente occupata dai Ghibellini ribelli e banditi da Siena, capitanati da messer Deo di messer Guido Tolommei, aiutato da trecento cavalli che ebbe da Orvieto. Essi rinforsarono la terra con fossi e lizze ed altre riparate.
A Siena fu deliberato di fare esercito contro il Castello di Sinalunga, nel 3. di Decembre del 1322. per snidare i detti ribelli; e che il Capitano di guerra avesse piena autorità sopra la gente che componeva detto esercito. Ma cominciate le ostilità il Tolommei, diffidando delle proprie forze, lasciò in abbandono le terre di Sinalunga e Torrita già occupate. E siccome queste terre avevano rotti i patti, molto prima fatti dandosi ai ribelli; la Repubblica riprese che le ebbe, comandò fossero nuovamente sfasciate; e successivamente con deliberazione del Consiglio, presa il 22. Marzo 1323. furono quegli abitanti privati dei privilegi di esenzioni ottenuti, e si imposero le solite gravezze.
Gli abitanti di queste due terre, nell’Aprile ricorsero, supplichevoli perché questi ordini fossero moderati ed esposero che nella occupazione che fece delle due terre Messer Deo dei Tolommei, avendo la Repubblica ordinato al Conte Ruggero, Capitano di Guerra che espugnasse le loro terre, e presele le trattasse con estremo rigore; avvenne che non solo furono rovinate le case dei ribelli, ma pure le altre; e così si erano tutti ridotti nella estrema miseria; supplicavano dunque di essere esauditi, ed esentati dalle tasse e gravezze già imposte. Il Senato temendo che quegli abitanti abbandonassero le loro terre, e non volendo causare la totale rovina di terre così importanti, ordinò quanto quegli abitanti domandavano.
Nel anno di contro la Repubblica di Siena concesse la cittadinanza Senese a Messer Nino e ser Paolo Nini di Sinalunga. Tommasi libbro Nono ac 229.
Il Malavolti nella sua Storia di Siena Parte seconda ac 88. narra, che in detto anno fu grande siccità per Siena e per il suo contado; ed il prezzo del grano salì fino ad un fiorino d’oro lo staro, e che per questa penuria accaddero molti tumulti.
Le Compagnia laicale di Santa Croce in Sinalunga già esisteva. Così ci dicono il Pecci nella Storia dei Castelli Senesi e le memorie del Dott. re Grazzi.
Riedificatesi le case e mentre si credevano di attendere alla coltivazione dei campi, gran parte di quella pianura rimase inondata. Per il che gli abitanti esposero al Consiglio di Siena come per l’inondazione i loro campi si fossero resi non solo sterili; ma domandavano anche per quelli di Scrofiano, di Bettolle e del Poggiolo il letto del torrente Fuenna si facesse a retto filo e così non avesse forza di abbattere gli argini, e sboccasse diretto nella Chiana, e che tutto si eseguisse a spese di chi ci possedeva terreni dei quali godevano il frutto. Il senato riconosciuta giusta la domanda stabili che contribuissero all’opera non solo i dannegiati, ma anche quelli che di questo danno non erano a parte.
La Repubblica di Siena volendo che la giustizia fosse bene amministrata in tutto il suo dominio, lo divise in undici Vicariati, in ciascuno dei quali dovesse risiedere un giudice forestiere. Le residenze di questi Vicariati furono. Sinalunga. Asciano. Arcidosso. Berardenga. Castiglion d’Orcia. Corsignano (poi nomato Pienza) Manzano. Monticiano. Pitigliano. Petroio al Bagno. e Querce Grossa.
Già la terra di Sinalunga si era riavuta dai patiti disastri, restaurate le sue case e ripopolatasi, altro non mancavagli per riternare al primiero stato che la riedificazione delle mura e del Cassero, al che provvidde il governo della repubblica. Vedi Deliberazione del Consiglio Generale 8. Novembre 1342.
Non si era per anche data esecuzione al deliberato riguardante la modificazione del corso del torrente Fuenna onde si tornò a supplicare dimostrando che questo torrente e quello del Galegno per il loro corso tortuoso traboccavano inondando le terre contigue, dove l’acqua stagnava e rendevale infruttifere e paludose. Il senato volendo ben conoscere le cause di questi mali, elesse tre deputati nelle persone di messer Gione di Mino Montanini. Giusto di Dino. e Giovanni di Minuccio. perché riferissero ed avvisassero ai modi di porvi riparo. Non si è trovato se fosse o no provveduto, e come; ma si ha motivo di credere che le istanze dei potenti fossero esaudite.
Prima che si restaurasse la facciata del palazzo di Giustizia in Sinalunga (il che si fece poi nel 1717. con la cortina a mattoni come presentemente si vede) eravi una cappella, nella quale si leggeva essa essere stata fabbricata e dipinta nel anno 1346. Con il restauro che sopra si demolì la Cappella, e la testa della Madonna ivi dipinta poté conservarsi. Essa tuttora si vede nell’anticamera del Sindaco, nel attuale palazzo Comunale, che è il fabbricato della antica famiglia Lomeri.
I Cacciaconti non si potevano acquietare di essere stati privati delle loro signorie e delle castella, poste sotto il dominio della Repubblica; e profittando della venuta in Italia dell’Imperatore Carlo Quarto, capo del loro partito Ghibellino, che in quest’anno trovavasi in Siena, ricorsero ad esso e ne ottennero speciale privilegio, col quale confermò e rinnuovò le concessioni ad essi fatte nel 1194. dall’Imperatore Arrigo IV; e così specialmente ai conti Nuccio, Enrico, e Ranieri di Binduccio ed al Conte Bartolommeo, i castelli di Sinalunga e di Scrofiano (diploma dell’Imperatore Carlo IV di Baviera, dato in Siena nello archivio dello Spedale N° 398. prima numerazione).
Da un protocollo di ser Matteo Ducci si ha la prima notizia della Chiesa di San Martino, antica parrocchia del paese, dove con la data del 11. di Gennaro 1357. si ricorda la nomina del Rettore di quella chiesa, nella persona di un tale Ser Vanni, avvenuta per la renunzia di ser Viva suo predecessore. La nomina suddetta fu approvata da messer Albizzo Pievano di San Pietro ad Mensulas, dalla quale chiesa madre dipendeva la parrocchia del paese.
In detto anno il Concistoro di Siena - deliberazione 26. Novembre 1357. - ordinava al Comune di Sinalunga che i figli di Bonifazio di Conte e gli altri nobili e Conti del Poggiolo, non potessero abitare in Sinalunga, ma in detto luogo dove sembra fossero stati confinati.
Dalla Repubblica di Siena sotto il di 25. Febbraio si eleggono tre cittadini perché sieno deputati a fare costruire un ponte sopra la Chiana presso il porto di Torrita (Ponte del Barcone, o alle colonne) a spese del Comune di Siena, per cui si potesse passare sopra delle Chiane sino al territorio di Cortona.
In una cartapecora del Comune, che è una ricevuta, si rammenta per la prima volta la Fraternita della Beata Maria (manca delle Nevi) di Sinalunga, il che ci fa ritenere che detta istituzione risalga oltre questa epoca.
A di 6. Ottobre di questo anno accadde fra Sinalunga e Torrita un combattimento nel quale dal esercito senese, comandato da Francesco Orsino, fu sconfitta la Compagnia di ventura del Cappello, composta di Brettoni; e comandata da Niccolò da Montefeltro conte di Urbino, che restò prigioniero con altri Capitani e con trecento uomini d’arme e mille pedoni; i quali tutti furono condotti legati a Sinalunga. Questo fatto è dipinto nella sala del palazzo del Potestà di Siena - Il Deangelis nella Storia di Torrita ac 79. assegna a questo fatto la data del 1363. perché forse negli antichi manoscritti sembra leggere un tre anzi che un otto.
In questo anno si ha un ricordo, che fu ultimata la galleria sotterranea costruita dalla Comunità di Sinalunga per alimentare la fonte del Castagno.
Lo storico senese Malavolti nella parte seconda ac 124. fa menzione di una pestilenza, che nel anno di contro afflisse la città di Siena ed il suo contado.
Secondo la cronaca del Bisdomini citata dal Bichi, sembra che i nobili Cacciaconti, tentassero di ricuperare i loro feudi e Castelli; il Comune di Siena mandò a soccorrere la terra di Sinalunga che volle tenerle la fede.
La repubblica di Siena, considerando che la terra di Sinalunga era in posizione comoda per il commercio di quella regione, concessegli il mercato libero ogni Giovedi del mese (Delib.ne del consiglio generale del di 19. Aprile 1376.)
La repubblica manda l’ordine che i rappresentanti eletti dal Comune prendano il nome di Priore.
Con deliberato del di 10. Gennaio di questo anno il Consiglio della Campana conferma alla Terra di Sinalunga il mercato libero del secondo Giovedi di ogni mese e gli concede due fiere libere; che una il giorno della Pentecoste, e l’altra in quello di Santa Lucia avvocata della Comunità.
Una compagnia di Brettoni unita ad altri predatori la maggior parte di quelli della compagnia dell’Aguto, che era al soldo dei Fiorentini, si misero a predare il contado senese dalla parte di Valdichiana. Essendosi obbligato Galeazzo Visconti signore di Milano, a tenere N° settecento lance, al servizio dei senesi le quali erano sotto il comando del signor Paolo Savelli, questi con la sua compagnia, e con parte di quella dei Senesi affrontò questi predoni presso Sinalunga. Il combattimento durò oltre quattro ore, con molti morti e feriti, ed i senesi costrinsero i nemici a volgere le spalle; e fatti molti prigionieri e ritolte loro le prede fatte, inseguendoli li costrinsero a ritirarsi verso Colle di val d’Elsa.
Avendo in questo anno i Senesi accettata la protezione di Galeazzo Visconti Duca di Milano, gli dettero in custodia il castello di Sinalunga, dove si fece costruire la Rocca, riducendola ad una più regolare architettura; e però volendo estendere il Cassero per viepiù fortificare quel luogo, si demolirono dodici case che gli officiali di Balia, nel interesse dei proprietari, fecero stimare e pagare nella valuta di fiorini trecento sessanta quattro. Da documenti veduti all’archivio di Stato di Siena si apprende; che architetti e maestri della nuova Rocca furono un certo Giovanni e Simone di Giovannello da Como; che un Andrea Purgani fu incaricato di sopravvegliare all’opera; esistendo un libro dove esso registrò tutte le spese per edificare questo Cassero, che ascesero a fiorini 1976. e lire 4078. e soldi 9. e denari 1. Nel detto libro ac 52. si legge, a Maestro Lando dipintore a di 8. di Aprile per lo disegno del Cassero, fatto in un foglio Reale, lire nove. Giacomo Gori scrive, che la Rocca di Sinalunga fatta fabbricare da Giovan Galeazzo duca di Milano, era di un bel modello e di bellissima architettura. Questo scrittore visse quando ancora la Rocca non era demolita.
Alcune soldatesche dei Fiorentini avendo tentato di occupare vari castelli in Valdichiana, fu fatto intendere a Messer Neri Salimbeni ed a Lorenzo di Mandolo Piccolomini, che dovessero tener buone guardie nella loro fortezza dell’Amorosa presso Sinalunga, acciocché i nemici non potessero impadronirsene, e che se entro tre giorni non vi mettessero dentro gente a guardarle, fu dato, ordine che detta fortezza fosse disfatta; e sembra che la minaccia si avverasse, perché non se ne fa più menzione (Malavolti parte seconda ac 192 Retro.)
Il sette Luglio anno di contro fu ordinato che a Sinalunga si tenesse un Castellano con sei fanti per buona custodia di quella Rocca.
Il Potestà che risiedeva in Sinalunga fu mandato a risiedere a Torrita e quel Vicario si ordinò risiedesse a Sinalunga (Delib.ne del consiglio del di 10. Decembre 1425.) Il Pecci dice che ciò si fece per giusti motivi non espressi nella deliberazione.
Antonello da Sinalunga Capitano dei Senesi fu battuto sotto Colle (così il Tommasi nelle sue istorie.)
Gli abitanti di Sinalunga si dettero in questo anno i loro statuti, scritti in pergamena; rogati da ser Pietro Paolo da Montalcino, Vicario in quella terra per la repubblica di Siena, che l’anno successivo furono approvati dal Magistrato dei Riformatori, col rogito di Ser Mariano di Bartolommeo di Santi. Questi statuti mancanti di alcune carte in principio, si conservano nel archivio di Stato di Siena.
In questo stesso anno si fondò in Sinalunga la Compagnia di San Rocco che vestiva la cappa Verde (Vedi Pecci Storia dei Castelli senesi ac 7. più la mia cartolina N° 80.)
Avendo i Sinalunghesi remossi dai loro antichi alvei i torrenti Fuenna, Varniano, e Galegno, onde quelli, che da ciò si credevano danneggiati, fecero ricorso alla repubblica, che rimesse la decisione del ricorso al parere di Messer Meo di Vanni Griffoli, Galgano di ser Iacopo Faccialume ed Antonio di maestro Luca, i quali nel 15. di Decembre 1444. condannarono i Sinalunghesi in fiorini cento, obbligandoli a rimettere nel primiero stato il corpo dei torrenti in questione. Consta del rogito di ser Stefano di Antonio di Stefano notaro senese, che i Sinalunghesi sentendosi gravati appellarono da questa sentenza davanti ai Signori Priori e Capitano del Popolo.
Sembra che nel detto anno esistessero forti dissapori fra i terrieri di Sinalunga, perché il Consiglio del Comune adunato il 29. di Maggio, elesse Grazia di Bindo di Grazia, e Pietro di Paolo i quali con i Priori residenti potessero acquestare e pacificare le insorte questioni.
Alfonzo di Aragona Re di Napoli, tolto il campo dalla pianura dello Astrone, fra Cetona e Chiusi, passò nel contado di Montepulciano ove si fermò per approvvisionarsi, e poi andò ad alloggiare sotto Sinalunga, passando voce di andare verso Arezzo, ma deviando a sinistra andò a Siena.
In questo anno il Comune di Sinalunga donò a San Giovanni da Capistrano, un pezzo di terra nel Poggio Baldino, e dove sorgeva una Chiesuola dedicata a Santa Maria Annunziata, perché vi fosse edificato un Convento per dodici frati Osservanti di San Francesco, a spese di Messer Mariano Sozzini da Siena; che allora si appellò dal nome della antica Chiesa. Al quale convento, ed al altro di Massa, egualmente di frati dell’Osservanza di San Francesco, la Repubblica di Siena concesse nel di quattro Decembre 1450. a ciascuno dei due, tre stara di Sale.
Furono composte le controversie insorte fra il Comune di Sinalunga e quello di Scrofiano, a cagione delle acque della Fuenna, e per una tura fatta da quei di Sinalunga, per un lodo fatto dal governo della Repubblica.
In questo anno il Beato Pietro da Trequanda frate minore Osservante di San Francesco, portò da Gerusalemme nel convento di Santa Maria in Poggio Baldino, presso Sinalunga, l’Immagine di Maria vergine del Refugio (Vedi Annali ac 21. Pecci storia dei Castelli Senesi ac 9. e Cartolina mia N° 68. e seguenti) Vedi pure gli annali francescani del Padre Vadingo ac 568.) San Bernardino da Siena morì nel 1444. e dopo la sua morte entrò nello stato Senese una gran venerazione per questo Santo; cosicché il Convento suddetto prese il nome di San Bernardino. Li Frati Osservanti poi nel 1598. cederono il convento ai Minori Riformati.
Il Papa Pio II (Enea Silvio Piccolomini) avendo creata la diocesi di Pienza, a cui aveva dato il nome invece dello antico di Corsignano; avvenne che la Pieve di San Pietro ad Mensulas con le altre chiese figliali, che erano le Cure di San Martino e di Santa Lucia di Sinalunga, di San Biagio di Scrofiano, e San Cristoforo di Bettolle, da cui dipende ed origina la cura della Madonna delle Grazie a Guazzino, furono passate dalla Diocesi di Arezzo a quella nuova di Pienza e Chiusi.
Il Beato Pietro da Trequanda stando al Convento di Poggio Baldino, ridonò la vista ad un fanciullo di Montisi cieco dalla nascita (Annali dell’Infiammato, nel cui Volume evvi incollato nelle copertine una stampa in rame che rappresanta questo miracolo.)
Gli uomini di Sinalunga oltre la tassa del Sale, del Mosto, dei contratti ed altre pagavano alla Repubblica annualmente ottocento novanta lire accresciute di altre duegento sessanta e così Lire 1150.; supplicarono per uno sgravio; attese le spese sofferte per la guerra, ed i servigi prestati, così essi ottennero uno sgravio di lire duegento.
La repubblica teneva in Sinalunga un Vicario, che tolse in questo anno per mandarvi a risiedere un Potestà che doveva rinnovarsi ogni sei mesi e tenere con se un pubblico Notaro per Cancelliere. Primo Potestà fu Messer Bartolommeo di Giorgio Tommasi, di cui si vede sempre nella facciata del Palazzo di Giustizia (ora carcere mandamentale) lo stemma e la relativa iscrizione commemorativa. Il comune ogni sei mesi doveva pagare al Potestà lire quattrocento sessanta due.
In questo anno per Delib.ne del diciannove maggio del Consiglio della Campana, si mandò in tutte le terre dello Stato una Guardia a difesa, quantunque non vi fossero timori di guerra. A Sinalunga venne un Castellano con sessanta fanti.
La Famiglia Orlandini ebbe possessi al Poggiolo da tempo antichissimo, come si rileva nelle cartapecore del Comune, ed in questa epoca si trova, che fece procuratore ed arbitro il Cardinale Padre Iacomo da Pavia, sotto il titolo di San Giusto, per tutte le liti che esso Comune aveva con Messer Niccolò, Cione ed Antonio degli Orlandini. Negli Annali del Infiammato ac 22. si cita una carta pecora N° 24. che dice La Comunità di Sinalunga fa procuratore ed arbitro il Cardinale Iacopo da Pavia sotto il Titolo di San Giusto (...?) per tutte le liti che detto Comune ha con messer Niccolò, Cione, ed Antonio fratelli e figli di Meo di Cione degli Orlandini.
Pendevano ostinate contese per i confini fra il Comune di Foiano, del dominio Fiorentino, ed il Comune di Sinalunga dello stato di Siena; onde in quest’anno, per atto rogato da notaro si fece dal Consiglio di Sinalunga arbitro il Cavalier Messer Francesco Luiti. Pur non ostante le risse e le discordie non si sopirono fra Sinalunghesi e Foianesi, che il quattro Luglio 1480. i primi uccisero sette uomini di Foiano. A nulla riuscirono i pacieri uomini noti, dopo queste uccisioni, che anzi il Conte Niccola di Pitigliano, che per i Fiorentini comandava la guarnigione di Foiano, il 27. di Marzo assalì di notte tempo Sinalunga, dove erano a guardia le genti del Sig. Antonio Duca di Urbino comandante il Castello. L’assalto fu ributtato, ed inseguiti gli assalitori.
Finalmente nel 18. di Febbraio di questo anno furono apposti i Confini fra le due Comunità di Sinalunga e di Foiano, come si rileva dalle antiche Cartapecore più volte citate.
Gli ufficiali di Balia cedendo alle istanze dei Sinalunghesi, sotto il di otto di Giugno concessero due fiere delle altre terre, Pitigliano Torrita e Lucignano. Una per il giorno di San Bernardino, da durare il 19. il 20, ed il 21. di Maggio: la seconda per il giorno di San Francesco 4. di Ottobre, da durare fino al di 11. (undici) del detto mese. Fiere che esistono tutt’ora: la prima pare si facesse nel Poggio Baldino, poi portata a Sinalunga; la seconda si fa sempre alla Pieve ad Mensulas.
Volendo i Fiorentini occupare alcune terre del dominio Senese, tenevano pratica con un tale Mino di Bindo di Grazia da Sinalunga, il quale persuaso da Mino Piccolomini ribelle di Siena contraffatte le chiavi di una porta della terra aveva promesso di mettere dentro Sinalunga, di notte tempo, le milizie Fiorentine. Morto il Piccolomini, il traditore scoperse ad un suo amico, quello che era per succedere, se il Piccolomini fosse vissuto; ma l’amico alla sua volta confidò il trattato alla Balia di Siena, che fece prendere Mino di Bindo, il quale confessò; e fu decapitato.
Successivamente la Balia di Siena concede cinquanta fiorini, da pagarsi sulla tassa dei Mosti alla Comunità di Sinalunga per fabbricare un torrione ed altre fortificazioni in quella terra.
I signori di Balia sotto il 31. di Ottobre concedono alla Comunità ed uomini di Sinalunga Stara cinquanta di Sale al anno, per anni dieci, da levarsi a Grosseto od ad Orbetello, per remunerazione di fadighe da loro fatte in servizio della Repubblica; e che le trenta corazze e Cimieri avuti da Niccolò Sergrado, si intendessero donate alla Comunità (Cartapecora N° 35).
Assediando i Senesi, sotto il comando di Messer Giovanni Savelli il Castello di Valiano, tenuto dai Fiorentini, inteso che Renuccio di Marciano era arrivato alle Bettolle, col soccorso, si ritirarono le genti senesi poco onoratamente, perché quella ritirata ebbe guasi la sembianza di una fuga (Malavolti parte terza ac 104.)
In questo tempo fu penuria di viveri, e vera carestia in tutta Italia.
Pietro di Lorenzo di Cosimo dei Medici, fuoruscito di Firenze, cacciato al epoca della passata del Re Carlo (ottavo) non essendogli riescito di prender Cortona, e volendo passare nel contado senese, con quattrocento uomini d’arme e tremila fanti, guidati dal signor Virgilio Orsini, andato a Siena, ne ottenne permesso e tornato insieme con detto Virgilio e con le sue genti, passò nel dominio di Siena fermandosi presso Montepulciano, Chianciano, Torrita e Sinalunga, ove si trattenne alcuni giorni, aspettando che da Messer Giovanni Bentivogli Capitano dei Veneziani e dal Duca di Milano si facesse qualche movimento secondo (?)erano di intesa.
Convennero in questo anno e negli ultimi giorni di Luglio in Sinalunga Pandolfo Petrucci, il Duca Valentino Borgia spagnolo, Vitellozzo Vitelli, di Città di Castello, Gian Paolo Orsini, il Cardinale Orsino, il Cardinale Giovanni e Pietro dei Medici per consultarsi sul modo di assalire i Fiorentini ed impossessarsi di Arezzo. Ma i convenuti si partirono senza nulla aver combinato. Annali ac 30
Nel mese di settembre di questo anno fu in Siena ed in molti luoghi del suo contado gran tempesta, che in particolare fece danno alla terra di Sinalunga suo distretto; atterrando molti alberi e quantità di viti, e la grande pioggia inondò la pianura tutta (Jacomo Gori ac 194.)
Dal libro memorie B Archivio Com.le e dagli Annali ac 31. sappiamo: che sotto il di quattro Decembre fu ordinato dalla repubblica di Siena, che la fiera concessa l’anno 1485. a Sinalunga per il 4. Ottobre e sette giorni consecutivi, si rimetta e per l’avanti cominci il primo Sabbato di Ottobre e nove giorni seguenti, con le stesse franchigie ed immunità con le quali fu concessa l’altra volta, così fu aumentata di due giorni.
Da Sinalunga furono spediti ambasciatori alla Repubblica di Siena, Antonello di Giannettino, e Luca di Pietro, per domandare il rialzamento di un tratto di mura di braccia cento quaranta; ciò che si rileva dalle scritture comunali.
L’anno precedente (1510) nel Convento di Sargiano presso Arezzo, il Beato Andrea da Sinalunga in concetto di santità era Osservante di San Francesco, e fu commissario generale dell’ordine, e si crede fosse della famiglia Pagni.
Dalle carte della Balia (annali del Infiammato ac 32.) si rileva che il Mercato primo concesso per ogni secondo Giovedi del mese fu concesso in questo anno per ogni Giovedi di ciascuna settimana, e ciò in compenso e merito della fedeltà del Comune alla Repubblica. Il Pecci poi, nella sua Storia dei Castelli Senesi, ci dice ac 20. che nel 1532. dal Giovedi il mercato settimanale passò al Martedi.
Sempre secondo il Pecci sopra citato Gli ufficiali di Balia non cessarono di concedere ai Sinalunghesi altri benefizzi, poiché assolverono quel Comune dalla tassa di lire trenta sette, che tante era tenuto ogni anno a pagare, per ragione della imposta della Rocca di Monticchiello e vollero che tale grazia si intendesse accordata in perpetuo. (Dal Istrumento del 19. Maggio 1514. nel archivio Comunale. ed Annali ac 33.)
Aveva Sinalunga molti dei suoi terrieri fuorusciti per discordie, i quali non meditavano altro che rientrare per deprimere i loro emuli. Ora portò il caso che nella andata a Siena di Raffaelle Petrucci dopo scacciato Borghese figlio di Pandolfo, con esso fossero non poche truppe ed altre ne sopraggiungessero poco doppo di passaggio per la Valdichiana, spedite dai fiorentini dalle bande che erano in Montepulciano ed al Montesansavino le quali si unirono con i fuorusciti di Sinalunga e tentarono di impadronirsi della Terra; i cui abitanti tennero duro, e ributtarono e respinsero l’assalto, con poca perdita di ambe le parti. Queste truppe si ritirarono ed abbandonarono l’impresa seguitando il loro cammino. Ciò si legge nella storia di Siena del Pecci parte seconda ac 47. e negli Annali ac 33.
La Comunità di Bettolle, indebitata per la tassa della lira, cede alla Comunità di Sinalunga tutti i beni che gli appartengono, a condizione che gli sia pagato il terzo di detto debito della lira. (annali ac 34. e dalla Cartapecora N° 15.)
Altre sedizioni interne fra i terrieri di Sinalunga, che tenevano il paese in gravi inquietudini, si aggiunsero ostinate discordie con i vicini loro; e sopratutto con i Torritesi; onde conoscendo il governo della Repubblica, che ciò era causa di inquietudine di tutta la Valdichiana, gli Ufficiali di Balia spedirono a quella volta per sedare ogni tumulto Messer Rinaldo Petrucci e Messer Guido Santi, e Messer Vittorio Griffoli.
Era in quel tempo entrato nel dominio Senese il Sig. Renzo Orsino da Ceri, commissario del Re di Francia, con dieci mila fanti e quattrocento Cavalli ed assalita la città di Chiusi, benché invano, non avendo artiglieria, che quattro falconetti, datigli dal Malatesta Baglioni, con certo numero di fanti ed avendo rotta la Compagnia di Vitello Vitelli che andava da Torrita a Sinalunga e fatto prigione Girolamo dei Pepoli che la guidava; andò animosamente per ristorare l’esercito a combattere il Castello di Torrita, ma trovatolo guardato dal Conte Guido Rangoni, soldato dei fiorentini, i quali in quella guerra correvano le medesime fortune dei Senesi, seguitando il suo cammino si condusse vicino alle mura di Siena, dove fermatosi un giorno, o due, trovandosi in necessità grande di vettovaglie e diminuito assai di reputazione, se ne partì ritirandosi verso lo Stato della Chiesa; ed inseguito dai nemici perdé i quattro falconetti. (Malavolti Storia di Siena parte terza ac 121. Tergo. Pecci Storie Senesi Parte seconda ac 87. Annali ac 35.)
Questo fatto d’arme in quella parte che si riferisce alla rotta della compagnia del Vitelli e prigionia del Pepoli; deve aver dato origine alla tradizione popolare esistente, che un combattimento abbia avuto luogo nella località detta il Serraglio, a pie del colle di Sinalunga, che resta appunto sulla strada di Torrita.
Si ha dalla Cartapecora N° 46. che sotto il di 25. Marzo furono eletti arbitri a quietare le discordie tutte e le liti e definirle; nate fra le comunità ed uomini di Lucignano e Sinalunga, per causa dei Confini.
Temendo la Repubblica che alcuni ribelli e specialmente Francesco e Fabio Petrucci, spalleggiati da qualche potenza vicina, tentassero qualche novità contro la libertà e non parendo che le milizie urbane fossero sufficienti, chiamarono da Siena una banda di Sinalunghesi, a cui dettero a custodire il Palazzo del pubblico, ed ad una banda di Lucignanesi le bocche del Malborghetto e del Casato. I legati senesi referivano che il duca di Albania, che si inviava alla conquista del regno di Napoli, era pure avido coi francesi di occupare Siena. Onde essendo quello stato maldifeso e sprovveduto di soldati si cercò dal magistrato dei Dieci Conservatori della libertà e stato di Siena, di dar mano a radunare armi ed armati (Pecci storia Senese ac 141. Parte Seconda. Annali ac 25).
Altre turbolenze insorsero in questo anno a Sinalunga (Pecci Castelli Senesi ac 21.) perché alcuni uomini di questa terra avendo offeso il Castellano, e non avendo voluto obbedire al maestrato di Balia, furono banditi; ma per essere in un copioso numero cagionarono nel dominio senese considerevoli danni, predando e ritirandosi poi al sicuro, nel vicino Stato fiorentino; sicché per sedare tali discordie la Balia, sotto data 16. Decembre 1525. inviò a Sinalunga con suprema autorità commissario Iacopo Ugolini, egli impose che facesse fortificare la Rocca; e presso di se ritenesse duegento pedoni e cinquanta cavalli leggeri, e comandasse a quegli uomini che spedissero oratori al governo di Siena. Mentre il collegio di Balia, procurando di prendere le opportune precauzioni, decretava il 5. Decembre scriversi lettere agli Otto di Firenze, pregandoli a non voler dar ricetto agli sbandati di Sinalunga, nel territorio e distretto di Montepulciano, ordinando anche che Giulio Colonna con i suoi Cavalli rimanessero in quella terra, dove si mandarono altri duegento pedoni fiorentini; e che Silvio del Testa unitamente a Giovan Battista di Mariano di Pietro Palo Pelori, munissero e vettovagliassero quella piazza, e la terra di Torrita, poiché non sembra che solo si temesse degli sbandati Sinalunghesi; ma che questi fossero pretesto a più seri fatti in quei tempi gravidi di guerra.
Gli oratori di Sinalunga erano introdotti al cospetto del Collegio di Balia il di 12. Maggio 1526. e conosciuto come essi non avrebbero accomodate le loro discordie, gli fu comandato, che senza dimora facessero venire a Siena un uomo per casa, poiché in tal forma voleva la Balia colmare le discordie di quella terra. Ma sembra che i Sinalunghesi fossero già stati sollevati e scossi dalla fedeltà a Siena, poiché nell’appressarsi del esercito Pontificio verso Siena, con il pretesto di rimettere i fuorusciti, ma in verità per soggiogare la Repubblica, ed una parte del detto esercito passando per la Valdichiana; tutte le terre fedeli ai Senesi gli negarono ingresso e vettovaglia; ma i Sinalunghesi mostrarono il loro malanimo, poiché quattrocento di quei giovani, che trovavansi fuorusciti e ribelli, per evitare le meritate pene ai loro misfatti si congiunsero armati alle truppe nemiche e con esse andarono sotto le mura di Siena. E per viaggio, unitisi col Conte della Anguillara e col Conte Lando di Pitigliano, bruciando tutto e devastando, con poca fadiga si impadronirono del Castello di Asciano. Gli altri terrieri ed abitanti di Sinalunga, trovandosi in gravissime angustie; perché fugato e rotto a Siena l’esercito del Papa e dei Fiorentini, nel di 25 Luglio, tornarono a supplicare umilmente la Repubblica per il rimpatrio dei loro fuorusciti, che si erano rifugiati in Montealifre della nobile famiglia Martinozzi. Allora il governo di Siena spedì a Sinalunga Marco Antonio Tolommei per sedare le discordie e riunire quei terrieri con i loro fuorusciti, che sommavano al numero di circa seicento, a cui con molta fadiga successe di ottenere l’intento. I fourusciti Sinalunghesi rimpatriarono sul principio di Settembre; e furono ricevuti con molte dimostrazioni di allegrezza dai loro parenti e genitori. Ma mentre si festeggiava questo ritorno, doverono correre, condotti dal loro Castellano in soccorso dei Torritesi, assaliti proditoriamente da Giovanni Martinozzi, mentre gli uomini di quella terra stavano fuori delle mura occupati nei lavori dei loro campi.
Il quattro Settembre, gli oratori dei Sinalunghesi furono nuovamente ricevuti dal magistrato di Balia, che a ginocchia piegate doverono chieder perdono dei misfatti per i loro fuorusciti, a cui fu accordato salvacondotto per quaranta anni, e fu loro condonata la multa di ducati tremila nella quale erano stati condannati, per avere ricevuto nelle loro mura il Duca di Albania e gli altri Commissari Cesarei, e per essersi uniti all’esercito che aveva assaltato Siena (Tommasi Storia di Siena.)
Il mercato concesso per ogni Giovedi della settimana fu stabilito farsi ogni martedi, con Delb.ne del di 11. 0ttobre anno di contro (Pecci Storia dei Castelli Senesi ac 23.)
Si ha per una Delib.ne di Balia del 2. maggio 1533. Che Papa Clemente VII dei Medici, pensando di intraprendere per proprio conto il prosciugamento della Valdichiana, ricercava alla Città di Siena un contributo. La Repubblica volle fare esaminare un tale affare a Baldassare (Peruzzi) architetto, per verificare che somma potesse ascendere la spesa, e quale profitto potesse venirne allo stato. Il quale stato poi si obbligo a pagare fino a scudi mille (Annali ac 38.) I quattro Provveditori della Biccherna di Siena, concedono licenza di poter fabbricare sopra le mura della terra di Sinalunga, a Pompeo del già Simone Accarigi, in contrada della Porta del Ponte, di poter fare una loggia di lunghezza braccia dodici avanti la sua casa, che ha in detta contrada, e di impedire il passo sopra delle mura, con usci o muro come più piacerà alla Comunità (Vedi Cartapecora N° 54. citata negli annali ac 39.) Questa loggia è quella esistente nel Palazzo della Pretura, e di qui si rileva il nome di una delle quattro porte del Castello; quella del Ponte. Una seconda era quella ad Mensulis. La terza quella dei Nelli, od Anelli (demolita nel 1870. che sempre esisteva a quel tempo, l’unica restata intatta) La quarta - Porta San marco, di cui sempre porta il nome la strada che segue sulla campagna in fondo alla Via del Aducello (ora Cavour) Il nome di San Marco si trova citato nelle Cartapecore antiche più volte qui rammentate.
Con Delib.ne del 4. Febbraio 1548. si ha l’elezione di un arbitrato per definire le discordie cagionate da una steccaia fatta per i Molini fra Sinalunga Lucignano e Scrofiano. Deve appellare al Molino che ora si chiama del Comune (Annali ac 42.)
Si apprende dalla Cartapecora N° 55. citata negli Annali ac 42. - Che furono spediti a Siena Ambasciatori per ottenere lo sgravio delle tasse in grano; e la permissione di riporto nelle fosse.
Il Duca Cosimo dei Medici ambiva di aggiungere ai suoi domini ancora lo stato di Siena, e ciò d’intelligenza coll’Imperatore Carlo V; ma quella Repubblica si appoggiava alla Francia, cosicché era necessario al Duca di valersi della potenza di Carlo, il quale aveva ragione di maldolersi dei Senesi, i quali fino dal 1547. avevano rifiutata la guardia, o presidio spagnolo approfittandosi della guerra che in Germania teneva in scacco gli Eserciti imperiali. Ma volgendo colà benigna la sorte alle armi di Cesare, bisognò che i Senesi accettassero di buona voglia tale presidi, il quale entrò in Siena il 29. Settembre 1548. in numero di quattrocento. Ad un mese di distanza venne in Siena Don Diego di Mendoza agente imperiale alla Corte Pontificia, a cui era stato ordinato di riformare il governo della Repubblica, e di costruire in Siena una Fortezza. Presto i senesi si accorsero, come con ogni mezzo Don Diego cercasse di opprimere la libertà, tanto che gli amatori del libero governo si intesero segretamente con gli agenti Francesi e dopo lunghe pratiche, radunata molta gente in arme, nel di 27. Luglio 1553. la condussero sotto le mura di Siena, e con l’aiuto di quelli di dentro, si poterono cacciare gli Spagnoli, i quali ridottisi nella Cittadella, non ancora bene finita, doverono poi Capitolare e sortire con l’onore delle armi, unitamente ai cinquecento soldati del Duca di Firenze mandati in aiuto degli Spagnoli, il di 5. di Aprile.
Ciò venuto a notizia dell’Imperatore, fu decisa la conquista dello stato di Siena, e poiché la Repubblica temeva appunto l’ira di Carlo, fu sollecitata a stringere confederazione col Re di Francia; il che, saputosi dall’Imperatore, dette ordine a Don Petro di Toledo, suocero del Duca Cosimo, e Viceré di Napoli, di riunire un potente esercito e di muovere ai danni di Siena. Temevasi dai Francesi che l’Imperatore volesse subbito con tutte le sue forze riprendere lo Stato di Siena; e però furono solleciti di spedire il loro Generale Monsignor di Termes, che giunse a Siena il di 11. di Agosto, con molti Capitani e con le loro Compagnie; e cioè con diecimila fanti e cinquecento Cavalli. Questo Generale del Re Cristianissimo (scrive il Tommasi nelle sue storie di Siena (libbro decimo ac 280.) arrivò in Siena il di 11. di Agosto e quindi visitando la Valdichiana di sopra, volle che Torrita e Sinalunga come meno atte a potersi fortificare, si abbandonassero con estremo dolore dei Sinalunghesi; che in numero di mille, benissimo armati se gli fecero incontro pregandolo che gli ordinasse la fortificazione, perciocché essi in difesa delle mogli, delle famiglie e delle sostanze loro, erano fermati di volere morire sulle mura della patria loro. Lodò Monsignor di Termes la pietà di questa loro valorosa risoluzione, ma dimostrandogli la difficoltà di quel sito e la brevità del tempo, disse che non avrebbe permesso che tanti uomini coraggiosi, per poca pratica della guerra, rimanessero in evidentissimo pericolo, e fece che si rimanessero quieti alla sua determinazione, e si diede ordine allo Sgombero.
L’esercito imperiale non si mosse dal regno di Napoli, che nei primi di gennaio, sotto il comando del Vicere Don Petro di Toledo e di suo figlio Don Garzia, e contava, secondo il Sozzini, (diario senese) ottomila fanti Italiani, Duemila Spagnoli, e millecinquecento Cavalli. Queste genti mossero verso la Toscana, ed ebbero passo per lo Stato della Chiesa, e vettovaglia dal Papa Giulio III; e quindi si fermarono nella Valdichiana inferiore, cioè in quel di Cortona Foiano e castel della Pieve. Frattanto che il Viceré Petro si portava a Firenze per conferire col duca Medici, dal quale ottenne di levare da Arezzo otto pezzi d’Artiglieria, che furono condotti in Valdichiana, dove l’esercito imperiale si dilatava facendo prede di bestiame e di viveri, senza far conoscere dove volesse concentrare la sua azione.
Il dì 7. Aprile il general di Termes mandò ordine al Capitano Moretto Calabrese, che teneva guarnigione a Lucignano, che si partisse di là con tutti i suoi soldati ed andasse ad occupare la Città di Pienza e là si fermasse. Il giorno seguente gli Imperiali verso notte occuparono Lucignano con mille fanti, sotto il Comando del capitano Gerardo Saraceno.
Ciò saputosi a Siena, gli Otto della guerra spedirono il capitano Angelo Chellocci, con denari per arruolare gente e riprendere Lucignano, dando l’impunità a tutti i condannati e banditi che sotto questo capitano avessero militato. Arrivato il Chellocci e la sua gente, sotto Lucignano fu respinto a fucilate, e riconoscendosi incapace di riprendere quella terra, ne avvisò la Signoria, che gli mandò ordine che con la sua gente se ne andasse a stare a Sinalunga e Torrita.
L’occupazione di Lucignano fatta dagli Imperiali, mentre segnò il principio della guerra, mise lo spavento in tutte la vicine terre della Valdichiana, poiché il nemico la invase con quattro mila uomini e tre pezzi di artiglieria, i quali sotto il Comando del Vitelli e di Ascanio della Cornia si inviarono verso il Castello di Montefollonica. Tutti cercarono di mettere in sicuro le loro robbe, ritirandosi dai luoghi che non offrivano scuro ricovero. Così il capitano Chellocci trovò gli uomini di Sinalunga, che con atto di sudditanza alla Repubblica gli consegnavano le chiavi delle porte; egli le ricevé; ma veduto che non era il caso di tenere quei Castelli, con le sue poche genti rifece la strada verso Siena, e nella sala del consiglio consegnò le chiavi di Sinalunga al Capitano del popolo.
Il dì 11. Febbraio gli Imperiali sapendo che quelle terre erano abbandonate subito vi misero dentro guarnigione; ed il 13. con molte forze, andarono alla volta di Montefollonica; dove era di guarnigione il Conte Sertorio con la sua compagnia e per Commissario della Repubblica Niccolò Milandroni, con molti giovani gentiluomini senesi. Per una sorpresa gli Imperiali entrarono in detto castello e fecero prigioniero quel Capitano, e quanti altri che poi furono condotti e chiusi, con buone guardie nella Rocca di Sinalunga.
Questo fatto è registrato e narrato con le stesse circostanze nella storia di Siena dal Sig. Giugurta Tommasi, inedito, Libbro decimo ac 354. E qui si trascrive quanto segue: «Questa fazione fu per quella terra dolorosa perché passando quindi l’Artiglieria, che da Firenze era portata al Esercito, la scorta che era di Tedeschi e di Italiani, arsero quasi tutta Sinalunga, e lassarono nella Rocca una guarnigione la quale più della prima attese a difendersi.»
Anche Jacomo Gori nella sua storia di Chiusi riprodotta dal Muratori, narra il fatto di Biancalana, con più speciali circostanze e non ci sembra inutile trascrivere quanto segue: Il Tommasi poi nel dire, che il Papa Giulio III trattava un accordo tra l’Imperatore ed i Francesi, Siena ed il Duca di Firenze per fare cessare la guerra; aggiunge che ciò non faceva con buona intenzione, poiché credeva fare buoni acquisti per i suoi, anzi nutriva sdegno contro Siena, poiché avendo comprato la Fratta da Messer Antonio Piccolomini per suo fratello Boldrino, non poté ottenere da Senesi, di farvi una Contea, sottoposta al Palazzo di Siena, poiché si conosceva che con questa occasione aspirava a fare i suoi padroni della Valdichiana; il Senato non consentì e la vendita della Fratta, non ebbe luogo. Frattanto circa il 28. Aprile era morto in Firenze il Vicere Don Petro, suocero del Duca Cosimo, e subbito fu fatto Generale del esercito suo figlio Don Garzia sotto il governo e l’esperienza del Sig. Alessandro Vitelli.
E seguitando a saccheggiare il diario del Sozzini si noterà: « Che nel dì 10. Marzo, trovandosi Francesco Tommasi del popolo, capitano di Ventura in la terra di Trequanda, con cento soldati, ed il Capitano Bagaglia, ed il Capitano Leutario, con le loro Compagnie, e per Commissario della Repubblica Giovanni dei Piccolomini, ebbero indizio per via di un sinalunghese, chiamato il Biancalana, che quei soldati che stavano in Sinalunga facevano le guardie in le mura tutta la notte, e all’aurora si partivano senza rimetterle, a tale che fecero disegno di andarvi, per liberare tutti quelli prigionieri condotti e presi di Trequanda. La notte seguente senza alcun sospetto si imboscarono presso Sinalunga mezzo miglio. La mattina al apparir del sole arrivarono alle mura di Sinalunga appoggiandovi le scale, ed entrarono dentro circa cento soldati; corsero alla volta delle porte, ammazzarono le guardie ed aprirono agli altri, ed entrati cominciarono a gridare Francia Francia, Carne Carne, Ammazza Ammazza, e presero tutte le bocche delle strade a tale che, usciti di casa gli imperiali, non posserono mai far testa pur di otto soldati, perché subbito arrivati alle bocche, erano ammazzati, e molti ne furono morti per le case trovati a dormire. Le guardie della Rocca sentendo il rumore sbigottirono, e se ne andarono alla volta della prigione dove erano li già detti prigionieri, fatti nel Montefollonica, con animo di ammazzarli tutti, e li condussero in una sala; quelli prigioni cominciarono a raccomandarsi per l’amor di Dio, gli campassero la vita, che loro volevano essere buoni Imperiali; a tale che dette guardie non gli fecero dispiacere alcuno. E stando così dette guardie per vedere che esito aveva tal rumore, li prigionieri si risolverono dare la stretta alle guardie; quali erano fino a nove, ma poltroni. Giovan Maria Massaini fu il primo, che fogò una delle guardie; tolsegli l’archibuso, e gli diè con esso di ramata in la testa e l’ammazzò. Voltosi ad un altro, fece il simile. Gli altri presero ardire e fogatigli, gli ammazzarono tutti, con le loro armi; ed usciti fuori, dove ancora si combatteva, ne ammazzarono degli altri.
Visto gli Imperiali essere inferiori e che combattendo sariano morti tutti, si derno a discrezione dei Francesi; e qui fermò la battaglia, e fattili prigioni li svaligiorno, e li lassarono andare. E ne lassarono per terra morti in numero di quarantacinque; e con li riscattati prigionieri se ne tornarono a Trequanda; con buonissimo bottino di danari e robbe. Fecero prigione il Commissario del campo, chiamato Iacomo Antonio Carlo, figlio di Bitonte; gli posero la taglia scudi cento d’oro, e lo mandarono a Siena.»
E sempre secondo il citato diario del Sozzini si trova ancora: «A dì 30 Aprile si fece ricatto di Deifebo Zuccantini quale fu fatto prigione nella presa di Monticchiello; e fu rilassato, quel detto innanzi, Carlo figlio di Bitonte, preso in Sinalunga dal Biancalana, al quale fu donato dal governo ducati trenta d’oro, per premio di tal prigione; e giunto in Siena si vestì tutto di bianco.»
Il Malavolti nella sua storia di Siena non fa parola di questo fatto, forse perché tutto ralativo al castello di Sinalunga. Ne fa però menzione lo storico Giacomo Gori, che era nativo di Sinalunga, come si è qui riportato dal Diario del Sozzini. «A dì primo di Giugno 1554. essendo in la Rocca di Sinalunga un Caporale Lucchese con dieci soldati a guardia di essa, per non essere ben pagati dagli Imperiali fece intendere al Capitano Boccadiferro di Sinalunga che per ducati cinquanta d’oro gli daria detta Rocca; il quale senza indugio, vi mandò con i suoi gli archibusieri della Compagnia del Capitano Bagaglia, e pagati i detti scudi cinquanta, la prese e la fornì di pane e di vino, tolto alli vivandieri quali passavani di là senza alcun sospetto; e vi lassò detti soldati, e venne a Siena insieme con detto Caporale e suoi fanti, quali se ne andarono alla volta di Lucca; ed il governo rese detti denari al detto Boccadiferro e gli furono fatte patenti, che per salvezza di detta Rocca potesse cavare soldati di qual si voglia Compagnia. Questo Capitano si chiamava Pietro di Paolo Paolucci.» Così ci riferisce il Gori, esso pure Sinalunghese.
Qui finì la prima guerra di Siena e fu rilasciato Lucignano dai Senesi; ed i miseri villani dello stato di Siena che là si erano rifugiati, andarono chi al Monte Sansavino chi nello stato della Chiesa, altri se ne tornarono alle loro terre dove trovarono tutto disertato. Ma la guerra ben preso si riaccese.
Venuto Pietro Strozzi in Siena ed assunto il Comando delle milizie in luogo del Sig. di Termes si fecero nuovi preparativi.
Allora il Duca di Firenze giudicando che lo Strozzi fosse stato mandato anche ai suoi danni; fece nottetempo assaltare Siena, dalle sue genti avviate da Poggibonsi sotto il comando del Marchese di Marignano; con quattromila fanti e seicento Cavalli, i quali riuscirono per sorpresa, ad occupare i forti esterni di Camullia; che non furono più potuti riprendere dai Senesi.
Fra gli altri luoghi che Pietro Strozzi faceva munire fu la Rocca di Sinalunga, dove messe per Capitano un Girolamo di Angelo Salvi, di detta terra, (così il Gori) con alquanti soldati, ed i poveri terrieri, non si partirono, ed alcuni andarono al Montesansavino e la maggior parte fuggirono ad Orvieto ed in altri luoghi dello stato della Chiesa.
Mentre l’esercito Imperiale Mediceo, comandato dal Marchese di Marignano, assediava Siena, e le sue truppe campeggiavano e predavano in Valdichiana, il dì otto Giugno occuparono Sinalunga, e fatto prigione il Capitano della Rocca, che non voleva arrendersi vi ammazzarono quaranta persone, fra della terra ed ivi rifugiate. Contemporaneamente gli imperiali occuparono Rigumagno, Farnetella e Scrofiano.
Il Roffia (7.)

(7.) Giacomo Roffia fu nel 1554. impiegato presso il Commissario di Arezzo, Messer Buongiovanni Gianfigliozzi; ed è autore di più racconti delle principali fazioni, della Guerra di Siena, che sono stampati nel Diario del Sozzini - Volume secondo dell’Archivio Storico Italiano (Firenze Viesseux 1842).

nella sua cronaca stampata unitamente al Diario del Sozzini, da i particolari di questo fatto; e prima dice che Sinalunga era un castello grosso di quattrocento fuochi del quale gli imperiali si impadronirono, essendo stato sgombrato dagli abitanti. Le truppe che il Marchese di Marignano mandò a dare il guasto al contado di Siena verso le Chiane, erano tremila fanti Spagnoli e Tedeschi, e tremila Italiani sotto gli ordini del Sig.r Vincenzo Nobili di Montepulciano, nipote di Papa Giulio III, e del Conte Sforza di Santa Fiora; a queste truppe si aggiunsero sotto Lucignano molti marraioli e guastatori, che per prima cosa tagliarono tutti i grani, biade ed altro che trovavano su quella bellissima pianura.
Ecco il testo tolto dai racconti del Roffia stampati insieme al Diario del Sozzini ac 540. «Di qui si indirizzarono a Sinalunga, quale Castello grosso di 400. fuochi, posto in fra Lucignano e Montepulciano; di quello senza difficoltà si impadronirono, avendolo trovato dagli abitanti sgombrato, ed abbandonato. Restava solamente ad insignorirsi della Rocca di quel luogo, nella quale era alla guardia un Capitano Romano con quattro soldati archibusieri, ed altrettanti villani. Il Capitano né per promesse fatte di salvarlo, né per minacce di ammazzarlo, ed altri partiti onorevoli, mai volle acconsentire a dargli quella Rocca allegando che era Romano, e come Romano volle quella valorosamente difendere. Per le quali parole insuperbitosi il Sig.r Vincenzo, fece voltare un pezzo di artiglieria, che dietro dal campo si era fatto condurre ordinando che si traessi a quella Rocca. Il che veggendo quel Capitano fatto parlamento con quelli che seco erano alla guardia, finalmente si concluse che non fossi possibile difendere dall’Artiglieria quel luogo massime che già per due tiri, ne avevano rovinato un cantone, e però si dovessi accordare a patti onorevoli; i quali erano di uscire salvi con le persone e le robbe. E ricercato di questo il Sig.r Vincenzo, non volle condiscendere. E dopo molte discussioni (cancellato) ma rispose volerli tutti a discrezione. E doppo molte discussioni si venne a composizione, che li soldati e li villani salvassero la vita, ma che le robbe restassero al vincitore, ed il Capitano si desse alla discrezione del Signore.
Fermato tale accordo, li soldati e li villani se ne uscirono disarmati, e lasciato ogni loro avere, se ne andarono con Dio. Il capitano fu presentato davanti al Signore e da lui domandato, qual causa lo movesse a difendere quel luogo, al quale a lui era impossibile, contro tanto esercito; rispose che ricordandosi delle virtù Romane, ed essendo Romano, come romano con l’arme in mano voleva combattere. Per il che venuto il Signore in collera, cacciò mano alla spada e gli dette un gran fendente sulla testa. E disse: E come Romano voglio che tu muoia, e di tal colpo lo fece cascare in terra, comandando poi ai suoi che lo finissero. Fu subbito messo ad esecuzione, perocché, a colpi di stoccate, percosso, miseramente finì la sua vita. La Rocca fu presa; e trattone prima tutto quello che vi era dentro, fu subbito a colpi di scalpello gettata a terra.»
Il Gori(8.)

(8.) Jacomo Gori fu Sinalunghese, non si conosce la data di nascita. Conseguì la laurea in Medicina nel 2. Febbraio 1574. alla Università di Siena. Esso deve essere nato presso a poco nell’epoca che si combatteva l’aspra guerra di Siena, i cui fatti avrà sentito ricordare da tutti; certo è che viveva nel 1595. poiché la sua storia di Chiusi arriva fino al detto anno. Questa storia è riportata nella edizione del Rerum Novarum (anzi) Italicarum del Muratori stampata a Firenze dal Viviani nel 1748. Il Pecci nella sua storia dei Castelli senesi parla del Gori, che ebbe un fratello eletto fra i primi Canonici della Collegiata di Sinalunga (Vedi l’allegato N° 29. Rosso e N° 39. Turchino.)

racconta il fatto con qualche variante, ed ecco come: «In questo mentre si faceva aspra guerra in molti luoghi dello stato di Siena; fra gli Imperiali ed i Francesi, e dal Marignano furono mandati molti soldati con pezzi di artiglieria; ed avendo mandato a terra da due bande alcuna parte della rocca, la presero per forza, ed entrarono dentro, e cominciaro ad ammazzare li soldati. Il capitano che era Girolamo di Antonio Salvi della terra stessa, si dette prigioniero ad un Capitano Orvieto, essendosi messo di taglia mille scudi; ma i Tedeschi inaspriti lo tolsero per forza al Capitano di Orvieto; il quale né con preghiere né con altro, mai lo poté campare; ed in ultimo lo ammazzarono; e di più sfasciarono le muraglie della Terra, e così restò rovinata Sinalunga e la sua Rocca.» È molto più attendibile la narrazione del Gori sinalunghese; che rammenta per due volte il Capitano Salvi; e molte cose deve aver sentito raccontare per tradizione; mentre il Roffia il quale ci presenta un Capitano Romano, che né il Sozzini, né il Gori rammentano.
Lo Strozzi uscito da Siena, faceva una diversione minacciando Firenze, per attirare il Marchese di Marignano in aperta campagna. Fatta una punta verso Arezzo, occupò Marciano e Foiano; e quindi avvenne la battaglia di Scannagallo, nelle colline fra Marciano e Foiano, con la peggio dello Strozzi, e la vittoria delle armi Medicee; avvenuta il due di Agosto. Secondo il Gori, vi morirono tremila soldati dello Strozzi, la maggior parte Grigioni; e dalla parte del Marignano seicento.
Secondo il Pecci, storia dei Castelli senesi ac 25. Ritiratisi i Senesi a Montealcino, rioccuparono Sinalunga, Siena capitolò il 12 Aprile 1555. e il Conte di Santa Fiora, che successe nel Comando al Marchese di Marignano, rioccupò Sinalunga; senza resistenza nella fine di Novembre di detto anno. Poco doppo i Franzesi venuti da Montalcino, la ripresero e riedificarono la Rocca, e vi lasciarono presidio. A quanto pare furono anni molto tristi per la terra e per il suo contado.
Il Bichi nel suo manoscritto dei Castelli senesi, con la data del di contro anno dice, che Sinalunga fu munita ,di grosso presidio dal signor di Subiezza, mandato dal Re di Francia a sostenere i Senesi ritirati in Montalcino. Nella capitolazione e consegna fatta al Duca di Firenze nel 31. Luglio 1559. non essendo rammentata Sinalunga, fra i luoghi ceduti con Montalcino, sembrerebbe che i Medici l’avessero in precedenza rioccupata. Infatti il Comune di Sinalunga, nel Decembre del 1557. spedì ambasciatori al Governatore Generale di Siena per il Duca di Firenze, Nanni di Fece, che espose come la Comunità supplicava di non pagare le tasse, per trovarsi gli abitanti in grande penuria, attese le devastazioni fatte nella guerra; per il che nessuno poteva godere del suo; e per intendere la mente ed i comandi di sua Eccellenza Serenissima il Duca.

Coll’anno 1558. comincia la dominazione Medicea e finisce la storia, diremo politica, di Sinalunga; che poi seguì le sorti della Toscana. Cosicché le memorie raccolte da qui in avanti, si riferiscono tutte alla vita e vicende del suo Comune.



 





 

brevi notizie tratte da:

| E. REPETTI | G. GIULI |
| SANTI ]
[ BARGAGLI PETRUCCI ]
| L. AGNOLUCCI |

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